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mercoledì 12 agosto 2015

62 La prima rivoluzione industriale: conseguenze



LA PRIMA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE: CONSEGUENZE

La Prima rivoluzione industriale trasformò l’economia e la società; cominciamo osservando le trasformazioni nell’economia.
A causa del grande sviluppo industriale, si ridusse l’importanza dell’agricoltura: mentre nel 1750 essa forniva circa la metà del prodotto nazionale lordo (cioè dell’insieme della ricchezza prodotta nel Paese), un secolo dopo forniva appena il 20%, mentre l’industria e il commercio fornivano ormai una parte molto maggiore. L’Inghilterra fu il primo Stato che passò da un’economia sostanzialmente agricola (com’era sempre stato dall’inizio della storia umana) a un’economia industriale.

Il complesso industriale di New Lanark, in Scozia, dove grazie a Robert Owen le condizioni di vita e di lavoro degli operai erano molto migliori che nel resto del Paese

Anche l’artigianato si ridusse e molte lavorazioni, come quella del cotone e poi delle altre fibre tessili, scomparvero, perché i prodotti industriali, che costavano molto di meno, sostituirono completamente quelli artigianali.
Il commercio, in particolare quello internazionale, ebbe invece un grande sviluppo, perché aumentò la quantità di merci in circolazione: le materie prime che servivano alle industrie, i prodotti industriali, il cibo per una popolazione in crescita.
Le attività finanziarie conobbero anch’esse una crescita molto forte, perché impiantare un’industria o avviare un’attività commerciale richiedeva grandi capitali e gli imprenditori si rivolgevano alle banche.
Per le industrie era importante vendere i prodotti il più in fretta possibile, in modo da non avere inutili scorte di merce e continuare a produrre e a guadagnare; per questo gli industriali favorirono l’ampliamento delle vie di comunicazione. Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento vennero costruiti numerosi canali, come quello tra Liverpool e Manchester inaugurato nel 1778, perché allora il trasporto dei prodotti industriali si svolgeva in larga maggioranza per via d’acqua. 

La città di Bristol nel secolo XVIII, con il suo canale artificiale essenziale per lo smercio industriale

Vennero comunque costruite anche nuove strade e ci furono alcune invenzioni riguardanti i trasporti terrestri: ad esempio nel 1804 l’invenzione di molle d’acciaio per le carrozze permise di rendere i viaggi su strada più comodi. Nel 1814 l’invenzione della locomotiva cambiò notevolmente i trasporti e il paesaggio.

Uno dei primi modelli di locomotiva

Vediamo ora le trasformazioni della società.
Innanzitutto si ebbe un aumento della popolazione, che in un secolo quasi triplicò; fu allora una crescita demografica eccezionale, la prima di una lunga serie che non è più terminata.
Se fino al 1750 la popolazione inglese viveva in larghissima maggioranza in campagna, come accadeva in tutta Europa, e le grandi città erano poco numerose, un secolo dopo la percentuale di popolazione urbana era fortemente cresciuta e numerose erano le città importanti. Vi fu infatti un massiccio spostamento della popolazione dalla campagna alle aree industriali e minerarie, dove erano maggiori le occasioni di trovare lavoro e dove nacquero nuove città, mentre quelle esistenti si ingrandirono.

La città di Wolverhampton, nel centro dell’Inghilterra, con le sue decine di ciminiere

Una parte del Terzo stato subì una importante trasformazione. La borghesia, che fino ad allora era stata formata da mercanti e artigiani, vide la nascita di una nuova figura sociale, quella del padrone di fabbrica, o industriale, o anche capitalista, perché possedeva il capitale necessario a costruire una fabbrica, a rifornirsi delle materie prime che gli servivano per la sua produzione, ad acquistare i macchinari che svolgevano il lavoro. Dalle proprie fabbriche gli industriali ottennero grandi guadagni e spesso enormi fortune.

Illustrazione di John Leech per il Canto di Natale di Dickens (1843):
il personaggio di Ebenezer Scrooge, un ricco ed avaro finanziere londinese, riflette l’astio che molti avevano nei confronti dei capitalisti, ricchi sulla pelle degli operai

Gli artigiani videro un fortissimo peggioramento delle loro condizioni di vita e persero il lavoro, perché i loro prodotti non erano concorrenziali a quelli industriali e non venivano più acquistati. Molte furono le proteste e le sommosse, organizzate da artigiani che assalivano le fabbriche e distruggevano le macchine, ma il governo represse queste rivolte con la forza, condannando a morte i capi o deportandoli in Australia, che in quel periodo era per l’Inghilterra una colonia penale, cioè un luogo dove recludere prigionieri indesiderati, spesso condannandoli ai lavori forzati.

Artigiani contro le macchine industriali

Per svolgere il lavoro gli industriali avevano bisogno di molti lavoratori, che furono reclutati soprattutto tra le masse di contadini in aumento e senza lavoro; essi formarono la nuova classe degli operai. Essi venivano pagati con un salario molto basso, anche perché la manodopera a disposizione era assai numerosa ed era facile trovare qualcuno disposto a lavorare per meno soldi. Gli operai vivevano quindi piuttosto miseramente e in condizioni di insicurezza, perché in caso di crisi economica rischiavano facilmente di essere licenziati. Nell’Ottocento si incominciò a chiamarli proletari, in quanto, a differenza degli industriali che possedevano la fabbrica e tutto il necessario per la produzione, loro non possedevano nulla che servisse al loro lavoro; essi possedevano solo la prole, cioè i figli, che spesso erano anche numerosi.

Operai al lavoro

Operai e industriali avevano interessi opposti: infatti gli operai aspiravano a salari maggiori e orari di lavoro meno pesanti, mentre gli industriali miravano a ridurre i costi e quindi a far lavorare gli operai il più possibile con salari minimi. Questi opposti interessi sfociarono nell’Ottocento in quella che sarà definita “lotta di classe” (ne parleremo in una prossima lezione), ma per il momento gli operai non seppero far altro che accettare le condizioni di vita che la nuova realtà industriale offriva loro: condizioni di vita quasi disumane.
Nelle fabbriche, infatti, l’ambiente era spesso malsano, perché l’aria era piena di fumi prodotti dalle diverse lavorazioni industriali, e il rischio di incidenti era molto alto: non vi erano misure di sicurezza e non era raro che un operaio perdesse una mano, rimasta incastrata in uno dei macchinari.

In una fabbrica come questa c’era, tra gli altri problemi, anche quello dell’inquinamento acustico

Gli operai potevano essere sia adulti, sia bambini: molti bambini venivano assunti perché erano in grado di svolgere lavori semplici e venivano pagati di meno degli adulti. Era frequente che bambini di età addirittura inferiore ai 7 anni lavorassero nelle miniere e anche per loro l’orario era molto pesante e prevedeva turni di notte. Oltre ai bambini, anche le donne venivano spesso assunte in fabbrica, per gli stessi motivi: prive di qualifica professionale, venivano pagate meno degli uomini.

