venerdì 19 settembre 2014

20 La società feudale



LA SOCIETÀ FEUDALE

Nei molti secoli durante i quali il feudalesimo rimase in vigore in Europa, la società era rigidamente divisa in tre gruppi, chiamati ordini:
- i nobili, chiamati anche cavalieri, poiché combattevano a cavallo
- i lavoratori, in grandissima maggioranza contadini
- gli ecclesiastici, cioè coloro che appartenevano alla Chiesa (sacerdoti, vescovi, cardinali, monaci e monache), che si dedicavano alla vita religiosa.

Tra un gruppo e l’altro la divisione era netta: un lavoratore non poteva diventare nobile e un nobile non diventava contadino neppure se si impoveriva; un uomo o una donna che avevano pronunciato i voti, diventando monaco o (solo per gli uomini) sacerdote, non potevano più rinunciarvi.

I NOBILI

I nobili costituivano il gruppo (la classe sociale) superiore. Spesso i feudatari nobili ottenevano dal re l’immunità, cioè esercitavano sul feudo tutti i poteri del re: amministravano la giustizia (potere giudiziario), cioè facevano da giudici in tutte le cause in cui ci fossero delle discordie o qualcuno avesse commesso un reato, infliggendo multe o punizioni; arruolavano gli abitanti del feudo nell’esercito per fare la guerra (potere militare); riscuotevano i tributi (potere fiscale).
La principale attività dei nobili era la guerra: essi combattevano a cavallo ed erano difesi da un’armatura. In guerra evitavano, se possibile, di uccidere i nobili dell’esercito nemico: cercavano, invece, di catturarli, perché i prigionieri dovevano pagare un forte riscatto per riottenere la libertà. Villaggi, città e castelli conquistati venivano saccheggiati: tutto ciò che era di valore veniva preso e faceva parte del bottino di guerra. La guerra era perciò un’occasione per arricchirsi, soprattutto per i nobili senza terre, come i figli minori di un feudatario esclusi dall’eredità (che andava al primogenito), o con un feudo troppo piccolo per vivere dignitosamente. Equipaggiarsi per la guerra richiedeva molte spese, per l’acquisto di armature, armi e cavalli.

Cavalieri normanni all’attacco di una città francese (arazzo di Bayeux dell’XI secolo)

L’equipaggiamento di un cavaliere comprendeva innanzitutto la lancia e la spada, che si usavano nei combattimenti ravvicinati. Il corpo era protetto da una cotta di maglia (armatura composta di anelli metallici uniti gli uni agli altri), sostituita poi, tra il XIV e il XV secolo, da un’armatura, che rendeva il cavaliere quasi invulnerabile, finché rimaneva a cavallo. Se però il cavaliere cadeva a terra, ad esempio perché il cavallo veniva abbattuto, il grande peso dell’armatura diveniva un ostacolo ai movimenti e i fanti potevano facilmente uccidere o catturare il cavaliere. Sulla testa il cavaliere portava un elmo e al braccio uno scudo, che poteva essere appeso al collo per lasciare libere le mani durante una carica.

Armi e armature medievali conservate al Landeszeughaus di Graz (Austria)

Le guerre combattute durante il Medioevo furono assai numerose: gravissimi furono i danni da esse provocate alla popolazione. A farne le spese erano soprattutto i poveri, gettati a combattere nella mischia e massacrati senza pietà. La violenza nei confronti di coloro che non combattevano non era minore: i villaggi venivano incendiati, le vigne tagliate, i raccolti distrutti, gli animali uccisi per avere cibo, perfino le chiese e i monasteri erano saccheggiati. Le donne subivano ogni tipo di violenza e nemmeno i bambini venivano risparmiati.

Lo scontro di Roncisvalle tra i Baschi e la retroguardia dell’esercito di Carlo Magno, 
in una miniatura del XIV secolo conservata alla Bibliothèque Royale di Bruxelles

La guerra era un’attività maschile: le donne ne erano escluse e venivano invece preparate al matrimonio; esse però potevano ereditare il feudo.
Quando non erano in guerra, i nobili amavano moltissimo banchettare: riunirsi intorno a una tavola per mangiare era una delle principali occasioni di vita sociale e le persone con cui si condivideva il cibo erano i compagni delle imprese di guerra, quelli su cui si poteva realmente contare. Si mangiava e si beveva moltissimo, tanto che non erano rare le malattie dovute all’eccesso di cibo, come la gotta (ne soffriva anche Carlo Magno). I banchetti erano rallegrati da giocolieri, ballerini, suonatori e buffoni.

