Canti dell'antifascismo e della Resistenza

PARTE 1: CANTI ANTIFASCISTI

In Italia l’antifascismo (ossia l’opposizione all’ideologia fascista e al regime di Mussolini) ha raggiunto il suo massimo grado di attività durante la Seconda guerra mondiale, con la resistenza messa in atto dalle formazioni partigiane contro il regime di Salò e gli occupanti nazisti, dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945. Non è trascurabile, comunque, l’antifascismo di stampo paramilitare che si sviluppò dopo la Grande Guerra, dal ’19 in poi, e culminò nella formazione degli Arditi del Popolo, figliazione antifascista degli Arditi d’Italia. Se gli Arditi d’Italia aderirono in maggioranza al fascismo, il gruppo degli Arditi del Popolo (formatosi nel 1921 a Roma) raccolse le forze antifasciste degli anarchici, dei comunisti e dei socialisti, che organizzarono una serie di azioni antifasciste, come la cosiddetta difesa di Parma del 1922.
Notevole impulso ideologico venne dato all’antifascismo dall’omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti, nel 1924; il nostro percorso musicale incomincia proprio da qui.

MATTEOTTI, MATTEOTTI
Non conosco l’origine di questo canto; circola in rete cantato da Palma Facchetti, una cantante folk bergamasca.

Matteotti, Matteotti
Grande martire d’Italia
Mussolin coi gambe in aria
Lo faremo fucilare
Mussolini traditore
Che all’Italia fa terrore
Matteotti uomo d’onore
Lo faremo incoronar
Matteotti uomo d’onore
Che a tutto a tutto voleva rimediar.

Ritratto di Giacomo Matteotti giovane


Ascolta il brano:


CANTA DI MATTEOTTI
Scritta da uno sconosciuto nel 1924.

Or, se ad ascoltar mi state,
canto il delitto di quei galeotti
che con gran rabbia vollero trucidare
il deputato Giacomo Matteotti.
Erano tanti:
Viola Rossi e Dumin,
il capo della banda
Benito Mussolin.
Dopo che Matteotti avean trovato,
mentre che stava andando al Parlamento,
venne su d’una macchina caricato
da quegli ignobili della banda nera.
In mezzo a un bosco
fu trasportato là
e quei vili aguzzini
gli disser con furor:
«Perché tu il fascismo hai sempre odiato,
ora dovrai morir qui sull'istante»
e dopo averlo a torto bastonato
di pugnalate gliene dieder tante.
Così, per mano
di quei vili traditor,
moriva Matteotti,
capo dei lavorator.

Il ritrovamento del cadavere di Giacomo Matteotti

Ascolta il brano:
 


SORGE UN GRIDO D’ORRORE

Sorge un grido di orrore
Scosse il mondo più civile
Un delitto rende vile
Il fascismo si macchiò
Come carne da macello
Matteotti fu scannato
Il gran martire s’è immolato
Per la nostra libertà.
Fier vendetta noi faremo
Del fascismo oppressor
Nel suo sangue affogheremo
Contro i vili, contro i vili traditor.
Matteotti dalla tomba
Ci segnala gli assassini
E ci dice di Mussolini
Far vendetta e non pietà
La vendetta la faremo
Con l’unione dei fratelli
Vendicheremo quei ribelli
Trucidati con furor.

Matteotti con altri deputati socialisti

Ascolta il brano:


BATTAGLIONI DEL DUCE
Sull’aria di “Battaglioni M”.

Battaglioni del duce, battaglioni
son formati da avanzi di galera,
hanno indossato una camicia nera
e un distintivo per poter rubar.
Attenti cittadini al portafoglio
che, se non altro, ve lo fan saltar!

Farabutti! Delinquenti!
Il peggior della malavita
la vedrete riunita
quando passa il battaglion!

Han firmato un patto criminale
hanno giurato di vincere o morire,
non hanno vinto perciò dovran perire:
di quella gente non aver pietà!
Li ammazzeremo tutti come cani,
libereremo così l'umanità!

Delinquenti! Farabutti!
Il peggior della malavita
la vedrete riunita
se vedrete i battaglion!

Battaglioni M nel 1942 a Trastevere

Ascolta il brano:


CANZONE DELL’8 SETTEMBRE
Diffuso su tutta la dorsale appenninica, il canto è stato composto e diffuso da ex-prigionieri reduci dai campi di concentramento nazisti, dove molti nostri connazionali furono deportati dopo l’otto settembre 1943, data in cui fu firmato l’armistizio tra l’Italia e le Nazioni Unite. L’aria è quella della nota ballata Un bel giorno andando in Francia.

L’otto settembre fu la data,
l’armistizio fu firmato,
mi credevo congedato
ed alla mamma ritornò.

Al giorno poi fu fallito
quel bel sogno lusinghiero,
mi han fatto prigioniero
ed in Germania ritornò.

Lunghi son quei tristi giorni
di tristezza e patimenti.
Siam rivati a tanti stenti
che in Italia tornerò.

Disegno di Natale Borsetti, capitano degli alpini che dopo l’8 settembre 1943 fu rinchiuso in vari campi di concentramento in Germania e in Polonia; la stessa sorte toccò ad altri 650.000 soldati che si rifiutarono di servire la Repubblica Sociale Italiana

Ascolta il brano:


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Mentre il fascismo costruisce il suo regime, i partiti e i gruppi antifascisti messi fuori della legalità dalle leggi del ’26 sono costretti all’esilio o alla clandestinità. Per molto tempo, l’antifascismo è costituito da gruppi ristretti, da piccole minoranze che sfidano la repressione poliziesca, se lavorano all’interno, e tutte le difficoltà dell’esilio, se operano all’estero.
I movimenti liberale e cattolico, salvo piccoli gruppi, confidano nella caduta del fascismo e, nell’attesa, sviluppano un’attività prevalentemente culturale in difesa di certi principi ideali e di preparazione di gruppi dirigenti. Sono antifascisti uomini appartenenti alla tradizione liberale come Benedetto Croce, Luigi Albertini (direttore del quotidiano "Corriere della Sera" dal 1900 al 1925), Giovanni Giolitti, Francesco Saverio Nitti. Essi in un primo momento avevano guardato con simpatia al fascismo ma poi ne avevano condannato l’autoritarismo. Un posto di riguardo ha il filosofo Benedetto Croce. La sua opposizione è soprattutto di carattere morale e intellettuale ed è forse per questo che viene tollerata dal regime.
Accanto ai liberali operano le forze di ispirazione democratica. Essi sostengono che solo la collaborazione tra la classe operaia e la borghesia può sconfiggere il fascismo. Principali esponenti sono Giovanni Amendola, Piero Gobetti, Gaetano Salvemini, un illustre professore universitario di storia che, pur di non giurare fedeltà al partito fascista, si dimette dall’insegnamento.
Antifascisti furono anche alcuni esponenti del disciolto Partito Popolare che Mussolini aveva dichiarato illegale come illegali erano tutti gli altri partiti, ad eccezione di quello fascista. Il fondatore, don Luigi Sturzo e Alcide De Gasperi, un altro rappresentante del partito, furono costretti all’esilio. Proprio De Gasperi sarà protagonista nella guerra di liberazione e diventerà un importante statista nell’Italia del secondo dopoguerra.
Un ruolo di primo piano nella lotta antifascista viene svolto, infine, da esponenti del Partito socialista come Filippo Turati, Sandro Pertini e Pietro Nenni; e del Partito comunista come Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti. In particolare Gramsci viene fatto arrestare da Mussolini nel 1926. Resterà in carcere fino al 1937, l’anno della sua morte. In questi lunghi anni scrive i "Quaderni del carcere", l’opera più importante dell’antifascismo italiano.  "Il peggiore guaio della mia vita attuale - annota Gramsci - è la noia. Queste giornate sempre uguali, queste ore e questi minuti che si succedono con la monotonia di uno stillicidio hanno finito per corrodermi i nervi. Almeno i primi tre mesi dopo l’arresto furono movimentati: sballottato da un estremo all’altro della penisola, sia pure con molte sofferenze fisiche, non avevo tempo di annoiarmi. Sempre nuovi spettacoli da osservare, nuovi posti da vedere: davvero mi pareva di vivere in una novella fantastica. Ma ormai è più di un anno che sono fermo a Milano. In carcere posso leggere ma non posso studiare perché non mi è stato concesso di avere carta e penna a mia disposizione, solo fogli contati per la corrispondenza, che è la mia sola distrazione. Il mio incarceramento è un episodio di lotta politica che si continuerà a combattere in Italia chissà per quanto tempo ancora. Io sono rimasto preso così come durante la guerra si poteva cadere prigionieri del nemico, sapendo che questo poteva venire e che poteva avvenire anche di peggio".
I due partiti socialisti (poi unificati), il partito comunista, quello repubblicano e altri gruppi democratici si organizzano all’estero e svolgono un lavoro clandestino in Italia.
Il 3 gennaio 1925 l’idea che la lotta antifascista debba essere combattuta al di fuori della legalità – decisa dalla dittatura – viene lanciata da “Non mollare”, primo giornale clandestino che nasce a Firenze per iniziativa di Salvemini, Carlo e Nello Rosselli, Ernesto Rossi e altri.

Da sinistra in alto e in senso orario: Benedetto Croce, Gaetano Salvemini, Alcide De Gasperi, Antonio Gramsci, Pietro Nenni e Filippo Turati
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CARA MAMMA SONO CARCERATO
Come puoi capire ascoltando questo canto, si tratta di una registrazione effettuata da qualche studioso di canzoni popolari, che ha intervistato un testimone dei fatti accaduti.

Cara mamma sono carcerato
Dai fascisti gettato in una prigion
Notte e giorno penso a quel passato
Speso tutto in difesa dell’onor
Qui si langue, sì,
si mangia una volta al dì,
dimagriremo come tanti baccalà.
Moriremo? No! Moriremo? No!
La vittoria sarà di un solo color
rosso amor,
la bandiera di noi partigiani
e la russa con falce e martel;
la promessa d’un prossimo domani
che pel mondo sarà fiorente e bel.
Moriremo? No! Vinceremo? Sì

Ascolta il brano:

PARTE 2: CANTI PARTIGIANI (prima parte)
In questa prima parte trovi canti partigiani interpretati in epoche diverse, da singoli cantanti o da gruppi, con accompagnamento musicale.