I bambini venivano impiegati nelle fabbriche e nelle miniere anche per svolgere mansioni che solo una persona di corporatura minuta può fare, come si vede nell’illustrazione

Il lavoro in miniera era per molti aspetti ancora peggiore di quello in fabbrica. L’ambiente era sempre buio e l’aria era irrespirabile, anche nel caso in cui vi fossero pozzi per l’aerazione, cioè per il rifornimento d’aria. Inoltre il lavoro era molto pericoloso: vi era il rischio, anche mortale, di crolli, o di allagamenti, o di esplosioni provocate dal grisou, un miscuglio di gas metano e aria, che si sviluppa nelle miniere di carbone fossile.

Lavoratori in una miniera

Il salario era tanto basso che di solito non bastava nemmeno per soddisfare i bisogni fondamentali: il cibo e la casa. I proprietari delle industrie e delle miniere tenevano i salari molto bassi non solo per aumentare i propri guadagni, ma anche per impedire ai lavoratori di risparmiare denaro: infatti se essi non fossero stati costretti a lavorare sempre e a qualsiasi condizione per non morire di fame, avrebbero potuto chiedere condizioni di lavoro migliori e un aumento salariale.
Sia in fabbrica, sia in miniera, gli orari di lavoro erano molto pesanti: di solito da dodici a sedici ore. Per questo motivo operai e minatori dovevano stabilirsi molto vicino al luogo di lavoro, perché non avrebbero avuto il tempo per lunghi spostamenti. Così nei pressi delle fabbriche e delle miniere sorsero i quartieri per gli operai e i minatori; furono spesso gli stessi proprietari di industrie e miniere a costruire alloggi, che affittavano ai loro lavoratori. In questi quartieri, privi di spazi verdi, si accumulavano le scorie prodotte dalle lavorazioni industriali e minerarie, l’aria era molto inquinata a causa dell’uso del carbone da parte delle industrie e i corsi d’acqua erano avvelenati dagli scarichi industriali.

Città industriale

Le case in cui vivevano operai e minatori, costruite in mattoni e con i tetti in ardesia, presentavano condizioni igieniche migliori delle abitazioni contadine, che erano ancora di legno e con il tetto di paglia, ma nei quartieri operai il grande affollamento e la mancanza di una rete fognaria favorivano la diffusione di epidemie: la gravità della situazione divenne evidente nell’Ottocento, quando, tra il 1830 e il 1860, si verificarono violente epidemie di colera.
Poiché molti bambini nelle famiglie di operai e minatori incominciavano a lavorare molto presto, essi non frequentavano più quei corsi scolastici che da poco erano stati istituiti per il popolo. Questo portò a una netta diminuzione dell’istruzione: mentre nel 1750 un uomo su due era in grado di scrivere il proprio nome, nel 1840 nemmeno un uomo su tre sapeva farlo.

Una via della Londra operaia in un’incisione ottocentesca di Gustave Dorè


61 La prima rivoluzione industriale: cause e modalità



LA PRIMA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE: CAUSE E MODALITÀ

Tutto ciò che noi oggi utilizziamo, dalle stoviglie ai vestiti, dai libri alle scarpe, dai computer alle automobili, viene prodotto dalle industrie; fino alla prima metà del Settecento, invece, tutti i beni esistenti erano prodotti da artigiani, che eseguivano a mano il lavoro necessario alla realizzazione di questi beni, al massimo servendosi di alcune macchine relativamente semplici, mosse dalla forza umana o animale, o da elementi quali l’acqua e il vento.
Il passaggio dalla produzione artigianale a quella industriale, che è ormai quella più usata nel mondo, avvenne in Inghilterra in un lungo periodo compreso tra il 1760 e il 1830; a questo fenomeno, che sostanzialmente consiste nella nascita delle industrie, si dà il nome di rivoluzione industriale.

Alcuni artigiani producono a mano delle scarpe: dopo la rivoluzione industriale essi scompariranno

Essa avvenne in Inghilterra, perché qui si verificarono le condizioni necessarie per la sua nascita.
Innanzitutto in Inghilterra si attuò quella che viene chiamata terza rivoluzione agricola, una trasformazione nel modo di coltivare i campi provocata dall’introduzione di nuovi prodotti (la patata, il mais, la rapa) e di nuove tecniche, tra cui soprattutto la rotazione quadriennale, che permetteva di coltivare il terreno ogni anno, alternando prodotti alimentari per l’uomo con altri (come il trifoglio) che diventavano foraggio per gli animali. Questo provocò un aumento della produzione agricola e dell’allevamento. A sua volta l’incremento della produzione agricola favorì l’aumento della popolazione, che però non sempre trovava lavoro nei campi, dato che le nuove tecniche agricole non richiedevano un particolare sovrappiù di manodopera.

Due pagine dell’Encyclopédie illuminista dedicate all’agricoltura

Contemporaneamente il commercio inglese aveva conosciuto uno sviluppo enorme, grazie alla formazione delle colonie in America e agli scambi che erano ormai di tipo intercontinentale. Questi successi commerciali portavano nel paese grandi ricchezze, a disposizione di una popolazione borghese che, a differenza degli Spagnoli nei secoli precedenti, non si accontentò del benessere conseguente a tali ricchezze, ma pensò di investirle in nuove attività produttive e quindi in nuove fonti di guadagno.

Fu proprio nel Settecento che la flotta inglese divenne la più potente al mondo

Tra queste nuove attività produttive ci furono quelle appunto che riguardavano l’agricoltura, ma anche altre inerenti all’artigianato, un settore che in Inghilterra aveva una lunga tradizione e che conobbe nel Settecento un ulteriore incremento: le competenze tecniche qui erano apprezzate e diffuse, tanto che vi erano artigiani e meccanici in grado di costruire macchine in modo preciso, ma anche di perfezionarle, o di inventarne di nuove. In Gran Bretagna, del resto, le invenzioni erano protette da brevetti, che garantivano agli inventori una parte dei guadagni che era possibile ricavarne.
Dunque, lo sviluppo agricolo prima, quella artigianale poi, accompagnati allo sviluppo commerciale, avevano fatto sì che in Inghilterra esistessero capitali (cioè somme di denaro) e manodopera in abbondanza: condizioni favorevoli alla nascita e allo sviluppo delle industrie.
A queste condizioni generali vanno aggiunti altri tre elementi particolari. Il primo fu l’invenzione della macchina a vapore, un motore che utilizzava l’energia del vapore per produrre movimento e quindi svolgere un lavoro. Il modello di macchina a vapore realizzato dall’inventore scozzese James Watt (1736-1819) si rivelò particolarmente efficace, in quanto in grado di sfruttare l’energia del vapore molto meglio dei modelli precedenti, ed ebbe un’ampia diffusione: nel corso del Settecento furono costruiti circa 2.500 motori di questo tipo. Esso venne anche applicato ai battelli (navi a vapore, 1783), ma in questo campo divenne di uso comune solo nel corso dell’Ottocento.