Il banchetto di Capodanno del Duca di Berry, miniatura del XV secolo al Musée Condé di Chantilly

La caccia era un’altra attività molto amata dalla nobiltà: venivano organizzate battute di caccia ad animali di grossa taglia, come il cervo, l’orso, il lupo e il cinghiale. La caccia era un’occasione per usare le armi e serviva anche come allenamento alla guerra. In Francia e poi in Italia si cacciava anche con il falcone addestrato, che catturava in volo altri uccelli.
Nel Basso Medioevo (dall’XI secolo) si diffusero i tornei: combattimenti organizzati come gara e spettacolo, in cui si cercava di sconfiggere l’avversario disarcionandolo (cioè facendolo cadere dal cavallo), senza ucciderlo. Il cavaliere sconfitto doveva pagare il proprio riscatto al vincitore, come in guerra. I tornei venivano frequentati soprattutto dai cavalieri giovani, per i quali erano un’occasione per esercitarsi nell’uso delle armi, per imparare ad affrontare il pericolo e soprattutto per arricchirsi.

Un torneo tra nobili cavalieri in una miniatura spagnola del XV secolo 
(Madrid, Biblioteca dell’Escorial)

La vita del nobile si svolgeva all’aria aperta, in frequenti spostamenti per la guerra, la caccia, i tornei. La donna nobile, invece, passava gran parte del suo tempo nel castello, dove sorvegliava il lavoro della servitù. Quando il marito era assente, toccava a lei occuparsi di tutto, compreso organizzare la difesa del castello in caso di attacco.
Le famiglie nobili potevano essere costituite da numerose persone, ma la mortalità infantile (cioè nei primi anni di vita) era alta e tra i maschi adulti molti morivano in guerra e talvolta per incidenti di caccia o in tornei. Anche l’alimentazione eccessiva (specialmente perché si eccedeva nelle carni) provocava una forte mortalità.
I nobili vivevano in castelli (cioè abitazioni fortificate), perché durante tutto il Medioevo la vita era poco sicura a causa delle frequenti guerre, degli attacchi di briganti, delle scorrerie di pirati.
Il castello di solito sorgeva in posizione facilmente difendibile in caso di attacco, ad esempio in cima a una collina o su una curva di un fiume.

Il castello di Fort-la-Latte (Bretagna, Francia) sorge su una scogliera alta circa 70 metri

Con il passare del tempo i castelli subirono profonde trasformazioni. In origine (IX-XI secolo) essi erano semplici edifici protetti da recinti di legno. All’interno si costruirono poi delle torri e si incominciò a usare la pietra invece del legno, che poteva essere facilmente incendiato. I castelli divennero sempre meglio difesi, ma anche più comodi per viverci.
Un castello del periodo dal XII al XIV secolo aveva di solito diverse opere di difesa: una cinta di mura, circondata da un fossato pieno d’acqua; le torri, disposte lungo le mura; un ponte levatoio, che poteva essere sollevato in caso di attacco; porte dotate di robusti battenti e una grata di ferro all’ingresso. Le mura avevano piccole finestre, dette feritoie, strette all’esterno e più larghe all’interno, in modo che gli arcieri potessero scagliare frecce senza rischiare di essere colpiti dall’esterno. Alle sommità delle mura e delle torri si trovava un muretto, o, dopo il XIII secolo, i merli, dietro ai quali era possibile ripararsi per colpire il nemico.
All’interno il castello comprendeva normalmente il mastio, cioè un torrione che serviva come ultima difesa, e l’abitazione del signore. Vi si trovavano anche le scuderie e le stalle, i magazzini, gli alloggi dei servi e dei soldati, la cappella, la cisterna per l’acqua indispensabile in caso di assedio. Fuori dalle mura del castello poteva esservi un borgo, cioè un gruppo di abitazioni difeso da una cinta di mura più esterna.