BELLA CIAO
Considerata la canzone partigiana per eccellenza, Bella ciao ha in realtà una storia assai complessa e non ancora definitiva. Su Wikipedia troviamo questo articolo a proposito di questa canzone:
«È ritenuta una canzone cantata dai simpatizzanti del movimento partigiano durante la Resistenza, in piena seconda guerra mondiale, quando si combatteva contro le truppe fasciste e naziste: vi sono fonti che sostengono invece che le parole della canzone furono create appositamente per un Congresso dei "Partigiani della pace" a Praga, a guerra ampiamente finita. La musica viene fatta risalire alla melodia di un canto ottocentesco delle mondine padane, ma l’identificazione non è certa. In realtà questa canzone raggiunse una grande diffusione solo dopo la guerra, negli anni sessanta. In particolare, la sua diffusione si deve forse a Gaber, Monti e Margot, che la cantarono nella trasmissione televisiva "Canzoniere Minimo". Oggi è molto diffusa tra i movimenti di resistenza in tutto il mondo, dove è stata portata da molti militanti italiani (ad esempio è cantata da molte comunità zapatiste in Chiapas).
Il testo si rifà alla canzone popolare centroitalica "Fior di tomba". La musica proviene da una più vecchia filastrocca per bambini, la quale si rifà a una canzone popolare chiamata "La ballata della bevanda soporifera". L’autore della lirica è ignoto.»
In realtà le cose sono ancora più complesse e, probabilmente, non si riuscirà mai a sapere la vera storia di questa canzone, se non ci è riuscito nemmeno l’etnomusicologo Cesare Bermani, che, tra le tante iniziative di cui è responsabile, ha scritto anche un libro su questa ed altre canzoni popolari. In breve, si deduce dal libro di Bermani che negli anni Sessanta Bella ciao (una canzone cantata durante la Resistenza da sparse formazioni emiliane e da membri delle truppe regolari durante l’avanzata finale nell’Italia centrale) viene sempre più frequentemente preferita nelle manifestazioni commemorative dei partigiani a Fischia il vento, canto di larghissima diffusione fra tutte le formazioni partigiane, riconosciuto nell’immediato dopoguerra come l’inno della Resistenza. Fischia il vento ha il "difetto" di essere basata su una melodia russa, di contenere espliciti riferimenti socialcomunisti ("il sol dell’avvenir"), di essere stata cantata soprattutto dai garibaldini. Bella ciao è più "corretta", politicamente e perfino culturalmente, anche se molti partigiani del Nord non la conoscevano nemmeno. Era poi un canto delle mondine, no? No. Nel maggio del 1965 arriva una lettera all’Unità, il quotidiano del Partito Comunista Italiano. La scrive un certo Vasco Scansani, che dice di essere lui l’autore della Bella ciao delle mondine, e di averla scritta nel 1951, basandosi sulla versione partigiana. La notizia fa partire un nuovo studio su questa canzone: si individuano tracce di Bella ciao in vari canti popolari, non si esclude che facesse parte anche del repertorio delle mondine. Ma nel 1974 salta fuori un altro preteso autore di Bella ciao, ma di una versione del 1934: è Rinaldo Salvadori, ex carabiniere, che avrebbe scritto una canzone, La risaia, per amore di una ragazza marsigliese che andava anche a fare la mondina. Il testo, con versi come "e tante genti che passeranno" e "bella ciao", glielo avrebbe messo a posto Giuseppe Rastelli (futuro autore della nota canzonetta Papaveri e papere), e la Siae dell’epoca fascista ne avrebbe rifiutato il deposito.
Comunque sia, la canzone è universalmente nota; puoi ascoltarla cantata dal Coro dell’Armata Rossa, cliccando qui sotto (il testo è leggermente diverso da quello “ufficiale”).

E stamattina mi sono alzato
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
stamattina mi sono alzato
e ho incontrato l'invasor.
Partigiano, portami via
bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
partigiano, portami via
che mi sento di morir.
E se morissi da partigiano
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
se morissi da partigiano
tu mi devi seppellir.
Seppellire sulla montagna
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
seppellire sulla montagna
sotto l'ombra di un bel fior.
E tutti quelli che passeranno
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
tutti quelli che passeranno
grideranno: che bel fior!
Il più bel fiore del partigiano
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
il più bel fiore del partigiano
morto per la libertà.

Ascolta il brano:

Partigiani in montagna

FISCHIA IL VENTO
Questa canzone, che per molti è ancora l’inno ufficiale della Resistenza italiana, venne scritta dal medico Felice Cascione sulla melodia di Katjusha, una ballata russa molto nota durante la guerra.
Felice Cascione era nato ad Imperia il 2 maggio 1918 e divenne un attivo antifascista nel 1940; finì in carcere, ma, liberato prima dell’armistizio, dopo l’8 settembre, raccolto con sé un piccolo numero di giovani, organizzò la prima banda partigiana dell’Imperiese. Tra i partigiani che si raccolgono con lui c’è anche Giacomo Sibilla, detto “Ivan”, che si è portato sui monti la chitarra. «Non abbiamo una bandiera, ci vorrebbe almeno una canzone», gli dice Cascione; così cominciano a provare. Tra le musiche suggerite c’è anche il verdiano Va’ pensiero, ma non convince: meglio la melodia russa di Katjusha e alla fine nasce Fischia il vento.
Le azioni vittoriose contro gli occupanti e contro i fascisti si alternavano all’assistenza che quel giovane medico – "bello e vigoroso come un greco antico", com’ebbe a descriverlo Alessandro Natta – prestava ai montanari delle valli da Albenga ad Ormea.
Fu proprio la sua generosità di medico a tradire Cascione. In uno scontro con i fascisti, in quella che si ricorderà come "la battaglia di Montegrazie", i partigiani catturano un tenente (tal Michele Dogliotti) e un milite della Brigate nere. I due prigionieri rappresentano un impaccio e, dopo un sommario processo, si decide di eliminarli. Interviene Cascione: «Ho studiato venti anni per salvare la vita di un uomo e ora voi volete che io permetta di uccidere? Teniamoli con noi e cerchiamo di fargli capire». Così i due fascisti seguono la banda in tutti i suoi spostamenti. Cascione si prende particolarmente cura di Dogliotti, che è piuttosto malandato, e divide con lui le coperte, il rancio, le sigarette. A chi diffida e tenta di metterlo sull’avviso replica: «Non è colpa di Dogliotti, se non ha avuto una madre che l’abbia saputo educare alla libertà».
Passa circa un mese e il brigatista nero fugge. Pochi giorni dopo, Dogliotti guida alcune centinaia di nazifascisti verso le alture intorno ad Ormea, che sa occupate da unità garibaldine. All’alba la battaglia divampa. Cascione, con i suoi, tenta un colpo di mano per rifornirsi di munizioni. Il tentativo fallisce e lui, gravemente ferito, rifiuta ogni soccorso e tenta di coprire il ripiegamento dei suoi uomini. Ma due di loro non se la sentono di abbandonarlo e tornano indietro: Emiliano Mercati e Giuseppe Castellucci incappano nei fascisti. Mercati sfugge alla cattura; Castellucci, ferito, è selvaggiamente torturato perché dica dov’è il comandante. Cascione, quasi agonizzante, sente i lamenti del suo uomo seviziato, si solleva da terra e urla: "Il capo sono io!". Viene crivellato di colpi: è il 27 gennaio 1944.

Fischia il vento, urla la bufera,
scarpe rotte eppur bisogna andar,
a conquistare la rossa primavera
dove sorge il sol dell'avvenir,
a conquistare la rossa primavera
dove sorge il sol dell'avvenir.
Ogni contrada è patria del ribelle
ogni donna a lui dona un sospir,
nella notte lo guidano le stelle,
forte il cuore e il braccio nel colpir,
nella notte lo guidano le stelle,
forte il cuore e il braccio nel colpir.
Se ci coglie la crudele morte
dura vendetta verrà dal partigian;
ormai sicura è già la dura sorte
del fascista vile traditor,
ormai sicura è già la dura sorte
del fascista vile traditor.
Cessa il vento, calma è la bufera,
torna a casa il fiero partigian,
sventolando la rossa sua bandiera:
vittoriosi e alfin liberi siam.
Sventolando la rossa sua bandiera:
vittoriosi e alfin liberi siam.

Ascolta il brano:

La copertina di un libro dedicato a Felice Cascione

COL PARABELLO IN SPALLA  
Cantato soprattutto nel Veneto, in Liguria e in Piemonte, non se ne conosce l'autore, ma è ispirato al componimento alpino Col fucile sulle spalle. È possibile però ipotizzare un'ascendenza più antica, probabilmente risorgimentale. Le bombe "scippe" citate nel testo erano ordigni in uso nella prima guerra mondiale prodotti dalla SIPPE (Società Italiana Per Prodotti Esplosivi).

Col parabello in spalla caricato a palla
sempre bene armato paura non ho
quando avrò vinto quando avrò vinto
col parabello in spalla caricato a palla
sempre bene armato paura non ho
quando avrò vinto ritornerò
E allora il capobanda giunto alla pattuglia sempre bene armato
mi vuol salutare e poi mi disse e poi mi disse
e allora il capobanda giunto alla pattuglia sempre bene armato
mi vuol salutare e poi mi disse i fascisti son là
E a colpi disperati mezzi massacrati dalle bombe scippe
i fascisti sparivan gridando “ribelli” gridando “ribelli”
e a colpi disperati mezzi massacrati dalle bombe scippe
i fascisti sparivan
gridando "ribelli abbiate pietà ".

Ascolta il brano:

Partigiani sul Monte Zebio

PIETÀ L'È MORTA  
È un’altra delle più conosciute canzoni della Resistenza. Le parole sono di Nuto Revelli, scritte nel 1944. L’aria è quella del Ponte di Perati, altra celebre canzone che racconta il dramma degli alpini della Julia in Grecia.

Lassù sulle montagne bandiera nera:
è morto un partigiano nel far la guerra.
È morto un partigiano nel far la guerra,
un altro italiano va sotto terra.
Laggiù sotto terra trova un alpino,
caduto nella Russia con il Cervino (1)
Ma prima di morire ha ancor pregato:
che Dio maledica quell'alleato!
Che Dio maledica chi ci ha tradito
lasciandoci sul Don e poi è fuggito.
Tedeschi traditori, l'alpino è morto
ma un altro combattente oggi è risorto.
Combatte il partigiano la sua battaglia:
tedeschi e fascisti, fuori d'Italia!
Tedeschi e fascisti, fuori d'Italia!
Gridiamo a tutta forza: Pietà l'è morta!