Un modello perfezionato di macchina a vapore di James Watt

Il secondo elemento essenziale fu l’uso del metallo, in particolare del ferro, per la costruzione di macchine: esso permetteva di realizzare ingranaggi più solidi di quelli in legno, meno soggetti all’usura e utilizzabili anche ad alte temperature senza rischi di incendio. Motori come la macchina a vapore non avrebbero potuto essere realizzati in legno, perché sarebbero bruciati.
Il terzo elemento fondamentale fu l’impiego del carbone coke, un carbone purificato che si ottiene attraverso un processo particolare. Dall’inizio del Settecento l’uso del legno come combustibile si ridusse e il carbone venne utilizzato negli altiforni. Nella seconda metà del secolo i progressi tecnici realizzati nel processo di produzione ne resero l’uso molto comune: era il carbone ad alimentare la macchina a vapore, riscaldando l’acqua fino a che questa non si trasformava in vapore. La grande richiesta di carbone da parte dell’industria portò a un grande sviluppo dell’attività estrattiva in Inghilterra, una regione ricca di questo elemento.

Il lavoro in miniera in una stampa italiana del Settecento

Le nuove macchine e il nuovo sistema di produzione vennero utilizzati all’inizio per produrre tessuti: la prima a svilupparsi fu infatti l’industria tessile, nei suoi vari settori. Le invenzioni nel campo tessile e i loro perfezionamenti si succedettero per decenni nel corso del Settecento; fondamentali furono i vari tipi di filatoi, ossia di macchine che trasformavano il cotone in fili con cui fare i tessuti. Basti pensare che, se all’inizio del Settecento erano necessarie oltre 1.100 ore di lavoro per filare un chilo di cotone con il filatoio a mano, con il filatoio meccanico inventato nel 1779 erano sufficienti tre ore.

Il filatoio inventato nel 1779 da Samuel Crompton

Altre invenzioni permisero di rendere più veloci e meno costose tutte le fasi di lavorazione del cotone: dalla sgranatura (la separazione dei semi dalle fibre di cotone) alla cardatura (la trasformazione della fibra di cotone in un velo continuo), dalla sbiancatura (mediante cloro) alla stampa sui tessuti. Infine una serie di invenzioni relative ai telai migliorarono anche la tessitura del cotone.
Lo sviluppo dell’industria cotoniera incoraggiò le nuove invenzioni negli altri settori tessili, quello della lana, della seta e del lino.
Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento in Inghilterra nacque anche un’industria meccanica, in grado cioè di produrre macchine utensili ad alta precisione; fu essa che realizzò le macchine necessarie all’industria tessile. In questo modo industria tessile e industria meccanica si sostenevano a vicenda: lo sviluppo di una determinava quello dell’altra.
Grazie a questi successi la rivoluzione industriale divenne un po’ alla volta un fenomeno consolidato: si capì che lo sviluppo dell’Inghilterra passava attraverso lo sviluppo industriale, il quale stava trasformando completamente non solo l’economia del Paese, ma anche la società.

Un’industria tessile




sabato 18 luglio 2015

60 Il Settecento tra incremento demografico e innovazioni



IL SETTECENTO TRA INCREMENTO DEMOGRAFICO E INNOVAZIONI

Tra il 1700 e il 1800 la popolazione europea passa da 118 a 193 milioni di abitanti; a parte l’Africa, che è stazionaria intorno ai 100 milioni, l’incremento demografico è comune a tutto il pianeta: nel 1650 vi sono sulla Terra 470 milioni di abitanti, divenuti 510 nel 1700, 694 nel 1750, 919 nel 1800. L’incremento maggiore si registra nel Nord America: negli Stati Uniti (concentrati ancora quasi esclusivamente sulla costa atlantica) vivono 300.000 persone all’inizio del Settecento, ma nel 1800 sono già 5 milioni, con una crescita del 1.233%, seguita dalla crescita canadese che fu del 1.025%.
Queste cifre vanno prese con cautela, poiché solo nel corso del XIX secolo verranno usate forme di censimento della popolazione accurate e attendibili; nel Settecento si hanno le prime registrazioni in Svezia (1749), in Austria (1762), a Napoli (1764). Ciò nonostante noi oggi disponiamo di dati sufficienti per sostenete che l’incremento demografico ci fu, sebbene in forma diversa da Paese a Paese, e malgrado molti contemporanei avvertissero invece un fenomeno di spopolamento in atto in tutta l’Europa.
È interessante notare che il maggiore incremento demografico non si ebbe nelle zone economicamente più progredite, bensì nei grandi spazi aperti dell’Europa nord-orientale: in Prussia, in Pomerania, in Slesia, in Ungheria, ancor più in Russia e in Ucraina.

Scena domestica in una famiglia del secolo XVIII (incisione coeva): nel Settecento le regioni dell’Europa settentrionale e orientale furono quelle dal maggiore incremento demografico

Ma perché si ebbe questo incremento? Quali novità lo determinarono? Ci fu perché nascevano più bambini, o perché diminuì la mortalità? La risposta non è facile e andrebbe valutata area per area e caso per caso; gli storici si trovano in disaccordo su numerosi punti.
Per esempio fino agli anni Quaranta del Settecento in Inghilterra e in Galles si registrò un aumento della mortalità, favorito dal dilagante alcolismo dovuto all’espansione della produzione del gin (vedi approfondimento “Alimenti e bevande nei primi secoli dell’Età Moderna"); poi la mortalità calò.
Nei primi due decenni del Settecento varie aree europee furono colpite da nuove epidemie di peste, che provocarono migliaia di morti, come a Marsiglia, che vide quasi dimezzata la sua popolazione; però il caso marsigliese (se si esclude Messina vent’anni più tardi), fu l’ultimo episodio di epidemia che si verificò nell’Europa occidentale (nell’Europa orientale, invece, ce ne furono altri) e non esiste alcuna spiegazione certa sul perché ciò sia avvenuto.