Il castello di Caen (Normandia, Francia) il cui portone d’ingresso, dotato di un ponte levatoio, 
si apriva sotto una torre da cui i difensori potevano facilmente colpire gli attaccanti

I LAVORATORI

I contadini costituivano la grande maggioranza della popolazione. Essi vivevano in prevalenza all’interno dei feudi ed erano di solito legati alla terra, cioè non potevano andarsene liberamente; infatti se un signore vendeva o donava il suo feudo a un altro signore, i suoi abitanti passavano totalmente al nuovo signore. Per questo motivo i contadini formavano la cosiddetta “servitù della gleba”, che vuol dire letteralmente “servitù della zolla (di terra)”.

Il lavoro dei contadini, pagina miniata di un Calendario dei mesi di età carolingia proveniente da Salisburgo e conservato alla Österreichische Nationalbibliothek di Vienna

I contadini avevano molti obblighi: oltre a lavorare i campi loro assegnati, dovevano coltivare quelli della parte padronale, insieme ai servi del feudatario. Essi dovevano versare al signore una parte del raccolto dei loro campi, alcuni degli animali allevati e di solito pezze di stoffa tessute dalle donne. Inoltre dovevano svolgere varie corvées, cioè dei lavori obbligatori sui terreni o sui possedimenti del feudatario: ad esempio erano tenuti a riparare ponti, strade, tetti o a effettuare trasporti per conto del signore. Infine, poiché il feudatario era il padrone di tutto il feudo, i contadini dovevano pagargli tributi per l’uso del forno, del pozzo, del mulino, dei ponti e anche per raccogliere la legna: il pagamento avveniva spesso in natura (consegnando alcuni prodotti) o in prestazioni (compiendo alcuni lavori).

La fienagione (affresco del mese di luglio dal Castello del Buonconsiglio di Trento, 1400 circa)

A volte i contadini dovevano anche prestare servizio in guerra come fanti, cioè soldati a piedi. Erano i fanti quelli che morivano più facilmente durante le battaglie. Sia perché non avevano armatura, sia perché non venivano catturati vivi, dato che avrebbero potuto pagare alcun riscatto.
Non tutti i contadini vivevano nei feudi. Vi erano anche villaggi senza signori e contadini liberi, che possedevano le terre che lavoravano: essi erano più numerosi nella Francia meridionale e in Italia.
Tra i contadini le differenze tra uomini e donne nella vita lavorativa erano meno marcati, rispetto a quanto avveniva tra i nobili. Poche erano le attività esclusivamente maschili: il pascolo degli animali, perché richiedeva grandi spostamenti e quindi periodi di assenza dalla casa, il taglio degli alberi, la costruzione di edifici e naturalmente la partecipazione alla guerra.

Un contadino falcia l’erba in una miniatura medievale

Le donne si occupavano della casa e dei figli, lavando, preparando il cibo, andando a prendere l’acqua dal pozzo, accendendo il fuoco e portando il grano al mulino per la macinatura. Esse inoltre lavoravano nell’orto e nei campi, dove aiutavano gli uomini nell’aratura e negli altri lavori agricoli. Le donne si dedicavano anche alla preparazione della birra, alla filatura e alla tessitura. Il contributo di una donna era indispensabile per la sopravvivenza, perciò i contadini rimasti vedovi cercavano di risposarsi.

Uomini e donne impegnati in lavori agricoli (affresco del mese di agosto dal Castello del Buonconsiglio di Trento, 1400 circa)

I bambini aiutavano i genitori appena erano in grado di farlo: già a pochi anni di età i maschi accompagnavano il padre nei lavori agricoli e le femmine davano una mano alla madre nei lavori di casa. Essi si occupavano anche della sorveglianza degli animali domestici; tempo per i giochi e l’istruzione non ce n’era e gli unici insegnamenti trasmessi ai bambini venivano dai genitori o dai fratelli maggiori e riguardavano essenzialmente le attività lavorative.
Le famiglie contadine non erano di solito numerose (anche se le donne facevano generalmente parecchi figli), perché la grande povertà, l’alimentazione ridotta e le frequenti malattie provocavano la morte di molti bambini nei primi anni di vita.
Le case dei contadini erano piccole, spesso con un unico stanzone in cui trovavano riparo anche gli animali, che durante l’inverno contribuivano a riscaldare l’ambiente: perciò le condizioni igieniche erano assai scadenti. Il lavoro era molto pesante e l’alimentazione non sempre sufficiente, perché i contadini potevano contare solo su una parte del loro raccolto e su alcuni prodotti del bosco (castagne, noci, funghi, piccola selvaggina). Quindi le loro condizioni di vita erano molto dure.