(1) Cervino = il Battaglione Alpini “Monte Cervino”. Nella campagna di Russia il "Monte Cervino" combatté nelle più disparate e disperate condizioni, aggregato ora alla Julia, ora a reparti tedeschi. Con questi ultimi, durante uno scontro con i carri russi, i cervinotti, toltisi gli sci, balzano sui carri tedeschi e a raffiche di mitra e bombe a mano disperdono la fanteria russa.
Ad azione conclusa, i tedeschi escono dalle torrette per applaudirli e cercano il comandante: lo trovano morto, bocconi sulla neve sporca. Le croci della Wermacht arrivano a manciate, mentre sulla steppa si moltiplicano le croci di sci spezzati. Il reparto rimase in Russia per un anno: nel gennaio 1943 i superstiti dei "satanas bieli", i diavoli bianchi, come li chiamavano i russi, ruppero l’ultimo cerchio della sacca che stava per chiudersi e rientrarono in Italia: partiti in 600, rientrarono in 226. In rapporto alla forza, il "Monte Cervino" fu il reparto più decorato del 2° conflitto mondiale: 4 Medaglie d’Oro, 43 d’Argento, 69 di Bronzo, 81 Croci di guerra.


Ascolta il brano:

QUEI BRIGANTI NERI
Canto popolare del 1944.

Da quei briganti neri fui catturato,
e in una cella oscura fui portato.
Potete pure mettermi
in una cella oscura,
io sono un partigiano,
non ho paura.

Quel dì che m’han portato alla tortura
m’han detto se conosco i miei compagni.
Sì, sì che li conosco,
ma non dirò chi sia;
io sono un partigiano,
non una spia.

Un giorno m’han portato in tribunale,
m’han detto se conosco ‘sto pugnale;
sì, sì che lo conosco,
ha il manico rotondo,
nel cuore del fascista
ce lo piantai a fondo.

La povera mia mamma piangeva forte,
vedendo il suo partigiano andare a morte,
o mamma mia non piangere
per la mia triste sorte,
piuttosto di parlare
vado alla morte.

Ploton d’esecuzione già schierato
col tenentino pronto sull’attenti;
là si è sentito i colpi,
i colpi di mitraglia;
un partigian l’è morto,
l’è morto per l’Italia;
là si è sentito i colpi,
i colpi di mitraglia;
hanno lanciato un grido:
viva la Resistenza!

Ascolta il brano:

IL BERSAGLIERE HA CENTO PENNE
Le parole sono state scritte da uno sconosciuto nel 1944, sull’aria di un noto canto alpino della Prima guerra mondiale.

Il bersagliere ha cento penne
e l’alpino ne ha una sola;
il partigiano ne ha nessuna,
ma sta sui monti a guerreggiar.

Là sui monti vien giù la neve
la bufera dell’inverno,
ma se venisse anche l’inferno
il partigian riman lassù.

Quando poi ferito cade,
non piangetelo dentro al cuore,
perché se libero un uomo muore
che cosa importa di morir?

Ascolta il brano:

DALLE BELLE CITTÀ (o I RIBELLI DELLA MONTAGNA)
Venne composta nel marzo del 1944 sull’Appennino ligure-piemontese, nella zona del Monte Tobbio, dai partigiani del 5° distaccamento della III Brigata Garibaldi "Liguria" dislocati alla cascina Grilla con il comandante Emilio Casalini "Cini". Non è certo che l’autore sia una singola persona; alcuni dicono un tale Carlo Pastorino, altri Emilio Casalini.

Dalle belle città date al nemico
fuggimmo un dì su per l'arida montagna
cercando libertà fra rupe e rupe
contro la schiavitù del suol tradito.
Lasciammo case, scuole ed officine
mutammo in caserme le vecchie cascine
armammo le mani di bombe e mitraglia
temprammo i muscoli e il cuore in battaglia.
Siamo i ribelli della montagna
viviam di stenti e di patimenti,
ma quella fede che ci accompagna
sarà la legge dell'avvenir.
Di giustizia è la nostra disciplina
libertà è l’idea che ci avvicina
rosso sangue il color della bandiera
partigiana è la forte e ardente schiera. 
Per le strade dal nemico assediate
lasciammo talvolta le carni straziate
sentimmo l'ardor della grande riscossa
sentimmo l'amor per la patria nostra.
Siamo i ribelli della montagna
viviam di stenti e di patimenti,
ma quella fede che ci accompagna
sarà la legge dell'avvenir.

Ascolta il brano:

Partigiani in armi

MARCIAM, MARCIAM!
Era il canto della formazione ossolana comandata da Filippo Beltrami (noto come "il Capitano") e le parole sarebbero dovute ad Antonio Di Dio, che si ispirò ad una preesistente canzone dei bersaglieri. Aristide Marchetti narra di averlo ascoltato per la prima volta il 23 dicembre del ’43, allorché il gruppo dei fratelli Di Dio si fuse con quello di Beltrami, dando così vita alla brigata Patrioti Val Strona; ecco le sue parole: «Il 23 dicembre avvenne l’incontro, cordialissimo, festante. Gli uomini di Di Dio vengono avanti cantando un inno bersaglieresco. È un motivo bellissimo. Non altrettanto le parole che Antonio mi mostra, scarabocchiate a matita su un foglio. Sono sue. "Marciar, marciar..." leggo sottovoce canticchiando. Esprimo il mio parere. Sorride. "Non è la veste che conta", mi dice. Ridiamo insieme. Ormai amicizia è fatta». Il gruppo di Beltrami fu quasi completamente annientato nella battaglia di Megolo del 13 febbraio 1944 e in quell’occasione caddero lo stesso Beltrami e il Di Dio. In seguito il canto è divenuto patrimonio comune di tutte le formazioni che operavano nell’Ossola, in Valsesia e nel Biellese e ha subito varie commistioni fondendosi con altri componimenti.

E sotto il Sole ardente
con passo accelerato
cammina il partigiano
con lo zaino affardellato,
cammina il partigiano
che stanco mai si sente,
cammina allegramente
con gioia e con ardor.
Marciam marciam
marciam ci batte il cuore
s'accende la fiamma
la fiamma dell'amore.
S'accende la fiamma
la fiamma dell'amore
quando vedi un partigian passar.
Non c'è tenente né capitano
né colonnello né generale
questa è la marcia dell'ideal,
dell'ideal;
un partigiano vorrei sposar.


Ascolta il brano:



CON LA GUERRIGLIA
Autore sconosciuto.

E noi farem del mondo un baluardo
Sapremo rider e disprezzar la vita
Per noi risorgerà la nuova Italia
Con la guerriglia.
Per le vittime nostre invendicate
Per liberar l'oppressa nostra gente
Ritorna sempre invitto nella lotta
Il patriota.
Il nostro grido è libertà o morte
Sull’aspro monte ci siam fatti lupi
Al piano scenderem per la battaglia
Per la vittoria.
Famelici di pace e di giustizia
Annienterem fascismo e tiranni
Rossi di sangue e carichi di gloria
Nel fior degli anni.
Ai nostri morti scaverem la fossa
Sulle rupestri cime sarà posta
Per noi risorgerà la nuova Italia
Con la guerriglia.

Ascolta il brano:


CANTO PARTIGIANO
Canzone delle Fiamme Verdi bresciane che va intonata sull’aria del canto alpino “Noi della Val Camonica”. Il testo è di autore ignoto, ovvero, anche in questo caso, frutto di un’elaborazione collettiva. La Val Camonica è stata teatro di lunghi scontri fra le forze tedesche e la divisione Fiamme Verdi Tito Speri, comandata dal capitano degli alpini Romolo Romagnoli.

Noi della Valcamonica discenderemo al pian
non più la fisarmonica ma il mitra fra le man
E su e giù per la Valcamonica non si sente, non si sente
e su e giù per la Valcamonica non si sente che sparar.

Ricordi Ninetta quel mese d'Aprile?
La luna, le stelle parlavan d'amor
oh che bel fior, oh che bel fior
la luna, le stelle parlavan d'amor.
E su e giù per la Valcamonica non si sente, non si sente
e su e giù per la Valcamonica non si sente che sparar.
Li vogliam fuori, quei traditori!
Noi li vogliam cacciar!
Oh mia morosa, ti farò sposa sol se li vincerò!
Senza fascisti ritroveremo la bella libertà,
oh mia morosa, ti farò sposa sol se li vincerò!
E su e giù per la Valcamonica non si sente, non si sente
e su e giù per la Valcamonica non si sente che sparar.

Ascolta il brano:

LÀ SU QUEI MONTI
Canto delle brigate Giustizia e Libertà che operavano nella pianura cuneese, esso tuttavia era diffuso in tutto il Nord Italia. Anche in questo caso la melodia di ispirazione è Là sul Cervino, ovvero Vinassa, vinassa, mentre le parole sono dovute all’avvocato Faustino Dalmazzo, comandante della XX e della XXI brigata Giustizia e Libertà.

Là su quei monti fuma la grangia (1)
dove s'arrangia, dove s'arrangia
Là su quei monti fuma la grangia
dove s'arrangia il partigian.
Il partigiano, l'arma alla mano,
guarda lontano, guarda lontano
con la certezza che porterà
giustizia, giustizia e libertà.

Là su quei monti stanno sparando,
la c'è il comando, la c'è il comando
Là su quei monti stanno sparando,
la c'è il comando dei partigian.
Il partigiano, l'arma alla mano,
guarda lontano, guarda lontano
con la certezza che porterà
giustizia, giustizia e libertà.

Là su quei monti le stelle alpine
crescon vicine, crescon vicine
là su quei monti le stelle alpine
crescon vicine ai partigian.
Il partigiano, l'arma alla mano,
guarda lontano, guarda lontano
con la certezza che porterà
giustizia, giustizia e libertà.

Là su quei monti, sotto a quei fiori
stanno i migliori, stanno i migliori,
là su quei monti, sotto a quei fiori
stanno i migliori dei partigian!

(1) grangia = granaio: deriva da un antico termine di origine francese, granche = granaio, e indica una struttura edilizia originariamente utilizzata per la conservazione del grano e delle sementi ma, più estesamente, può anche definire il complesso di edifici costituenti un’antica azienda agricola. Ancora oggi è possibile trovare delle grange più o meno conservate in tutta l’area occitana (Italia nord-occidentale, Francia meridionale, area pirenaica).