La peste a Marsiglia in un dipinto di Michel Serre del 1721

La scomparsa della peste non spiega da sola il calo della mortalità, anche perché altre malattie endemiche continuarono a mietere vittime, in particolare il vaiolo, una malattia che provocava vesciche alla pelle, cecità, deformità agli arti e altro. Tra le cause va ricordata la diminuzione delle carestie, sostituite da crisi alimentari meno tragiche. Oppure i progressi medici e igienici del Settecento. In questo campo l’Inghilterra era all’avanguardia: per esempio nella fondazione di ospedali, che passarono nel XVIII secolo da 5 a circa 50, tra cui la prima clinica ostetrica, che portò un po’ alla volta alla scomparsa dell’abitudine di partorire in casa. Non tutti gli storici però vedono nella creazione degli ospedali una causa del calo della mortalità; anzi – dicono – i ricoveri in questi ospedali era pericolosissimo, per carenza di attrezzature e pessime condizioni igieniche, nonché per il numero esiguo di operazioni che si potevano eseguire prima che venissero scoperti gli anestetici.

Un ospedale londinese, incisione del 1755

Progressi furono fatti nella lotta contro il vaiolo, che faceva strage tra la popolazione (è stato calcolato che nella sola Francia morissero da 50.000 a 80.000 persone ogni anno); già a metà del secolo si era scoperto che, iniettando pus vaioloso nella pelle di un soggetto sano, si provocava una reazione per cui il soggetto non si sarebbe più ammalato di vaiolo. Questa tecnica, però, comportava molti rischi, perché alcuni pazienti morivano: secondo alcuni, anzi, anziché prevenire la malattia, la diffuse. Nel 1798 un medico inglese, Edward Jenner, venne a conoscenza di una credenza popolare, secondo la quale chi si era infettato con il vaiolo bovino (che non era mortale), diventava immune a quello umano; i suoi studi lo portarono a scoprire l’efficacia di tale metodo, che, proprio perché derivava da vacche infette, prese il nome di vaccinazione. La vaccinazione permise di ridurre, e in seguito di eliminare del tutto, la mortalità del vaiolo; qualcuno dice che a sconfiggere la malattia non fu la vaccinazione di massa, bensì l’isolamento dei suoi focolai.

Edward Jenner mentre vaccina un bambino contro il vaiolo, dipinto del 1796

Alcuni storici hanno messo in discussione anche i miglioramenti igienici, che, secondo altri, avrebbero invece contribuito al calo della mortalità. È vero che sia in città sia in campagna le abitazioni, specialmente quelle dei poveri, erano poco aerate e poco riscaldate; spesso si viveva in una sola stanza, assieme anche a chi era affetto da malattie infettive; mancava un adeguato sistema di scarichi e di fognature e ciò favoriva le malattie trasmesse da acque inquinate; altre malattie erano causate da alimenti (in primo luogo il latte) provenienti da animali infetti.
Che cosa, in conclusione, ha provocato il calo della mortalità nel Settecento europeo? Gli storici non sanno trovare una risposta totalizzante e parlano perciò di una pluralità di cause, che spesso si sono casualmente manifestate tutte assieme; tra queste le principali sono probabilmente la minore violenza devastatrice delle guerre, il rarefarsi delle carestie, la scomparsa della peste dall’Europa occidentale, un’alimentazione più abbondante ed equilibrata.

Una venditrice di latte e pane per le vie di Londra, dipinto di Francis Wheatley del 1790

Tra le innovazioni che caratterizzano il Settecento ve ne sono alcune che riguardano le vie di comunicazione e i trasporti. Innanzitutto si cercò di migliorare le condizioni della rete stradale, che come nel Medioevo era assai precaria: erano proverbiali le vie di Parigi per cattivi odori e fango. Pare che i parigini avessero acquisito una particolare abilità nell’evitare con scarti e salti appropriati le pozzanghere e le immondizie disseminate sul loro cammino, ma se il percorso era particolarmente lungo, era impossibile arrivare a destinazione senza essere inzaccherati; per questo agli angoli delle vie erano appostati numerosi lustrascarpe. Camminare per Parigi (o per altre città) comportava fare una particolare attenzione a ciò che poteva cadere dall’alto: era normale, infatti, gettare rifiuti organici dalle finestre, dato che nelle case i servizi igienici non esistevano o erano primitivi. Del resto, qualunque luogo, compresi il palazzo di giustizia e le chiese, era buono per fare i propri bisogni.

Una signora fa i suoi bisogni per strada, stampa del XVIII secolo

Solo a secolo inoltrato le cose cominciarono lentamente a cambiare: furono costruiti nuovi ponti e strade e quelli esistenti vennero migliorati, in modo da permettere trasporti più rapidi. Nel 1762 a Londra venne promulgata una legge per la pavimentazione delle strade, che erano percorse, da chi se lo poteva permettere, da carrozze, dalle quali i pedoni dovevano stare molto attenti a non farsi travolgere. I principali mezzi di trasporto pubblico su strada divennero le diligenze, grandi carrozze pubbliche trainate da cavalli e adibite al trasporto di viaggiatori e bagagli, che effettuavano un servizio regolare di collegamento tra le città. Utilizzando le diligenze vennero create le prime reti di servizi postali nazionali; prima fu la Francia nel 1774.

Julius Caesar Ibbetson, La diligenza (1792)

In Francia venne inventata anche la mongolfiera, un pallone aerostatico (in grado di volare senza motore) così chiamato dai fratelli Montgolfier che ne furono gli inventori. Essa non ebbe alcuna importanza economica, ma costituisce ugualmente un momento significativo nella storia dell’umanità: i due uomini che il 21 ottobre 1783 si sollevarono in aria, sorvolarono Parigi e ritornarono a terra, dimostrarono a un pubblico stupefatto ed entusiasta che era possibile realizzare l’antico sogno di volare.

Julius Caesar Ibbetson, Il volo della mongolfiera (1785)

Nel XVIII secolo ebbero un notevole sviluppo i giornali. I primi erano apparsi all’inizio del Seicento nell’Europa occidentale, ma contenevano poche notizie e uscivano non più di una volta alla settimana. All’inizio del secolo apparvero i primi quotidiani: il primo fu a Londra nel 1702, mentre il primo in Italia fu nel 1735 la “Gazzetta di Parma” (che però uscì con regolarità solo dal 1760).
All’inizio del Settecento comparvero anche i primi giornali politici in Inghilterra, dove esisteva una notevole libertà di stampa: nel 1788 un foglio, che da 3 anni pubblicava solo annunci pubblicitari, diventa “The Times”, quotidiano politico conservatore e legato al governo. In Stati come la Francia e l’Italia la pubblicazione di giornali politici non fu possibile, perché il potere era nelle mani dei re, che non accettavano di veder discusse le loro scelte politiche.