Ricostruzione di Birmingham nel 1300: così doveva apparire un qualunque villaggio medievale

In questa situazione potevano verificarsi, soprattutto nei periodi di carestia, ribellioni dei contadini, come avvenne ad esempio in Normandia alla fine del X secolo: i contadini, armati dei loro strumenti di lavoro (zappe, forconi) attaccavano i signori per le strade o nelle loro abitazioni. I nobili allora organizzavano spedizioni punitive e facevano strage di tutti coloro che si erano ribellati.

GLI ECCLESIASTICI

Gli ecclesiastici, cioè gli uomini di Chiesa, costituivano un ordine a parte, il clero, a cui si apparteneva non per nascita, ma per scelta. Alcuni diventavano sacerdoti o monaci perché volevano dedicarsi interamente a Dio, altri invece miravano a ottenere prestigio, potere e ricchezza.
Spesso era la famiglia a decidere di mandare un figlio minore in un monastero o di farne un sacerdote, per evitare di dividere l’eredità, che passava al primogenito. Le ragazze erano messe in un monastero, perché la dote (cioè la somma di denaro) che si versava al monastero per accettare una ragazza, era inferiore a quella si spendeva per un matrimonio.
A capo della Chiesa vi era il papa, che spesso era scelto dalle famiglie nobili di Roma e dal 962 anche dall’imperatore. Il pontefice regnava su alcuni territori dell’Italia centrale, che gli erano stati dati dai re o dagli imperatori succedutisi nei secoli precedenti: avevano incominciato i Longobardi nel 728, avevano continuato i Franchi nel 756, spingendo i notai del papa a stendere un falso documento (detto Donazione di Costantino), con il quale si voleva giustificare il possesso di queste terre di fronte all’imperatore bizantino che le reclamava per sé.

Affresco del XIII secolo dal monastero dei Santi Quattro Coronati (Roma) sulla vita di papa 
Silvestro I; è stato interpretato anche come rappresentazione della Donazione di Costantino

Dal papa dipendeva tutto il clero: quello secolare (che viveva nel “secolo”, cioè nel mondo con le sue leggi) e quello regolare (che viveva nei monasteri, i quali avevano regole proprie diverse da quelle del “secolo”).
Il papa aveva un grande potere, perché nella società medievale la fede era molto forte. Se il papa scomunicava un uomo (cioè se diceva che quell’uomo non era un vero cristiano e lo escludeva di conseguenza dalla comunità dei fedeli), lo scomunicato veniva isolato da tutti: se era un nobile o un re, i suoi sudditi non erano più tenuti a ubbidirgli e ogni ribellione veniva giustificata.

Il papa Urbano II consacra l’altare della chiesa di Cluny (miniatura del XII secolo, Parigi, Biblioteca Nazionale); Cluny fu uno dei monasteri più importanti del Medioevo

I vescovi, a capo del clero secolare, erano nominati dai re o dall’imperatore e spesso ottenevano la loro carica pagando: ad esempio il conte Vilfredo di Cerdaña (in Spagna) acquistò per ognuno dei quattro figli minori una carica vescovile. La vendita di cariche religiose era detta simonia, da un personaggio della Bibbia, Simon mago, che aveva cercato di comprare da san Pietro il potere di trasmettere lo Spirito Santo. Si trattava di un fenomeno diffuso, ma molto criticato, perché coloro che diventavano vescovi in questo modo erano di solito interessati soprattutto ad acquisire ricchezza e potere e si occupavano poco di fede e religione.

La simonia di un abate, miniatura in un manoscritto trecentesco conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana

Dai vescovi dipendevano i sacerdoti, sia i parroci di campagna, spesso nominati dai signori feudali, sia quelli che esercitavano il loro compito nelle chiese di città.
I vescovi dell’Europa orientale rifiutavano di riconoscere l’autorità del papa e, dopo un lungo periodo di rapporti tesi, le Chiese d’Oriente, legate all’Impero Bizantino, si staccarono definitivamente da quella cattolica, dandosi il nome di Chiese ortodosse (scisma d’Oriente, 1054): il papa e il patriarca di Costantinopoli si scomunicarono a vicenda. Vi furono in seguito alcuni tentativi di superare lo scisma, ma essi fallirono, anche se le differenze tra la Chiesa cattolica e quella d’Oriente rimasero sempre ridotte. Una delle principali fu l’obbligo del celibato, imposto dalla Chiesa cattolica agli ecclesiastici e rifiutato dagli ortodossi.