Ascolta il brano:

LA BRIGATA GARIBALDI
Composto collettivamente da un gruppo di partigiani a Castagneto di Ramisèto nella primavera del 1944 sull’aria di una vecchia marcia fascista cantata durante la guerra di Spagna (ma la cui origine più antica potrebbe essere ottocentesca e garibaldina), è considerato l’inno quasi ufficiale delle brigate garibaldine della provincia di Reggio Emilia.
Le brigate d’assalto "Garibaldi" furono, durante la resistenza italiana, formazioni partigiane legate al Partito Comunista Italiano (PCI). Nell’ambito delle forze militari della resistenza, le brigate Garibaldi costituivano il gruppo più numeroso e organizzato; responsabile delle brigate Garibaldi era Luigi Longo, in seguito segretario del PCI.
Alla fine ufficiale della guerra gli alleati e il C.L.N. ordinarono la consegna delle armi e lo scioglimento delle unità partigiane: le Brigate Garibaldi non obbedirono in misura omogenea a questi ordini. Per alcuni elementi la guerra continuò, con un accentuato contenuto sociale e di classe. Questa prosecuzione della Resistenza in un’ottica di preparazione a una rivoluzione proletaria durò con intensità variabile fino al 1951: in alcune zone ex partigiani delle Brigate Garibaldi, terminata la guerra, continuarono a operare clandestinamente uno strascico di guerra civile, ai danni di ex fascisti, ma anche alle volte contro altri partigiani di diversa appartenenza politica, nonché di elementi considerati quali nemici in un’ottica di lotta di classe in vista di una rivoluzione socialista. Il Partito comunque sconfessò e contribuì a soffocare questi atti di criminalità.

Fate largo che passa
La Brigata Garibaldi
La più bella la più forte
La più forte che ci sia
Fate largo quando passa
Il nemico fugge allor
Siam fieri siam forti
Per scacciare l’invasor.
Abbiam la giovinezza in cuor
Simbolo di vittoria
Cantiamo sempre forte
E siamo pieni di gloria
La stella rossa in fronte
La libertà portiamo
Ai popoli oppressi
La libertà noi porterem.

Fate largo che passa
La Brigata Garibaldi
La più bella la più forte
La più forte che ci sia
Fato largo quando passa
Il nemico fugge allor
Siam fieri siam forti
Per scacciare l'invasor
Con la mitraglia fissa
E con le bombe a mano
Ai traditor fascisti
Gliela farem pagare
Noi lottiam per l’Italia
Pel popolo ideale
Pel popolo italiano
Noi sempre lotterem.

Abbiam la giovinezza in cuor
Simbolo di vittoria
Cantiamo sempre forte
E siamo pieni di gloria
La stella rossa in fronte
La libertà portiamo
Ai popoli oppressi
La libertà noi porterem.

Ascolta il brano:
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Partigiani di una brigata Garibaldi

VALSESIA
Autore anonimo, anno 1943.

Quando si tratta di attaccare
noi garibaldini siamo i primi
tutti si affacciano a guardare
tutti si affacciano al balcon.
Contro i  tedeschi, repubblichini
combatteremo: siam partigiani
ai nostri morti l’abbiam giurato
vogliam vincere o morir.
Valsesia, Valsesia
Che ci importa se si muor;
questo è il grido del valore,
partigiano vincerà.





FIGLI DI NESSUNO

Noi siam nati chissà quando,
chissà dove allevati dalla pubblica carità.
Senza padre, senza madre, senza un nome
noi viviamo come uccelli in libertà.
Figli di nessuno,
per i monti noi andiam;
ci disprezza ognuno
perché laceri noi siam.
Ma se troviam qualcuno
che ci sappia dominare, comandare,
figli di nessuno
al chiar di luna sappiam sparar!

COMPAGNI FRATELLI CERVI
I sette figli di Alcide Cervi (Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore), tutti partigiani, furono arrestati dai nazifascisti nel novembre del ’43 e soltanto un mese dopo furono barbaramente fucilati al poligono di tiro di Reggio Emilia. Il maggiore aveva 42 anni e il minore 22. A loro è dedicata questa canzone nata nel 1944 grazie al contributo collettivo di un gruppo di partigiani del distaccamento "Fratelli Cervi", operante nel Reggiano. Il motivo ispiratore fu la canzone irredentista Dalmazia, cantata prima dagli Arditi e poi dai dannunziani, tuttavia si sente anche l’eco della canzone fascista della X Mas Arma la prora, i cui versi così recitano: Vesti la giubba di battaglia / per la Repubblica Sociale / forse domani si morirà / arma la prora marinaro.

Metti la giubba di battaglia,
mitra, fucile, bombe a mano.
Per la libertà lottiamo,
per il tuo popolo fedel.
È giunta l'ora dell’assalto
il vessillo tricolore,
e noi dei Cervi l'abbiamo giurato,
vogliamo pace e libertà... e libertà.
Compagni fratelli Cervi,
cosa importa se si muore,
per la libertà e l'onore
al tuo popolo fedel.

La famiglia Cervi

E SE I TEDESCHI
Di autore anonimo, cantato sull’aria di Là sul Cervino.

E se i tedeschi ne ciapa de giorno,
aiora boiorno, aiora boiorno!
E se i tedeschi ne ciapa de giorno,
aiora boiorno, aiora boiorno!
 
E se i tedeschi ne ciapa de notte,
Madonna che botte, Madonna che botte!
E se i tedeschi ne ciapa de notte,
Madonna che botte, Madonna che botte!
 
E se i tedeschi ne ciapa in del treno,
vedemo, spetemo, vedemo, spetemo!
E se i tedeschi ne ciapa in del treno,
vedemo, spetemo, vedemo, spetemo!

Traduzione:
E se i tedeschi ci prendono di giorno,
allora buongiorno, allora buongiorno!
E se i tedeschi ci prendono di giorno,
allora buongiorno, allora buongiorno!
 
E se i tedeschi ci prendono di notte,
Madonna che botte, Madonna che botte!
E se i tedeschi ci prendono di notte,
Madonna che botte, Madonna che botte!
 
E se i tedeschi ci prendono sul treno,
vediamo, aspettiamo, vediamo, aspettiamo!
E se i tedeschi ci prendono sul treno,
vediamo, aspettiamo, vediamo, aspettiamo!

SE NON CI AMMAZZA I CRUCCHI
Davvero notevole questo testo, in cui si descrivono in chiave scherzosa e dissacrante le privazioni a cui erano sottoposti i combattenti. È stato raccolto dal premio Nobel Dario Fo dalla viva voce di un partigiano di Porto Val Travaglia (VA). L'informatore faceva parte della banda del colonnello Carlo Croce operante nella zona di Varese, che fu decimata durante la battaglia di San Martino del 12/15 novembre 1943. È bene ricordare che per "crucchi" si intendono i tedeschi, i "bricchi" sono le rocce, infine il "vento di marenca" è il maestrale.

Se non ci ammazza i crucchi, se non ci ammazza i bricchi,
i bricchi ed i crepacci e il vento di marenca.
Se non ci ammazza i crucchi, se non ci ammazza i bricchi,
quando saremo vecchi ne avrem da raccontar,
quando saremo vecchi ne avrem da raccontar.
La mia mamma la mi diceva: "Non andare sulle montagne,
mangerai sol polenta e castagne, ti verrà l’acidità,
mangerai sol polenta e castagne, ti verrà l’acidità".
La mia morosa mi diceva: "Non andare con i ribelli;
non avrai più i miei lunghi capelli sul cuscino a riposar,
non avrai più i miei lunghi capelli sul cuscino a riposar".
Se non ci ammazza i crucchi, ecc.

Questa notte mi sono insognato che ero sceso giù in città,
c’era mia mamma vestita di rosso che ballava col mio papà,
c’era mia mamma vestita di rosso che ballava col mio papà.
C’era i tedeschi buttati in ginocchio che chiamavano pietà,
C’era i tedeschi buttati in ginocchio che chiamavano pietà.
C’era i fascisti vestiti da prete che scappavan di qua e di là,
C’era i fascisti vestiti da prete che scappavan di qua e di là.
Se non ci ammazza i crucchi, ecc.

COSA RIMIRI MIO BEL PARTIGIANO?
Versione partigiana di una canzone conosciuta generalmente come "Il marinaio", cantata anche dagli alpini come “Cosa rimiri mio bell’alpino”.

Cosa rimiri mio bel partigiano?
“Io rimiro la figlia tua
è la più bella della città”.
La mia figlia l’è giovane e bella;
ai partigiani non ce la do:
in camerella la chiuderò.
“In camerella chiudetela pure:
verrò di notte e la ruberò,
sugli alti monti la porterò.”
Sugli alti monti portatela pure:
verrà i tedeschi a rastrellar
e la biondina l’ammazzeran.
“La mia banda l’è forte e armata;
dei tedeschi paura non ho
con la mia banda li vincerò.”
Partigiano e dov’è la tua banda?
“La mia banda l’è qui e l’è là
Sugli alti monti a guerreggiar.”
Partigiano se vuoi la mia figlia,
di un giuramento tu devi far:
di star sett’anni senza baciar.
“Mamma mia, che mal giuramento,
mamma mia, che mal giuramento:
aver l’amante così vicin
e star sett’anni senza bacin!”
Quando fu stato sulle alte montagne
una bufera si scatenò
e la biondina in braccio andò.
Una bufera si scatenò
E la biondina in braccio andò.

LA BADOGLIEIDE
Queste strofe vennero composte da un gruppo di partigiani della Quarta Banda, tra cui Dante Livio Bianco e Nuto Revelli, alle Grange di Narbone (Cuneo) nell’aprile 1944. La musica (scelta da Livio Bianco) si compone di due temi di origine distinta: le strofe in italiano sono adattate all’aria della canzone entrata nel repertorio goliardico "E non vedi che sono toscano", il ritornello in piemontese appartiene alla tradizione locale.
Per il contenuto antisabaudo e antibadogliano queste strofe vennero cantate, con alcune modifiche, anche da reparti militari fascisti, a dimostrazione del carattere popolare della canzone che viene riadattata e piegata anche a contenuti ben diversi da quelli espressi dall’autore.