Il numero del Times del 4 dicembre 1788

Il Settecento fu anche un secolo di progressi scientifici. Antoine-Laurent Lavoisier (1743-1794) gettò le basi della chimica moderna, individuando i principali gas presenti nell’aria (in particolare l’ossigeno) e la loro importanza nella respirazione e nella combustione (cioè nel processo del bruciare). Egli fissò il campo di studio della chimica (la composizione dei corpi e le relazioni che si determinano tra essi) e riconobbe l’esistenza di almeno 33 elementi in natura, mentre secondo la tradizione dell’antichità greca tutto ciò che esiste era formato solo da quattro elementi: aria, acqua, terra e fuoco.

Lavoisier durante un esperimento sull’acqua

Ugualmente importanti furono i primi studi sull’elettricità, condotti dal fisico Alessandro Volta (1745-1827): a lui si devono la definizione di alcuni concetti fondamentali (tensione, carica) e l’invenzione del primo apparecchio a pila, in grado di generare corrente elettrica.

Alessandro Volta

Al medico svedese Carl von Linné (Linneo in italiano, forma derivata dal latino) si deve la classificazione di piante e animali con il doppio nome latino, di cui il primo (che si scrive sempre con la maiuscola) indica il genere, mentre il secondo la specie: per esempio Canis lupus o Rosa canina. Linneo (1707-1778) enumerò, denominò e descrisse oltre 7.700 specie di piante e circa 4.400 di animali.

Ritratto di Linneo e un disegno tratto da una sua opera

In un secolo segnato dall’enorme sviluppo dei commerci intercontinentali stupisce il fatto che non ci siano state grandissime innovazioni tecnologiche nelle costruzioni navali e nell’arte nautica. Si ebbero piuttosto solo dei progressi parziali e assai lenti, come il rivestimento in rame dello scafo delle navi, che, incominciato dagli Inglesi negli anni Settanta, impediva il rallentamento provocato dall’impigliarsi delle alghe. Attorno al 1730 venne inventato il sestante per la misurazione della latitudine (era stato preceduto da un altro strumento chiamato ottante), mentre per quella della longitudine si cominciò a usare dal 1766 i cronometri marini, che permisero di evitare i frequentissimi errori di rotta.

A sinistra un ottante settecentesco, a destra un sestante austriaco d’epoca imprecisata

Nel Settecento, infine, i viaggi esplorativi del capitano inglese James Cook (1728-1779) portarono alla conoscenza di nuove terre prima ignorate: la Nuova Zelanda, poi l’Australia, la Nuova Guinea, le isole Hawaii e altre. Cook fu non solo un abile esploratore, ma anche un uomo di scienza: è a lui, attento alla dieta e alle condizioni igieniche del suo equipaggio, che si deve la sconfitta dello scorbuto, una malattia dovuta a carenza di vitamina C, talmente diffusa tra i naviganti, da essere chiamata anche proprio “malattia dei marinai”.

Nathaniel Dance-Holland, Ritratto di James Cook (1775 circa)

APPROFONDIMENTO:
-Alimenti e bevande nei primi secoli dell'Età Moderna

giovedì 9 luglio 2015

59 La Rivoluzione americana



LA RIVOLUZIONE AMERICANA

Nella seconda metà del Settecento l’America settentrionale era quasi tutta sotto il controllo dell’Inghilterra: dall’inizio del Seicento, quando vennero fondati i primi insediamenti inglesi a Jamestown (1607) e a Plymouth (1620), si erano formate tredici colonie. Esse erano distinte in 3 parti: Maryland, Virginia, North Carolina, South Carolina e Georgia formavano il sud; New York, Pennsylvania, New Jersey e Delaware il centro; Connecticut, Rhode Island, New Hampshire e Massachusetts  il nord, chiamato anche Nuova Inghilterra.
Più a nord i Francesi avevano occupato la colonia chiamata Canada, che al termine della guerra dei Sette anni (1756-1763) venne ceduta all’Inghilterra; nel meridione, lungo le coste del Golfo del Messico, vi erano gli Spagnoli.


La popolazione di origine europea viveva quasi esclusivamente lungo la costa atlantica (nel 1763 aveva già raggiunto la quota di due milioni e mezzo di coloni): mano a mano che ci si allontanava dalla costa, gli europei diventavano meno numerosi e la maggioranza della popolazione era costituita dagli indiani pellerossa, divisi in numerose tribù. Numerosi erano anche i neri di origine africana portati in America come schiavi.
Le tredici colonie inglesi avevano sviluppato stili di vita e di economia piuttosto differenti tra nord e sud: le colonie settentrionali erano abitate da borghesi, tutti dediti ad arricchirsi con le loro imprese mercantili e artigianali, che li stavano portando a sviluppare quella mentalità capitalistica che nella lontana madrepatria farà nascere nella seconda metà del Settecento la rivoluzione industriale. Le colonie meridionali, invece, erano essenzialmente agricole, formate dalle grandi piantagioni in cui ricchi uomini comandavano su folle di schiavi, mentre conducevano una vita elegante e raffinata, dedita alla cultura, all’abilità politica e militare, a un atteggiamento bonario e paternalistico nei confronti di chi era inferiore a loro.

La villa di Thomas Jefferson (terzo presidente degli U.S.A.) in Virginia è chiaramente ispirata 
ai modelli architettonici del Palladio; ciò succedeva per le magioni di tutti i grandi piantatori 
delle colonie meridionali, imbevuti di neoclassicismo francese

Nel complesso i coloni avevano creato una società sicura di se stessa, ricca e forte. In particolare nel nord si distinguevano le attività metallurgiche (alimentate dal carbone di legna ottenuto da immense foreste), la produzione e il commercio di rum (negli Stati della Nuova Inghilterra) e la manifattura cantieristica (concentrata in particolare nel Massachusetts e capace nella seconda metà del ‘700 di fare concorrenza ai cantieri inglesi, tant’è che il 30 % della flotta mercantile inglese era costituito da navi costruite in America).

Cantiere navale nella Nuova Inghilterra

Nel sud le attività manifatturiere erano scarsissime, ma la ricchezza derivava, oltre che dalle piantagioni, dall’esportazione di alcuni prodotti quali il tabacco, l’indaco (la pianta da cui si otteneva il colorante azzurro) e il legname.
Allo sviluppo economico delle tredici colonie la Gran Bretagna guardava con molta preoccupazione: per limitare la concorrenza americana il governo inglese non seppe che emanare una serie di leggi in favore del proprio commercio. Così le colonie furono obbligate a esportare certi prodotti solo in Gran Bretagna e ad acquistarne altri solo dalla Gran Bretagna, anche nel caso di manufatti che le colonie erano in grado di produrre da sé.
I coloni reagirono praticando il contrabbando, ma la marina inglese iniziò una caccia spietata ai contrabbandieri, i quali, se catturati, venivano arruolati forzatamente nelle navi reali, il che equivaleva a un invio ai lavori forzati.