Papa Leone IX, pontefice al tempo del Grande Scisma (o Scisma d’Oriente)

I monaci vivevano di solito nei monasteri, che erano maschili o femminili: solo molto di rado uno stesso monastero ospitava monaci e monache, in edifici separati.
Alcuni monasteri erano al centro di feudi, assegnati da imperatori, re o feudatari e spesso erano ricchi e potenti: molti signori infatti regalavano beni ai monasteri per guadagnarsi il paradiso e non di rado si facevano seppellire nel monastero che avevano creato o arricchito; altri donavano terre e ricchezze al monastero perché vi mandavano un figlio o una figlia, che spesso veniva posto a capo del monastero come abate o badessa.
Poiché i monasteri erano spesso ricchi e potenti, la carica di abate o badessa era molto importante: essa perciò veniva assegnata a monaci di famiglia nobile.

L’abbazia benedettina di Melk (Austria)

Quanto più un monastero era ricco, tanto più era un edificio grande e splendido: comprendeva una chiesa, a volte carica di opere d’arte; una sala capitolare dove i monaci si riunivano per pregare o per altre attività; i locali in cui dormivano, di solito suddivisi in celle, ossia piccola stanze, una per ogni monaco; gli edifici per specifiche attività, ad esempio la biblioteca, dove si studiava o si ricopiavano i manoscritti, oppure delle cantine, dove conservare vini e liquori di produzione propria; il refettorio dove si mangiava, accanto alla cucina; la foresteria, ossia la sala dove venivano ospitati visitatori e pellegrini; il chiostro, un giardino circondato da un porticato, che serviva come luogo di meditazione. Inoltre, come in un castello, potevano esserci una cinta muraria e dei cortili interni, con il pozzo per l’acqua, uno spazio per l’allevamento di alcuni animali, l’orto e così via.

Alcuni monaci mentre si occupano dei manoscritti della loro biblioteca (miniatura dal De Universo 
di Rabano Mauro, 1023)

Gli ultimi secoli dell’Alto Medioevo furono un periodo di crisi per la Chiesa, che veniva molto criticata per il comportamento dei suoi membri. Non era raro che sacerdoti e vescovi trascurassero la cura delle anime per arricchirsi e vivere nel lusso, non seguendo l’insegnamento di Cristo. Altri accettavano denaro per comportarsi in modo contrario al loro dovere (corruzione) e favorivano i propri parenti (nepotismo). Molto comune era il convivere con donne (concubinato): alcuni preti erano persino sposati, anche se la Chiesa proibiva loro il matrimonio. Un altro problema era costituito dall’ignoranza del basso clero, cioè i sacerdoti di livello inferiore, soprattutto i parroci di campagna.
Dopo il X secolo si cercò di rinnovare profondamente le abitudini degli ecclesiastici, i quali, da parte loro, cercarono di assumere atteggiamenti più positivi all’interno della società; per esempio condannando la violenza delle guerre, come avvenne nel 1054 con il concilio di Narbona (Francia), il quale affermò solennemente che chi uccide un cristiano versa il sangue di Cristo. La Chiesa cercò anche (ma spesso inutilmente) di frenare la violenza dei nobili, imponendo le cosiddette tregue di Dio, ossia dei periodi in cui era proibito combattere: le feste solenni, ad esempio, o le domeniche, che poi si allargarono a comprendere il periodo dal giovedì sera al lunedì mattina.

L’abbazia di Fontevraud (Francia): dal 1115, quando il suo fondatore Roberto d’Arbrissel la consegnò alla badessa Petronilla, fu abitata da una comunità mista di uomini e donne

AI MARGINI DELLA SOCIETÀ

Se nel suo insieme la società feudale era una società chiusa, in cui ognuno aveva un suo posto preciso e dipendeva da altri che limitavano fortemente la sua libertà, vi erano però anche individui, che non avevano un posto fisso all’interno della società e che per questo venivano spesso disprezzati o temuti, ma che nello stesso tempo avevano una maggiore libertà.
Ad esempio i girovaghi, cioè persone che si spostavano da un luogo ad un altro. Compagnie di attori, giocolieri, saltimbanchi, burattinai portavano tra villaggi e castelli vari tipi di spettacoli per divertire il pubblico dei contadini o dei nobili.