O Badoglio, o Pietro Badoglio (1)
ingrassato dal Fascio Littorio,
col tuo degno compare Vittorio
ci hai già rotto abbastanza i coglion.
T’ l’as mai dit parei,
t’ l’as mai fait parei,
t’ l’as mai dit, t’ l’as mai fait,
t’ l’as mai dit parei,
t’ l’as mai dilu: sì sì
t’ l’as falu: no no (2)
tutto questo salvarti non può.
Ti ricordi quand’eri fascista
e facevi il saluto romano
ed al Duce stringevi la mano?
sei davvero un gran bel porcaccion.
Ti ricordi l’impresa d’Etiopia
e il ducato di Addis Abeba?
meritavi di prendere l’ameba (3)
ed invece facevi i milion.
Ti ricordi la guerra di Francia
che l’Italia copriva d’infamia?
ma tu intanto prendevi la mancia
e col Duce facevi ispezion.
Ti ricordi la guerra di Grecia
coi soldati mandati al macello
e tu allora per farti più bello
rassegnavi le tue dimission?
A Grazzano giocavi alle bocce
mentre in Russia crepavan gli alpini,
ma che importa ci sono i quattrini
e si aspetta la buona occasion.
L’occasione è arrivata
è arrivata alla fine di luglio
ed allor, per domare il subbuglio,
ti mettevi a fare il dittator.
Gli squadristi li hai richiamati,
gli antifascisti li hai messi in galera,
la camicia non era più nera
ma il fascismo restava il padron.
Era tuo quell’Adami Rossi (4)
che a Torino sparava ai borghesi;
se durava ancora due mesi
tutti quanti facevi ammazzar.
Mentre tu sull’amor di Petacci (5)
t’affannavi a dar fiato alle trombe,
sull’Italia calavan le bombe
e Vittorio calava i calzon.
I calzoni li hai calati
anche tu nello stesso momento,
ti credevi di fare un portento
ed invece facevi pietà.
Ti ricordi la fuga ingloriosa
con il re, verso terre sicure?
Siete proprio due sporche figure
meritate la fucilazion.
Noi crepiamo sui monti d’Italia
mentre voi ve ne state tranquilli,
ma non crederci tanto imbecilli
da lasciarci di nuovo fregar.
Se Benito ci ha rotto le tasche,
tu, Badoglio, ci hai rotto i coglioni;
pei fascisti e pei vecchi cialtroni
in Italia più posto non c’è.
T' l'as mai dit parei,
t' l'as mail fait parei,
t' l'as mai dit, t' l'as mai fait,
t' l'as mai dit parei,
t' l'as mai dilu: sì sì
t' l'as falu: no no
tutto questo salvarti non può.

(1) Pietro Badoglio (1871 – 1956) capo di stato maggiore sotto il fascismo, dopo il 25 luglio 1943 (cioè dopo la sfiducia a Mussolini) venne nominato dal re capo del governo, al posto appunto di Mussolini; fu lui, il 3 settembre 1943, a firmare l’armistizio con gli Alleati anglo-americani.
 (2) traduzione del ritornello piemontese:
      Non hai mai detto così
      non hai mai fatto cosi
      non hai mai detto, non hai mai fatto,
      non hai mai detto così,
      non l'hai mai detto: sì sì
      non l'hai mai fatto: no no.
(3) nome comune di una malattia infettiva dovuta ad un protozoo, che si localizza soprattutto nell’intestino, provocando ulcerazioni, emorragie e disturbi funzionali anche gravi (il nome corretto è amebiasi)
(4) Il generale Enrico Adami Rossi, comandante della difesa territoriale di Torino, nei 45 giorni del governo Badoglio aveva fatto sparare a più riprese contro gli operai torinesi; in seguito si consegnò ai tedeschi per passare poi al servizio della repubblica di Salò. Dopo la Liberazione, Adami Rossi, processato dalla Corte d’Assise di Firenze, fu condannato, per collaborazionismo, alla fucilazione alla schiena, alla degradazione e alla confisca dei beni, ma fu salvato dalla Cassazione, che lo fece scarcerare e lo reintegrò anche nel grado, permettendogli di morire libero all’età di 83 anni.
(5) Claretta Petacci, l’amante di Mussolini.

Pietro Badoglio

DONGO
Canzone di anonimo del 1945.
Dongo è il paesino in provincia di Como dove il 27 aprile 1945 Mussolini fu catturato dai partigiani, mentre tentava di passare in Svizzera. Gli elementi storicamente certi degli ultimi giorni del duce sono ancora pochi. Wikipedia li ricostruisce così:
«Nel tentativo di sfuggire alla disfatta definitiva della Repubblica Sociale Italiana, ormai sempre più vicina, la sera del 25 aprile Mussolini lascia Milano e fugge verso la Svizzera. La notte si ferma a Menaggio.
La mattina del 26 aprile riparte travestendosi con un’uniforme nazista e sale su un camion di soldati tedeschi facente parte di un’autocolonna in ritirata verso la Valtellina. Il 27 aprile, vicino a Dongo, i partigiani individuano la colonna e cominciano a fare un controllo. Mussolini viene riconosciuto da un partigiano, Bill, e immediatamente catturato.
La mattina del 28 aprile viene fucilato a Giulino di Mezzegra, insieme all’amante Claretta Petacci e ad altri gerarchi. Eseguite le condanne, il 29 aprile i cadaveri vengono trasportati a Milano ed esposti in piazzale Loreto, ove la folla, memore del macabro spettacolo ivi inscenato il 10 agosto del 1944 dai nazifascisti che vi avevano fucilato 15 patrioti innocenti, dileggiandone i cadaveri, subito si accanisce contro i corpi. Per evitare lo scempio dei cadaveri questi vengono issati (a testa in giù) appesi alla pensilina di un distributore di carburante.»

Del fu Duce i giornali han narrato
la sua ultima disavventura
che seguì alla fatal sua cattura
e il destin che su lui si compì.
Come fu Mussolini arrestato,
custodito insieme a Claretta,
messo in una colora stanzetta
dove stette all’incirca tre dì.
Buia e tetra era quella stanzetta
ben guardata da due partigiani
che la sorte avean nelle mani
di chi fu la cagion d’ogni mal.
Lui fu messo insieme a Claretta
per goder tutto quel che doveva
per goder tutto quel che voleva
dall’Italia il fratel suo carnal.
In quel luogo entrò il giustiziere,
Mussolini vicino era al letto:
fuor dall’orbita gli occhi e nel petto
un terribil mortale terror.
Il tiranno portava un berretto
della fu Guardia Repubblichina,
un cappotto color nocciolina
era un uomo finito di già.
Mussolini ascese al potere
con la forza in quel dì già lontano,
ma la forza di ogni italiano
annientò quel crudele oppressor.
Nel vedere il patriota gli ha detto:
«Cosa c’è? Che venite a fare?»
«Ambedue vogliam liberare!
Sì davver questa è la libertà!» (1)
Mussolini da buon cavaliere,
volto e luogo lui sta per lasciare,
precedenza alle donne vuol dare,
ma precederlo lei non lo vuol.
Detto ciò il giustiziere decide
di colpire il tiranno e Claretta,
sui tiranni alfin la vendetta
sarà sempre tremenda quaggiù!
Sui tiranni alfin la vendetta                   
sarà sempre tremenda quaggiù!  

(1) è una libertà ironica, quella della morte

Il posto di blocco partigiano sulla strada che conduce a Dongo, dove fu bloccata la colonna tedesca a cui si era aggregato Mussolini

DAI MONTI DI SARZANA
Canzone dei partigiani anarchici del “Battaglione Gino Lucetti” che operò nel Carrarese e attorno a Sarzana. Gino Lucetti è l’anarchico che nel 1926 fece un attentato a Mussolini lanciandogli una bomba nei pressi di Porta Pia a Roma. Arrestato, venne condannato l’anno successivo dal Tribunale Speciale a 30 anni. Nel 1943 viene mandato al confino ad Ischia dove morì sotto un bombardamento “alleato”. Pietro Gori fu un anarchico dei primi anni del 1900.

Momenti di dolore, giornate di passione,
ti scrivo cara mamma, domani c’è l'azione
e la brigata nera noi la farem morire.
  Dai monti di Sarzana un dì discenderemo
  All’erta partigiani del Battaglion Lucetti,
  il battaglion Lucetti son libertari e nulla più!
Coraggio e sempre avanti, la morte e nulla più!
Bombardano i cannoni dai monti sarzanesi
All’erta partigiani del Battaglion Lucetti,
più forte sarà il grido che salirà lassù!
Fedeli a Petro Gori noi scenderemo giù!
Fedeli a Petro Gori noi scenderemo giù!

VIVA LA NOSTRA CRICCA

Viva la nostra cricca
Squadra dell’allegria
E tra i partigiani non c’è malinconia
Viva le belle zite (1)
Su e giù per le salite
Finché a casa si tornerà

Fan parte della nostra cricca
Quelle fanciulle belle
Allegre e sempre in gamba
Non rimarran zitelle
E noi che figli siam
Beviam beviam
Se non beviam le botti
Beviamo i bottiglion.

(1) zite = ragazze

Partigiani delle brigate Osoppo-Friuli

NOTTE DI NEVE, RIPOSA LA CODURI
La Coduri è il nome di una brigata di partigiani attiva nella Liguria orientale, che prende nome da Mario Coduri, un partigiano morto in combattimento il 2 agosto 1944.

Notte di neve, riposa la Coduri
Sui monti dei moschetti per cuscino
Batte sicuro, cuor mio, da partigiano
Al rombo cadenzato del cannone

O partigiano, su tutti i monti
Su tutti fronti combatte e va
Van per la duna van per la sierra
Questa è la guerra dei partigian

Sera di guerra il vento ci accompagna
I ribelli è una valanga che discende
Tutta la roccia attorno a lui s’accende
Ed è già come un rogo la montagna
Montagna, montagna rossa,
Protesa sotto il cielo di Liguria
Tu rassomigli alla passione mia
Che brucia sempre e mai si spegnerà

Giorno di sole s’innalza la bandiera
È la Coduri carica di gloria
Che sulla vetta scrisse la sua storia
Col sangue di Coduri e dei compagni
Montagna, montagna verde
Fiorita sotto il cielo di Liguria
Tu rassomigli alla montagna mia
Dove in attesa un altro cuore sta

FOGLIE TREMULE
Canto scritto da due partigiani (“Mameli” per le parole, Francesco Pini “Ulisse” per la musica) che operavano sull’Appennino ligure-piemontese.