Incisione raffigurante dei contrabbandieri del XVIII secolo

Inoltre nel 1765 la scelta dell’Inghilterra di imporre una tassa sulla carta bollata, presentata come necessaria per pagare l’esercito che difendeva le colonie, nonché il rifiuto della richiesta delle colonie di essere considerate come Paesi liberi, ancorché fedeli alla corona, provocarono una prima ondata di violente proteste, che costrinse la Gran Bretagna a ritirare la tassa sul bollo. Nello stesso tempo, però, vennero varati dei dazi doganali su alcune merci che lo colonie importavano. Lo scontento popolare riprese, mentre il diffondersi delle idee dell’Illuminismo tra il ceto colto (in particolare quello dei piantatori del sud) alimentava idee sempre più forti in opposizione alla corona inglese.
Nel 1770 un episodio minimo in termini di sangue (l’uccisione di 5 manifestanti da parte di soldati inglesi) divenne il «massacro di Boston», un evento che si caricò da subito di profondi significati: le vittime divennero i primi martiri della rivoluzione.

Il massacro di Boston (5 marzo 1770) in un’incisione di P. Revere

Londra fu costretta a fare marcia indietro e ritirò tutte le imposte, tranne quella sul tè, mantenuta solo per salvare il principio dell’autorità inglese. Per protesta, nel 1773 alcuni cittadini di Boston, travestiti da indiani, assalirono le navi inglesi ancorate nel porto e gettarono in mare una gran quantità di casse di tè pronte per essere vendute: fu il cosiddetto Boston tea party.

Incisione raffigurante l’episodio passato alla storia come “The Boston Tea Party”

Il Parlamento inglese chiuse il porto di Boston e sospese le garanzie costituzionali nel Massachusetts. L’esercito venne inviato contro i «ribelli», che si erano riuniti a poche miglia da Boston; nell’aprile 1775 a Lexington (nel North Carolina) avvenne il primo scontro tra l’esercito inglese e una settantina di miliziani americani.

La battaglia di Lexington in un’incisione di Amos Doolittle del 1775, colorata qualche anno dopo

Costretti a ritirarsi, essi assalirono nuovamente l’esercito reale nei giorni successivi, con un esito clamoroso: i soldati inglesi, splendenti nelle loro uniformi rosse, furono costretti a ritirarsi e a rifugiarsi dentro le mura di Boston, assediata dai «ribelli». I quali ebbero modo di organizzarsi nei mesi seguenti, sotto il comando di George Washington, un tranquillo piantatore della Virginia, che, durante la guerra dei Sette anni, aveva imparato il mestiere delle armi.

George Washington prima della battaglia di Trenton, dipinto di John Trumbull del 1792

Dal 1776 al 1782 si combatté quella che viene chiamata Rivoluzione americana, o anche Guerra d’indipendenza americana: non riconoscendo più l’autorità del re e del Parlamento inglesi, le tredici colonie approvarono il 4 luglio 1776 una Dichiarazione di indipendenza e la nascita di una nuova Nazione, gli Stati Uniti d’America. Ancora oggi il 4 luglio è giorno di festa negli U.S.A.

La Dichiarazione d’Indipendenza, dipinto di John Trumbull del 1819

Uno storico ha calcolato che un terzo degli abitanti delle colonie aderì alla Rivoluzione, un terzo rimase indeciso e un terzo si dichiarò lealista, cioè fedele al re inglese, che in quegli anni era Giorgio III del Casato di Hannover.
Dalla parte dei ribelli si schiereranno più avanti Francesi e Spagnoli, mentre con gli Inglesi si schierarono quasi tutte le tribù pellerossa (in particolare gli Irochesi), spaventate dal desiderio dei coloni di occupare le pianure oltre i monti Allegheny e quindi di invadere le loro terre.

Il dipinto rappresenta una scena di massacro operato dagli Irochesi
durante la Rivoluzione americana nel 1778 in Pennsylvania

Gli anni di guerra si succedettero con una serie di vittorie e di sconfitte da entrambe le parti, ma la clamorosa sconfitta subita dagli Inglesi nell’ottobre 1777 a Saratoga spinse Francia e Spagna ad appoggiare i coloni, inviando loro armi, munizioni e materiale bellico, che arrivò in America nella primavera del 1778, in un momento particolarmente critico per le truppe di George Washington.

La resa del generale Burgoyne a Saratoga, un dipinto di John Trumbull (1826)

Durante l’inverno precedente, infatti, i soldati avevano patito la fame per mesi e si erano ritrovati senza munizioni, armi, materiale sanitario, scarpe e persino sapone, mentre i cavalli morivano di fame a centinaia.
L’atto finale della guerra si ebbe a Yorktown, dove gli Inglesi si arresero alle milizie americane dopo un lungo assedio, il 19 ottobre 1781: le trattative di pace iniziarono l’anno successivo a Versailles e il 3 settembre 1783 venne riconosciuta l’indipendenza degli Stati Uniti dalla corona britannica. L’Inghilterra cedette al nuovo Stato anche un vasto territorio all’interno, fino al fiume Mississippi, dove la popolazione era costituita quasi esclusivamente da indiani.

La prima bandiera statunitense (con 13 stelle e 13 strisce a raffigurare le 13 colonie)
viene issata al posto di quella britannica a New York in un’incisione dell’epoca

Tra il 1786 e il 1787 le tredici colonie divenute Stati Uniti d’America si diedero una costituzione ispirata alle idee illuministe. Essa prevedeva la divisione dei tre poteri tra un parlamento (il Congresso, cui spettava il potere legislativo), il presidente (a capo del potere esecutivo) e i tribunali (che ebbero il potere giudiziario). Gli Stati Uniti d’America divennero una repubblica federale, in cui ogni Stato poteva avere leggi diverse, ma la difesa e la politica estera erano in comune. Il presidente (il primo fu George Washington) ottenne poteri molto vasti, non molto inferiori a quelli del re d’Inghilterra.
La Costituzione degli Stati Uniti stabiliva l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, ma in realtà le donne furono escluse dal voto e all’interno di ogni Stato le leggi stabilivano chi poteva votare e chi no. Agli indiani che ancora vivevano all’interno dei tredici Stati e agli schiavi neri non fu riconosciuto alcun diritto.

George Washington si rivolge all’Assemblea costituente



Nei decenni successivi alla Rivoluzione americana i bianchi si diffusero sempre più a ovest, nelle terre dei pellerossa; nacquero nuovi Stati, che si andarono ad aggiungere ai tredici iniziali e per i quali restarono valide le regole decise con la Costituzione; essa non può essere modificata, ma solo integrata, cioè è possibile solamente aggiungere a quelli originari dei nuovi articoli, chiamati emendamenti.