Un flautista e un giocoliere in una miniatura del Basso Medioevo

Anche poeti e musicisti trovavano ospitalità nei castelli, dove rimanevano per un periodo più o meno lungo, in base alla generosità del signore, e scrivevano poesie e canzoni in suo onore.
I giovano nobili spesso viaggiavano per lunghi periodi, partecipando a tornei e guerre, in cui speravano di ottenere un ricco bottino. Per i figli minori dei grandi feudatari e per i piccoli feudatari questo periodo di vita errante poteva durare molto a lungo, fino a che non trovavano una ricca ereditiera da sposare o non si mettevano al servizio di un altro signore. Spesso questi cavalieri vivevano di saccheggi, comportandosi in modo non molto diverso dai briganti; la Chiesa cercò di eliminare almeno in parte questi comportamenti, dirigendo l’azione dei cavalieri in favore dei deboli e contro i musulmani.
Girovaghi erano anche alcuni mercanti ambulanti, che passavano da un paese all’altro, vendendo merci di ogni tipo. Spesso costoro erano l’unica fonte di notizie e di curiosità che potesse arrivare in uno sperduto villaggio medievale.

Un mercante ambulante

Le foreste che coprivano gran parte dell’Europa offrivano un rifugio ai briganti, che ne uscivano per assalire i villaggi e i viaggiatori. Essi erano spesso contadini che si erano allontanati dal feudo per sfuggire alla fame e alla miseria, per evitare punizioni, per spirito ribelle o per desiderio di libertà.
Inizialmente bandito significava solo “messo al bando”: si trattava di una punizione molto frequente nel mondo germanico, che consisteva nell’allontanare dalla società una persona per i motivi più diversi sgradita. La messa al bando isolava completamente chi ne era colpito: nessuno poteva accoglierlo, soccorrerlo, nutrirlo e i suoi beni venivano distrutti o sequestrati. Il bandito si trovava perciò costretto a vagabondare lontano dai villaggi, vivendo di caccia nelle foreste; considerato come un lupo, se veniva catturato la sua testa poteva essere esposta nella pubblica piazza, proprio come avveniva con i lupi uccisi in una battuta di caccia. Non era raro che queste persone, escluse da tutti, diventassero briganti e assalissero coloro che attraversavano le foreste per ucciderli e impadronirsi dei loro beni: perciò la parola bandito, che in origine significava soltanto “messo al bando”, passò a indicare in diverse lingue un brigante.

Alcuni briganti aggrediscono un viandante (miniatura del XII secolo)

Nelle foreste vivevano anche i monaci eremiti, che avevano scelto di vivere isolati. Alcuni di questi monaci erano molto venerati dal popolo, perché considerati santi, ma la Chiesa diffidava di loro, perché sfuggivano al suo controllo.
Accanto a quelli che sceglievano di isolarsi dai luoghi abitati, vi erano coloro che erano costretti a starne lontano, per esempio i lebbrosi, dai quali si temeva il contagio della loro malattia. I lebbrosi in un primo tempo andavano spostandosi e chiedendo l’elemosina; quando arrivavano in un paese dovevano avvisare del loro arrivo suonando uno strumento di legno, chiamato crepitacolo (una specie di campanella che, scossa, produceva un certo suono), affinché la gente lasciasse l’elemosina senza avvicinarsi al malato. Dall’XI secolo in poi essi vennero rinchiusi in lebbrosari (o lazzaretti), costruiti forse perché il numero dei malati andava aumentando: alla fine del Duecento in tutta Europa ne erano stati costruiti circa 19.000.

Due lebbrosi (uno dei quali suona il crepitacolo) vengono fermati da un guardiano alla porta di una città

Un gruppo a parte era costituito dagli ebrei, comunque numerosi pur in una Europa sostanzialmente cristiana; le loro comunità avevano spesso una certa autonomia ed essi potevano vivere secondo le loro usanze e leggi.
La Chiesa invitava i cristiani a non frequentare gli ebrei, perché temeva che alcuni potessero convertirsi, come successe al confessore dell’imperatore Ludovico il Pio, che si fece ebreo.

Ebrei ritratti come creature del diavolo in un’Apocalisse del 1260 (Londra, Lambeth Palace Library)



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