Foglie portate dal vento
Che incominciate a cader
Nei cuori un po’ di sgomento
Voi ci infondete davver
Tristezza abbiamo e l’inverno
Ancor più triste sarà
Se duro come l’inverno
Saran le pene di noi partigian.

Foglie tremule restate su
Se ci cadete, ahimè, triste è la gioventù
Sole e luci ci voglion qui
Ma se la neve ci copre
Noi mesti pensiamo alle nostre città.

Autunno dimmelo ancora
Che presto noi scenderem
Presso la nostra dimora
Quei vili noi scaccerem
Tristezza abbiamo e l’inverno
E ancor più triste sarà
Se in Alemagna i tedeschi non van
Scacciati da noi partigian.

Foglie tremule restate su
Sino a quando scende la gioventù
Per troncare quelle viltà
Che fra tedeschi e fascisti
Da vili egoisti consumano là.

FESTA D’APRILE
"Divertente" canzone composta (forse nel 1948) da Sergio Liberovici e Franco Antonicelli, elaborando i testi degli stornelli che venivano mandati in onda dall’emittente partigiana Radio Libertà (che trasmetteva da Sala Biellese).

È già da qualche tempo che i nostri fascisti
si fan vedere poco e sempre più tristi,
hanno capito forse, se non son proprio tonti,
che sta per arrivare la resa dei conti.
Forza che è giunta l’ora, infuria la battaglia
per conquistar la pace, per liberar l’Italia;
scendiamo giù dai monti a colpi di fucile;
evviva i partigiani! È festa d’aprile.

Quando un repubblichino omaggia un germano
alza la mano destra al saluto romano,
ma se per caso incontra noialtri partigiani
per salutare alza entrambe le mani.
Forza che è giunta l’ora, infuria la battaglia
per conquistar la pace, per liberar l’Italia;
scendiamo giù dai monti a colpi di fucile;
evviva i partigiani! È festa d’aprile.

Nera camicia nera, che noi t’abbiam lavata,
non sei di marca buona, ti sei ritirata;
si sa, la moda cambia quasi ogni mese,
ora per i fascisti s’addice il borghese.
Forza che è giunta l’ora, infuria la battaglia
per conquistar la pace, per liberar l’Italia;
scendiamo giù dai monti a colpi di fucile;
evviva i partigiani! È festa d’aprile.

In queste settimane, miei cari tedeschi,
maturano le nespole perfino sui peschi;
l’amato duce e il führer ci davano per morti
ma noi partigiani siam sempre risorti.
Forza che è giunta l’ora, infuria la battaglia
per conquistar la pace, per liberar l’Italia;
scendiamo giù dai monti a colpi di fucile;
evviva i partigiani! È festa d’aprile.

Partigiani entrano a Milano il 25 aprile 1945

LA BALLATA DELL’EX
Canzone scritta nel 1966 da Sergio Endrigo e Sergio Bardotti. Interessante per il riferimento ai regolamenti di conti verificatisi nei giorni della liberazione, e anche in quelli immediatamente successivi.

Andava per i boschi con due mitra e tre bombe a mano
La notte solo il vento gli faceva compagnia
Laggiù nella vallata è già pronta l’imboscata
Nell’alba senza sole eccoci qua
Qualcuno il conto oggi pagherà.

Andava per i boschi con due mitra e tre bombe a mano
Il mondo è un mondo cane ma stavolta cambierà
Tra poco finiranno i giorni neri di paura
Un mondo tutto nuovo sorgerà
Per tutti l’uguaglianza e la libertà.

In soli cinque anni questa guerra è già finita
È libera l’Italia l’oppressore non c’è più
Si canta per i campi dove il grano ride al sole
La gente è ritornata giù in città
Ci son nell’aria grandi novità.

E scese dai suoi monti per i boschi fino al piano
Passava tra la gente che applaudiva gli alleati
Andava a consegnare mitra barba e bombe a mano
Ormai l’artiglieria non serve più
Un mondo tutto nuovo sorgerà
Per tutti l’uguaglianza e la libertà.

E torna al suo paese che è rimasto sempre quello
Con qualche casa in meno ed un campanile in più
C’è il vecchio maresciallo che lo vuole interrogare
Così per niente, per formalità
«Mi chiamano Danilo e sono qua».

E vogliono sapere perché, come, quando e dove
Soltanto per vedere se ha diritto alla pensione
Gli chiedono per caso come è andata quella sera
Che son partiti il conte e il podestà
E chi li ha fatto fuori non si sa.

Se il tempo è galantuomo io son figlio di nessuno
Vent’anni son passati e il nemico è sempre là
Ma i tuoi compagni ormai non ci son più
Son tutti al ministero o all'aldilà
Ci fosse un cane a ricordare che ...

Andavi per i boschi con due mitra e tre bombe a mano...

Sfilata di partigiani a Milano dopo la Liberazione

PARTE 3: CANTI PARTIGIANI (parte seconda)
In questa seconda parte trovi una serie di canzoni cantate “a cappella”, cioè senza l’accompagnamento di strumenti musicali; si tratta per lo più di brani raccolti da qualche studioso di canti popolari e gli interpreti sono ex partigiani che testimoniano della diffusione in varie regioni italiane di questa forma di cultura spesso anonima e spontanea.

SU E GIÙ PER LE MONTAGNE

Su e giù per le montagne
di qua di là si sente
la voce allegramente
dei fieri partigian.

Un giorno disse il duce
che aveva dei leoni
ed ora noi sappiamo
che sono dei venduti.

Sì, erano venduti
per rovinar l’Italia
noialtri partigiani
la sapremo salvar.

Il più che mi dispiace
che la salita è dura;
o poveri fascisti
come farete a salir?

Ci chiamano ribelli
ma noi ce ne freghiamo
per liberar l’Italia
teniamo l’armi in man.

SON PROLETARI I PARTIGIANI
L’autore è Ernesto Venzi ("Nino"), di professione artigiano marmista, fondatore e vice comandante della 36ª brigata Bianconcini, che la scrisse sull’Appennino tosco-romagnolo nel luglio del ’44. L’aria è ispirata ad un canto militare sovietico, Armata Rossa.

Son proletari i partigiani
sono del popolo lavorator
un dì sfruttati incatenati
oggi son essi i liberator.
La plebe si scuote la plebe si desta
e la gran marcia segue con ardor
contro il fascismo
contro il tiranno
combattono uniti i lavorator.
Povera Italia venduta ed oppressa
il tuo bel nome il fascismo giocò
il grande popolo del sole e del canto
tallone tedesco nel sangue affogò;
soldati in piedi son partigiani
che non dan sosta all’oppressor
son tutti consci del gran domani
sarà la patria del lavor.
Nella risaia e nell’officina
nella campagna e nel grande mar
regna il lavoro già regna la pace
non più l’incertezza dobbiam tutti amar;
sventola al sole la nostra bandiera
il grande simbolo del lavor
non mai più guerre
morte ai tiranni
vigili sempre il lavorator.

PASSA LA RONDA
Il canto è stato raccolto nel gennaio 1964 da Cesare Bermani dalla voce di un formatore anonimo di Mantova, secondo il quale era la canzone dei partigiani che operavano verso la Val di Fiemme; il testo ha alcune analogie con un componimento del poeta friulano Teobaldo Ciconi (1826-1863) che passò poi nel repertorio risorgimentale.

Passa la ronda del partigiano
L’eco risponde con bombe a mano.
Nella notte nera nera
urla il vento e la bufera.
Va' piano piano o partigiano
scendi a valle con precauzione
scendi a valle dal burrone
ché i fascisti sono ad aspettar.
Andiam partiam
siam partigiani
un sorriso un sol pensiero.
Prendi la mia borraccia
bevi nel mio bicchiere
se voi volete bere
se voi volete bere.
Prendi la mia borraccia
bevi nel mio bicchiere
se voi volete bere
dovete voi morir.
Morir, soffrir
dovete voi fascisti
questa è l’ultima vostra ora
dalle man del partigian
è difficile scappar.

OHI PARTIGIAN
Questo testo, dotato di una letteraria spiritosità, è molto probabilmente dovuto a Beppe Milano, comandante del distaccamento Tura, morto il 31 dicembre 1944. Era diffuso tra i partigiani che operavano in Val Pesio (CN) e la musica è ispirata ad una cantilena popolaresca.

Canto l’armi pietose e il capitano
che mi passò la visita al distretto,
voleva far di me un repubblicano
per farsi il cadreghino al gabinetto.
Ohi partigian, non pianger più
se qui non c’è la mamma,
tra pochi dì si cala al pian:
la mamma ci sarà.
Ohi partigian, non pianger più
se qui non c’è la mamma,
tra pochi dì si cala al pian:
la mamma ci sarà.
E allora noi partimmo per i monti
dove incontrammo un altro capitano,
e lui ci chiese se eravamo pronti
a viver l’ideale partigiano.
Ohi partigian, non pianger più ecc.
Nel quarto del cammin di nostra vita
ci ritrovammo un dì sul pian d’la Tura,
là basso al pian per noi era finita,
ahi quant’a dir qual era è cosa dura.
Ohi partigian, non pianger più ecc.
Chiediamo scusa se con frasi stolte
abbiam storpiato pure il padre Dante,
la colpa è del bicchier che troppe volte
la bocca ci baciò tutto tremante.
Ohi partigian, non pianger più ecc.

NON TI RICORDI IL 31 DICEMBRE
Cantata sull’aria di Non ti ricordi quel mese d’aprile, ovvero Addio padre, ricorda l’attacco portato tra il settembre e il dicembre 1943 dai nazifascisti contro il paese di Boves (CN) e i partigiani attestati nei dintorni. Il risultato fu la distruzione del paese e l’annientamento dei patrioti: centotrentadue cittadini furono uccisi e settecentoquarantuno case incendiate. L’autore del testo è ignoto.

Non ti ricordi il trentun dicembre,
Quella colonna di camion per Boves
che trasportava migliaia di Tedeschi
contro sol cento di noi partigian?
E tra San Giacomo e poi la Rivoira
e Castellare e Madonna dei Boschi,
là infuriava la grande battaglia
contro i tedeschi e i fascisti traditor.
Dopo tre giorni di lotta accanita,
fra tanti incendi e vittime borghesi,
non son riusciti con la loro marmaglia
noi partigiani poterci scacciar.
Povere mamme che han perso i lor figli,
povere spose che han perso i mariti,
povera Boves che è tutta distrutta
sotto quei colpi del vile invasor.