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La rivoluzione americana

mercoledì 24 giugno 2015

58 L'Europa nell'Età dei Lumi



L’EUROPA NELL’ETÀ DEI LUMI

Gli illuministi non trascurarono di studiare le diverse forme di governo e le leggi che le società umane si sono date. Notevole importanza ebbe in questo campo il nobile Charles-Louis de Secondat, barone di Montesquieu, autore di almeno due opere fondamentali per l’Illuminismo: le Lettere persiane del 1721 e lo Spirito delle leggi del 1748.

Montesquieu

Nella prima Montesquieu fa parlare due Persiani che, osservando con occhi stupiti la realtà europea alla quale sono estranei, ne fanno risaltare le follie e le storture; così l’autore ha modo di prendersela con il papa e con il clero, con ogni forma di dispotismo e con il celibato ecclesiastico, può dichiararsi favorevole al divorzio e alla tolleranza religiosa, e riflettere su come far fiorire il commercio e l’agricoltura, in nome di una morale tutta terrena, fondata sulla ragione.
Nella seconda opera Montesquieu studia la società da scienziato, cioè applicando ad essa il metodo sperimentale usato nelle scienze naturali, rinunciando al ricorso a Dio per spiegare il funzionamento di leggi, istituzioni, usi e costumi. Così facendo arriva a dire che i governi esistenti sono solo di tre tipi fondamentali (repubblica, monarchia, dispotismo) e che questi governi sono il risultato di cause fisiche e morali: il clima, la natura del suolo, i mezzi di sostentamento dei popoli, la quantità di popolazione, la religione, gli esempi delle cose passate, i costumi, eccetera..
In quest’opera l’illuminista cerca di evitare ogni giudizio su ciò che descrive, ma in diverse parti non riesce a nascondere la sua avversione alla schiavitù, all’Inquisizione e soprattutto al dispotismo, presentato come il governo in cui «un solo uomo, senza legge e senza regole, trascina tutto e tutti dietro la sua volontà e i suoi capricci». Da queste osservazioni Montesquieu arriva a formulare una regola, che diventerà la base delle democrazie moderne, quella della separazione dei tre poteri: quello di governare e amministrare lo Stato (potere esecutivo), quello di legiferare (potere legislativo) e quello di giudicare (potere giudiziario). Finché una sola persona (o uno stesso gruppo di persone) avesse avuto questi tre poteri, non sarebbe stato possibile nessun controllo sulle sue azioni e l’organizzazione dello Stato non sarebbe andata a vantaggio di tutti i cittadini.

I due libri più importanti di Montesquieu

Gli illuministi stamparono libri, giornali, riviste e sentirono per questo molto forte il bisogno di difendere la libertà di stampa, cioè la possibilità di pubblicare le proprie idee e di farle così conoscere a un pubblico più vasto; spesso però esisteva una rigida censura, cioè un controllo su quanto veniva pubblicato, e molte opere erano stampate e circolavano di nascosto.

Un dipinto di Charles Gabriel Lemonnier, raffigurante degli illuministi intenti a leggere 
un’opera di Voltaire

Alcuni re e principi scelsero come consiglieri alcuni dei più famosi illuministi e attuarono una serie di riforme ispirate alle loro idee, senza però rinunciare al loro potere assoluto: si parla perciò di assolutismo illuminato. I rapporti tra i sovrani e i filosofi illuministi non furono però facili, perché i filosofi progettavano trasformazioni profonde, mentre i re miravano sì ad amministrare in modo più efficiente lo Stato, ma anche a rendere più saldo il loro potere.
Le riforme dei sovrani illuminati si attuarono tra gli anni Quaranta e Ottanta del Settecento. Il fenomeno si registrò in numerosi Stati europei: nell’impero d’Austria con Maria Teresa d’Asburgo, nella Prussia di Federico II, nella Russia di Caterina II, nel Portogallo, in Spagna, in Danimarca, in Polonia, in alcuni Stati italiani. Non ne furono coinvolte né la Gran Bretagna (che non aveva una forma di governo assolutistico), né la Francia (dove, al contrario, l’assolutismo impedì anche i provvedimenti fiscali ed economici più urgenti).

Da sinistra: Maria Teresa d’Austria, Federico II di Prussia, Caterina II di Russia

In Austria, in Russia e in Prussia le riforme eliminarono quanto rimaneva della società feudale e limitarono il potere della Chiesa nei Paesi cattolici: qui si misero sotto controllo i tribunali ecclesiastici, vennero soppresse alcune immunità che spettavano al clero e il diritto d’asilo che ancora valeva negli edifici della Chiesa, i beni di chiese e abbazie vennero tassati e la censura fu tolta ai tribunali ecclesiastici ed assegnata direttamente allo Stato. Esso ampliò l’istruzione universitaria e secondaria, per sottrarre ai gesuiti il controllo quasi monopolistico che essi avevano sull’educazione: i gesuiti, infatti, gestivano un’amplissima rete di collegi e costituivano un ordine potente e temuto. Essi vennero allontanati da molti Stati europei e nel 1773 lo stesso papa soppresse l’ordine (che venne ristabilito nel 1814).
I sovrani illuminati riformarono l’amministrazione dello stato, creando strumenti più efficienti per controllare il territorio: furono ad esempio creati i primi catasti, che registravano la proprietà delle terre in tutto lo Stato.

Una mappa catastale del Granducato di Toscana

Nel corso del Settecento le grandi potenze rimasero l’Inghilterra, la Francia, l’Austria e la Russia.

Nella cartina l’Europa a metà del XVIII secolo

 Questi stati furono spesso in guerra gli uni contro gli altri per la supremazia in Europa. Infatti il secolo si aprì con la guerra di Successione spagnola (1701-1713): il re spagnolo Carlo II era privo di eredi e la Francia pensò che fosse il momento di riunire in una sola persona la corona francese e quella spagnola. Al termine della guerra la Francia ottenne la corona di Spagna per il suo candidato Filippo d’Angiò, pronipote di Luigi XIV, con la clausola però che Madrid e Parigi non fossero unite in un unico regno. Filippo d’Angiò prese il nome di Filippo V di Spagna e con lui iniziava la dinastia dei Borbone di Spagna, la stessa che siede sul trono ancora oggi.

Filippo V di Borbone

La vera trionfatrice della guerra di Successione spagnola fu però l’Inghilterra, che conquistò terre in America e nel Mediterraneo e acquisì diritti monopolistici nella gestione dei traffici transoceanici: il predominio marittimo inglese ha qui la sua origine.
La Spagna, invece, con questo conflitto perse tutti i suoi domini europei esterni alla penisola iberica (mantenne comunque i possedimenti in America e nelle Filippine) e da grande potenza imperiale si ridusse a Stato di medie dimensioni.

Un episodio della guerra di Successione spagnola in un dipinto di Jean Alaux

La guerra di Successione spagnola permise all’Austria asburgica di diventare una formidabile potenza militare, proiettata sia verso oriente (dove pose fine all’espansionismo dei Turchi, che furono costretti a cedere territori in Serbia e in Romania) sia verso occidente: per esempio l’Austria subentrò alla Spagna nel dominio del Ducato di Milano, del regno di Sardegna e di quello di Napoli, mentre i Savoia ottennero la corona di Sicilia e alcuni territori in Piemonte.
La Russia entrò nel Settecento a pieno titolo tra le grandi potenze europee, in particolare con Pietro I Romanov detto Pietro il Grande, che regnò dal 1682 al 1725, e poi con Caterina II (regnante dal 1762 al 1796 – ma gli storici non sono concordi nel riconoscere la sua importanza); la potenza russa aumentò a spese della Svezia, che iniziò il suo declino e perse territori sia nei confronti della Russia, sia della Prussia.

Pietro I il Grande in un ritratto di Paul Delaroche

Quest’ultima fu la nuova potenza che emerse nell’Europa centro-orientale nel corso del Settecento; il regno di Prussia, guidato dalla dinastia reale degli Hohenzollern, feudatari dell’Impero, comprendeva territori all’interno dell’Impero Germanico (il Brandeburgo) e anche all’esterno (la Prussia propriamente detta). La potenza prussiana aumentò nel corso del XVIII secolo, in particolare sotto il regno di Federico II il Grande (1740-1786), grazie alle riforme amministrative e militari introdotte dai re e alle guerre; quella di Successione polacca (1733-1738) e quella di Successione austriaca (1740-1748) permisero alla Prussia di raddoppiare quasi il territorio e di diventare uno degli Stati militarmente più forti in Europa.

Federico II di Prussia in un ritratto di Anton Graff

L’Impero Ottomano, che nel 1699 aveva perso l’Ungheria assorbita dall’Impero d’Austria, continuò per tutto il Settecento il suo declino.
Nella seconda metà del Settecento un’altra guerra venne combattuta in Europa: quella dei Sette anni, tra il 1756 e il 1763. Qualche storico la chiama “la prima guerra mondiale”, perché fu il primo conflitto in cui alcuni Stati europei si scontrarono non solo sul territorio europeo, ma anche sugli oceani e nei continenti extraeuropei: in più le motivazioni della guerra furono dichiaratamente mercantili e commerciali ed evidenziarono un fenomeno (quello del colonialismo), che porterà successivamente ad altri grandi conflitti. Teatri di guerra furono dunque non solo l’Europa (dove la Prussia conservò le sue posizioni), ma anche l’America e il subcontinente indiano, dove l’Inghilterra sottrasse a Francia e Spagna importanti spazi coloniali: la Francia dovette abbandonare quasi completamente l’America settentrionale e l’India, la Spagna perse la Florida, in cambio della Louisiana.

Una battaglia della guerra dei Sette anni in un dipinto di Richard Knötel

Nel Settecento l’Italia rimase in una situazione di dipendenza dalle potenze europee e in particolare dall’Austria: si è già detto che in seguito alla guerra di Successione spagnola gli austriaci subentrarono agli spagnoli nel Ducato di Milano, a Napoli, in Sardegna, a Mantova.
Gli unici due Stati che conservarono una certa importanza politica furono la Repubblica di Venezia (che però era in declino) e il ducato Sabaudo, che nel 1720 diventò Regno di Sardegna: i Savoia infatti avevano già ottenuto il titolo di re nel 1713, quando dopo la guerra di Successione spagnola Filippo V di Spagna cedette loro la Sicilia, mentre nel 1718 accettarono dall’Austria la proposta di cedere la Sicilia in cambio della Sardegna. Vittorio Amedeo II di Savoia ottenne il titolo di re del Regno di Sardegna nel 1720, anche se il centro dello Stato era il Piemonte e la capitale era Torino.
Per il neonato Regno di Sardegna fu importante l’alleanza con l’Inghilterra, la quale da una parte voleva fare del Piemonte un argine al dominio degli Asburgo in Italia, dall’altra provocò un enorme flusso di merci tra le isole britanniche e la nostra penisola in entrambe le direzioni.

Maria Giovanna Clementi, Ritratto di Vittorio Amedeo II re di Sardegna

Anche in Italia vennero realizzate diverse riforme legate al diffondersi dell’Illuminismo, soprattutto nei territori austriaci o legati all’Austria: nel ducato di Milano, che dipendeva direttamente dall’imperatrice Maria Teresa d’Austria, le riforme vennero introdotte per iniziativa del figlio di lei, Giuseppe II; nel granducato di Toscana per azione del granduca Pietro Leopoldo d’Asburgo, secondogenito maschio dell’imperatrice Maria Teresa. Lo Stato della Chiesa non conobbe alcuna riforma.

Pietro Leopoldo granduca di Toscana (a sinistra) assieme al fratello l’imperatore Giuseppe II i
n un dipinto di Pompeo Batoni del 1769

Le riforme attuate nei diversi Stati italiani, con maggiore o minore forza ed efficacia, riguardarono specialmente il settore economico (introduzione di nuove piante come la patata nell’agricoltura, lavori di bonifica e di irrigazione, liberalizzazione dei commerci), l’amministrazione dello stato (scioglimento delle corporazioni medievali, abolizione della feudalità, stesura di un catasto), l’insegnamento (apertura di scuole elementari, soppressione delle scuole dei gesuiti), la politica ecclesiastica (soppressione di conventi, limitazione dei privilegi del clero) e la giustizia: in questo settore il granducato di Toscana si distinse per  la promulgazione nel 1786 del codice penale, il primo in Italia a carattere moderno. Esso accolse la lezione del Beccaria e abolì la tortura, la pena di morte (sostituita con il carcere a vita), la confisca dei beni del condannato; sancì l’obbligo della motivazione delle sentenze e cancellò il crimine di lesa maestà. Le grandi novità di questa riforma della giustizia convissero accanto a elementi di arretratezza: non furono depenalizzati i reati di eresia, sacrilegio, sortilegio, bestemmia; severissime erano le pene per reati sessuali e per quelli relativi alla famiglia (adulterio, incesto, stupro, bigamia); rimasero tra le punizioni la frusta pubblica, la gogna, le staffilate (cioè l’essere battuti con uno staffile, una lunga e robusta frusta di cuoio).

Illustrazioni raffiguranti un uomo alla gogna e un uomo frustato pubblicamente


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