I PARTIGIANI DI CASTELLINO
Sull’aria dell’Inno degli studenti universitari fascisti.

Al comando di Granzino,
dalle Langhe noi veniam
partigiani di Castellino
che la patria difendiam.

Barbe lunghe e scarpe rotte
un fucile nella man
noi pugnamo sempre giorno e notte
e l’onor ti vendichiam.

Quando il cammin si fa più duro
noi resistiam e non ci arrestiam
quando il ciel si fa più scuro
allora noi cantiam!

Tra boschi e macchie
nelle tane come lupi noi viviam
aspra guerriglia
che da giorni e da mesi conduciam!

La nostra fede
sarà quella che sui vili vincerà
c’è una voce che dirà:
«Viva i baldi, viva i veci partigian di Castellin!» 
C’è una voce che dirà:
«Viva i baldi, viva i veci partigian di Castellin!»

O PARTIGIAN D’ITALIA
Sull’aria di Sul ponte di Perati.

O partigian d’Italia
In alto i cuori
Sui monti della Valsesia c’è il tricolore

Sui monti della Valsesia
Bandiera nera
È il lutto dei partigiani
Che fan la guerra

Siamo andati sui monti più alti
Abbiam incontrato fascisti e tedeschi
Che invocarono Giuseppe e Maria
“O partigiani, abbiate pietà”

O quanti morti, o quanti feriti
O quanto sangue si è sparso per terra
Ma i partigiani sul campo di guerra
Sarà difficile poterli fermar

Sì, i fascisti ci chiamano ribelli
Sì, i ribelli ci chiamano banditi
Ma noi siamo soltanto fratelli
Che l’Italia dobbiamo salvar

Sono stati i vigliacchi fascisti
Che la guerra lor l’hanno voluta
Hanno gettato l’Italia nel lutto
Per ben vent’anni nel lutto restò

LASSÙ SULLE COLLINE DEL PIEMONTE
Trasformazione della canzonetta "Laggiù nel paradiso delle Haway" operata da tre studenti partigiani milanesi sulla stessa melodia nel 1944.

Lassù sulle colline del Piemonte
ci stanno i partigiani a guerreggiar
guardando la pianura all’orizzonte
aspettano il momento di calar,
ma un dì pure tu laggiù ritornerai
la mamma e la bella bacerai,
ma un dì pure tu laggiù ritornerai
la mamma e la bella bacerai.

Lassù in un lontano casolare
la mamma con le mani giunte sta
pregando per il figlio che combatte
per dare all’Italia libertà;
ma un dì pure tu laggiù ritornerai
la mamma e la bella bacerai,
ma un dì pure tu laggiù ritornerai
la mamma e la bella bacerai.

LA LEGGENDA DI MOSCATELLI
La melodia è quella famosa de Il Piave mormorava, utilizzata in questo caso per raccontare una storia partigiana che coinvolge, con un susseguirsi di fatti, un intero gruppo di paesi del vercellese.

Il Sesia mormorava calmo e placido al passaggio
Dei partigiani il ventiquattro maggio
L’esercito marciava per raggiunger la pianura
Per far contro il nemico una sepoltura
Nessun pensava che vent’anni dopo
Il nemico avesse ancor rifatto il gioco
D’invadere l’italica nazione
Tiranneggiando la popolazione
Ma chi nel sangue si sentì italiano
Con Moscatelli (1) andò a fare il partigiano.

E in una notte triste si parlò di tradimento
Regnava a Borgosesia (2) lo sgomento
Quanta gente ha visto gioventù fiorente e bella
Vilmente fucilata con l’Osella (3)
Ognun temeva che la propria casa
Dal nemico gli venisse invasa
Saziate alfin le sanguinose brame
Lasciava il borgo il nemico infame
Ma nel partir con viso arcigno e tetro
Al popolo gridò: “Ritorneremo indietro”.

E ritornò il nemico fin Varallo e fin Camasco
Ma lì grazie a Rastelli (4) fece fiasco
Sebbene fosse giunto bene armato in fitta schiera
Lasciava con i morti la bandiera
Bruciava case e lanciava oltraggi
Tra la popolazion prendeva ostaggi
Poi per fiaccar il cuor del partigiano
Se lo portava prigioniero al piano
Ma il partigian saldo come una vetta
In cuor suo gli giurò: “Un dì farò vendetta”.

E giù a Roccapietra fu più dura la battaglia
E lo stranier salì in Pray e Cavaglia
Ma pochi giorni dopo son beffati tutti quanti
Da un’auto che veloce viene avanti
La guida Moscatelli, scende a valle
Per fare un grosso colpo a Serravalle
Ed ecco che i nemici son domati
I prigionieri vengono scambiati
A patteggiar fu visto col nemico
In quei giorni di terror il bravo Casazza Enrico.

Verso la fin di marzo i fascisti scellerati
Uccidono a Varallo il buon Musati (5)
Non sanno che nell’ombra sempre vigila il Rastelli
Che lo vendicherà coi suoi fratelli
Già pronta è l’arditissima brigata
E tende una magnifica imboscata
La squadra di Rastelli non perdona
E ne uccide venti Acquarona
Il colpo è grosso e mette in movimento
Tutte le autorità della Tagliamento (6).

Arrivano a Varallo arrabbiati come cani
E vogliono Rastelli fatto a brani
Non ha lasciato traccia l’arditissima brigata
E prendono gli ostaggi in gran retata
Minaccian di bruciar paesi interi
Per far pagar a metodi severi
E questo lo san gli ostaggi interrogati
E dodici ne vengon fucilati
Morendo quei ragazzi forti e belli
Si misero a gridar: “Evviva Moscatelli!”.

(1) Vincenzo Moscatelli. Di origini proletarie, operaio a Novara e a Milano, "Cino" - nome con cui è chiamato in famiglia e che diventa anche il suo nome di battaglia - aderisce alla gioventù comunista nel 1925 e si impegna in attività cospirative fino al settembre 1943, quando, all'indomani dell'armistizio, costituisce il primo nucleo di resistenti in Valsesia: dalla propaganda sovversiva passa alla lotta armata.
(2) Comune in provincia di Vercelli
(3) probabilmente il nome di battaglia di un partigiano della zona (l’Osella è un torrente del luogo)
(4) Pietro Rastelli, un altro partigiano
(5) Attilio Musati, sergente maggiore dell’esercito che dopo l’8 settembre ’43 organizzò uno dei primi distaccamenti partigiani della Valsesia. La sua temerarietà non gli permise di militare a lungo nella Resistenza. Il 24 marzo del 1944, Attilio Musati venne a sapere (lo aveva informato proprio sua madre) che i tedeschi avevano attrezzato una postazione in una piccola piazza di Varallo, di fronte all’ospedale, e che al centro vi avevano piazzato una mitragliatrice pesante Breda. Musati decise di impossessarsi dell’arma e la notte stessa, in pantofole per non far rumore, andò da solo all’attacco della postazione. Passando per i giardini pubblici, si avvicinò all’obiettivo e con due bombe a mano neutralizzò mitragliere e serventi; ma, mentre stava impossessandosi dell’arma, fu inquadrato da un potente riflettore e preso d’infilata da raffiche di mitra. Colpito, riuscì ad allontanarsi strisciando e lanciando altre bombe. Morì dissanguato, negli stessi giardini che aveva appena attraversato.
I fascisti, che per quasi tutta la notte avevano continuato a sparare ma non avevano osato inseguirlo, trovarono il cadavere di Musati il mattino dopo. Lo legarono per un piede, lo portarono in giro per la città e poi lo scaricaronosul viale principale di Varallo, impedendo a chiunque di avvicinarsi. Solo la madre, nonostante le minacce, si avvicinò al figlio e rimase tre giorni per strada a fianco del corpo senza vita di Attilio.
(6) famigerata legione fascista.

STROFETTE SATIRICHE

Sparire belli, avanti nella fitta oscurità
Forse tra pochi istanti
La battaglia avvamperà
Mentre nella casetta
Forse una mamma aspetta
Il figlio ribelle guarda le stelle
Impavido canta ancor:
Da un anno noi quassù

Come i cinghiali siam vissuti dentro i covi
Già molta gioventù
Con il suo sangue
Ha tinto in rosso macchie e rovi
È così che vive il partigian
Con le bombe a man
Dentro il tascapan
Dei tedeschi e dei repubblican
Se ne infischia perché sa
Che vincerà.

SUTTA A CHI TUCCA
Ispirandosi ad un vecchio inno russo (“Per colline e per montagne”, oppure secondo altri al canto “Partizan”) cantato anche durante la guerra di Spagna, Giambattista Canepa (commissario politico della divisione Cichero che assunse il nome di battaglia di "Marzo"), ha scritto questi versi in dialetto genovese che ebbero grande diffusione in tutta la Liguria. Secondo la testimonianza dello stesso Canepa la canzone sarebbe stata adottata come inno dalle formazioni armate partigiane che operarono nell'entroterra ligure a partire dall'ottobre 1943 fino alla primavera del 1945 con la Liberazione dalla dittatura nazifascista. Una di quelle canzoni, tipiche del periodo della Resistenza antifascista, che si portano dentro la consapevolezza dolorosa che in un dato periodo storico, per fermare una guerra, esiste solo la possibilità di combatterla con le stesse armi.

Sciù pe' i munti e zu inte-e valli,
in mezo a e rocche e inte buscagge
a u criu de "Sutta a chi tucca!"
ì sciurtiva il partigen.
 
Cun 'e bumbe e cui cutelli,
cue pistole e cui muschettuin
faxeivan rende i cunti a e spie e ai traditui!
Faxeivan rende i cunti a e spie e ai traditui!
 
Quando u partigian u sciurtiva
da-a so' tanna cumme in lu
u fascista da-a puia muiva
e u scapava u traditu.
U fascista da-a puia u muiva
e u scapava u traditu.
 
Quando u partigian u caseiva
i cumpagni nu cianseivan, nu,
ma tosto faxevian case
atritanti traditui.
Ma tosto faxevian case
atritanti traditui.

Traduzione:
Su per i monti e giù nelle valli,
in mezzo alle rocce e nelle boscaglie
al grido di "Sotto a chi tocca!"
sortiva il partigiano.
 
Con le bombe e coi coltelli,
con le pistole e coi moschetti
facevano rendere i conti alle spie e ai traditori.
Facevano rendere i conti alle spie e ai traditori.
 
Quando il partigiano sortiva
dalla sua tana come un lupo
il fascista dalla paura moriva
e scappava il traditore.
Il fascista dalla paura moriva
e scappava il traditore.
 
Quando il partigiano cadeva
i compagni non piangevano, no
ma tosto facevano cadere
altrettanti traditori.
Ma tosto facevano cadere
altrettanti traditori

LASCIANDO LA SUA CASA E LA SUA MAMMA (o anche BEL PARTIGIANO)
Nato nella primavera 1944, il canto, secondo alcuni studiosi sarebbe da attribuire al partigiano Principe, secondo altri l’autore è ignoto. Esso ebbe vasta diffusione nel Modenese e nel Reggiano. La melodia si ispira a quella di una vecchia aria popolaresca emiliana Bel soldatin che passi per la via.

Lasciando la sua casa e la sua mamma
raggiunge la capanna il partigian
ricorda Garibaldi e le sue gesta
il salvatore dell’Italia un dì.

Accetta con piacer
il suo dover
fulgido e fiero
questo è il guerriero
dell’umanità.

Bel partigian
che sfidi tu la morte
bel partigian
non temi più la sorte
sei tu l’eroe
della mia patria bella
del suo valor ritorna vincitor.

Marciando su per l’aspre mulattiere
in cerca dei fascisti allegro va
nell’ora che l’Italia si ridesta
combatti perché sai che vincerà.

Abbasso i traditor
gli affamator
nella riscossa
bandiera rossa
la trionferà.


Partigiani emiliani

DOPO TRE GIORNI DI STRADA ASFALTATA 

Dopo tre giorni di strada asfaltata,
dopo tre giorni di lungo cammino,
l’ardita banda di Mario Borghese
raggiunse il fronte per fare il suo dover.
 
Nei bei paesi della Romagna
or mi mamma con ansia mi aspetta,
ma i nostri morti che gridan vendetta
nostro dovere è andarli a vendicar.
 
Abbiam la fiamma che brucia nel petto
e per le pene il sangue ribelle,
e dei fascisti vogliamo la pelle
perché già troppo c’han fatto soffrir!
 
Farem la pelle a quel boia di Hitler
e a quel vigliacco di Mussolini
perché per colpa di quegli assassini
già troppa gente ha dovuto morir.
 
Voi tedeschi che siete i più forti
venite avanti se avete il coraggio:
se per l’inglese è vietato il passaggio
noi partigiani fermarvi saprem!
Se per l’inglese è vietato il passaggio
noi partigiani fermarvi saprem!

PARTIGIAN BEL RAGAZZO INNAMORATO
 Sull’aria di Quand Madelon, un canto francese della Prima guerra mondiale, che venne poi ripreso con il titolo “Madelon” in Spagna durante la guerra civile (come testimoniano gli ultimi due versi, che fanno riferimento al FAI = Fronte Anarchico Iberico e alla confederazione sindacale CNT = Confederación Nacional del Trabajo ).

Partigian bel ragazzo innnamorato
che affrontasti la vita con ardor,
affrontasti il pericolo spensierato
andasti al fronte a formare un battaglion.

Il battaglione andava ardito
contro il nemico invasor.
Il partigian restò ferito
dal vile piombo traditor.

La terra si bagnò
col sangue di colui
che per la libertà la gloria conquistò.

La libertà, sì, sì, la libertà!
Del comunismo, libertà e lavor!
y en nuestros labios un grito seductor:
viva la FAI, la CNT, la juventud.

STOPPA E VANNA 
Scritto dal partigiano Guido Buscarini sull’aria del canto popolare “Olandesina”. Guido Buscarini detto Stoppa cadde in battaglia il 5 febbraio 1944: fu il primo caduto della Brigata Garibaldi e la sua morte sollevò un'ondata di emozione tanto grande tra gli abitanti di Santa Sofia (in provincia di Forlì-Cesena).

Santa Sofia, paese degli amori
viveva Vanna: fanciulla deliziosa
aveva gli occhi profondi ed azzurrini,
amava Stoppa il suo bel partigian.

Ma un triste giorno egli dové partire
per la consueta caccia ai traditori;
ella piangendo l’accompagnò sul monte
e lui dal monte la salutò così:

 «O Vanna mia, mia fanciulla divina,
 o Vanna mia, tu appartieni al mio cuor
 tu sarai sempre la mia dolce bambina,
 di questo cuor, o Vanna mia!»

Fece ritorno la brigata un giorno,
sulla bandiera v’era un vessillo nero:
fra i partigiani che fecero ritorno
Stoppa non c’era, ahimè non c’era più.

Disse a Giovanna di farle i suoi rimpianti
«Stoppa riposa lassù in cima a quel monte.»
Ella piangendo sentì strapparsi il cuore
e in mezzo al suo dolore sentì cantar così:

 «O Vanna mia, mia fanciulla divina,
 o Vanna mia, tu appartieni al mio cuor
 tu sarai sempre la mia dolce bambina,
 di questo cuor, o Vanna mia!»

ALLO SPUNTAR DELL’ALBA
Variazione di un canto delle mondine di origine militare, qui con un netto riferimento alla lotta partigiana dei gruppi legati al PCI (= Partito Comunista Italiano)

Allo spuntar dell’alba
Vedo la mia casetta
E sulla porta vedo
La mamma che mi aspetta
Mamma e papà non piangere
Non sono più in montagna
Son ritornato a casa
Con la vittoria in mano
E noi dei partigiani
Siamo le sue sorelle
Noi vendicheremo
Con falce e martello
Il nostro Silvio Pasi (1)
La lotta ci ha insegnato
E noi partigiane
Ai giovani insegniamo

(1) Silvio Pasi = comandante partigiano

AVANTI O DECIMA BRIGATA

Avanti o decima brigata
Avanti che l’ora è vicina
Avanti l’Italia cammina
Per conquistare la libertà
A morte il fascio repubblican
A morte il fascio siam partigian
A morte la casa Savoia
A morte la vacca regina
A morte il governo dei boia
E poi avremo la libertà
A morte il fascio repubblican
A morte il fascio siam partigian
Nel segno di falce e martello
Combattiamo per il popolo nostro
Scacceremo il tedesco invasore
E poi avremo la libertà
A morte il fascio repubblican
A morte il fascio siam partigian
A morte il fascio repubblichin
A morte il duce, viva Stalin
Viva Stalin!

MA TU CARO HITLER HAI FATTO MALE

Ma tu caro Hitler hai fatto male
A iniziare questa guerra
Perché contro l’Inghilterra
Mai nessuno trionfò
Vincerem […]
Tu vedrai come farà […]
Lui andrà certo […]
Il popolo britannico
Lui se ne fregherà

E ci son gli americani
Che ci danno il loro aiuto
Mio tedesco sei perduto
E vincere non potrà
[…]

OR CHE MUSSOLINI NON SI FRUTTA PIÙ

Ma tu caro Hitler hai fatto male
A iniziare questa guerra
Perché contro l’Inghilterra
Mai nessuno trionfò
Vincerem […]
Tu vedrai come farà […]
Lui andrà certo […]
Il popolo britannico
Lui se ne fregherà

E ci son gli americani
Che ci danno il loro aiuto
Mio tedesco sei perduto
E vincere non potrà
[…]

NON TI RICORDI LA NOTTE FATALE?
Cantato a Bologna, nelle prigioni di San Giovanni in Monte, ove l’autore, tal N. Leoni, fu rinchiuso dal 3 febbraio al 21 aprile 1945. Creato collettivamente da alcuni partigiani garibaldini della 1ª Brigata SAP " Irma Bandiera", è cantato sull’aria di Monte Canino.

Non ti ricordi la notte fatale?
Sul torpedone della polizia
Da casa nostra lor ci portaron via
Ed in galera abbiam dovuto andar

Attraversato il cancello centrale
Dentro alla cella lor ci han fatto entrare
Senza coperta e un pagliericco duro
Contro alle spie la guerra dobbiam far

E alla mattina del giorno seguente
C’è le SS ti viene a chiamare
Davanti al giudice tu devi raccontare
Tutta la storia di noialtri partigian

ORMAI LONTANO QUEL GIORNO FATALE
Non sappiamo le origini di questo canto, ma vi si notano delle forti inflessioni dialettali del Sud d’Italia. La registrazione è stata fatta a Vignola, Modena; cantano Mario Gibellini "Baratieri" e Romeo Belugiani. La si trova in un disco intitolato “La Resistenza dell’Emilia Romagna nei canti, nelle testimonianze, nei documenti”.

Ormai lontano quel giorno fatale
come bestie venimmo graditi
da gente infamma incivil senza cuori
e condannati a un duro lavor
da gente infamma incivil senza cuori
e condannati a un duro lavor

La feroce di tale canaglia
si scatenava con grande furore
che con pistolli pugnali e mitraglia
sui nostri corpi cercavan sfogar
che con pistolli pugnali e mitraglia
sui nostri corpi cercavan sfogar

Quante più volte eravam torturati
perché una fedi avevamo in Badoglio
nel nostro sangue esisteva l’orgoglio
dei marturiati ma non traditor
nel nostro sangue esisteva l’orgoglio
dei marturiati ma non traditor

Un po’ d’acqua e un tozzo di pane
da quelle tigre veniva a noi dato
un po’ di rancio rifiuto dei cani
ventiquattr’ore doveva bastar
un po’ di rancio rifiuto dei cani
ventiquattr’ore doveva bastar

Alla sera al tramonto del sole
stanchi affamati accessava ‘l lavoro
deboli e lenti si faceva ritorno
per confortare sulle assi il dolor
deboli e lenti si faceva ritorno
per confortare sulle assi il dolor

Finalmente nel mese di aprile
in lontananza schiudeva ‘n fragor
noi si attendeva con ansia febbrile
l’ora e il momento dei liberator
noi si attendeva con ansia febbrile
l’ora e il momento dei liberator

Finalmente la guerra è finita
e l’Europa si è ben dissanguata
noi ritorniamo alla madre sognata
è terminato il nostro soffrir
noi ritorniamo alla madre sognata
è terminato il nostro patir.





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