mercoledì 24 giugno 2015

58 L'Europa nell'Età dei Lumi



L’EUROPA NELL’ETÀ DEI LUMI

Gli illuministi non trascurarono di studiare le diverse forme di governo e le leggi che le società umane si sono date. Notevole importanza ebbe in questo campo il nobile Charles-Louis de Secondat, barone di Montesquieu, autore di almeno due opere fondamentali per l’Illuminismo: le Lettere persiane del 1721 e lo Spirito delle leggi del 1748.

Montesquieu

Nella prima Montesquieu fa parlare due Persiani che, osservando con occhi stupiti la realtà europea alla quale sono estranei, ne fanno risaltare le follie e le storture; così l’autore ha modo di prendersela con il papa e con il clero, con ogni forma di dispotismo e con il celibato ecclesiastico, può dichiararsi favorevole al divorzio e alla tolleranza religiosa, e riflettere su come far fiorire il commercio e l’agricoltura, in nome di una morale tutta terrena, fondata sulla ragione.
Nella seconda opera Montesquieu studia la società da scienziato, cioè applicando ad essa il metodo sperimentale usato nelle scienze naturali, rinunciando al ricorso a Dio per spiegare il funzionamento di leggi, istituzioni, usi e costumi. Così facendo arriva a dire che i governi esistenti sono solo di tre tipi fondamentali (repubblica, monarchia, dispotismo) e che questi governi sono il risultato di cause fisiche e morali: il clima, la natura del suolo, i mezzi di sostentamento dei popoli, la quantità di popolazione, la religione, gli esempi delle cose passate, i costumi, eccetera..
In quest’opera l’illuminista cerca di evitare ogni giudizio su ciò che descrive, ma in diverse parti non riesce a nascondere la sua avversione alla schiavitù, all’Inquisizione e soprattutto al dispotismo, presentato come il governo in cui «un solo uomo, senza legge e senza regole, trascina tutto e tutti dietro la sua volontà e i suoi capricci». Da queste osservazioni Montesquieu arriva a formulare una regola, che diventerà la base delle democrazie moderne, quella della separazione dei tre poteri: quello di governare e amministrare lo Stato (potere esecutivo), quello di legiferare (potere legislativo) e quello di giudicare (potere giudiziario). Finché una sola persona (o uno stesso gruppo di persone) avesse avuto questi tre poteri, non sarebbe stato possibile nessun controllo sulle sue azioni e l’organizzazione dello Stato non sarebbe andata a vantaggio di tutti i cittadini.

I due libri più importanti di Montesquieu

Gli illuministi stamparono libri, giornali, riviste e sentirono per questo molto forte il bisogno di difendere la libertà di stampa, cioè la possibilità di pubblicare le proprie idee e di farle così conoscere a un pubblico più vasto; spesso però esisteva una rigida censura, cioè un controllo su quanto veniva pubblicato, e molte opere erano stampate e circolavano di nascosto.

Un dipinto di Charles Gabriel Lemonnier, raffigurante degli illuministi intenti a leggere 
un’opera di Voltaire

Alcuni re e principi scelsero come consiglieri alcuni dei più famosi illuministi e attuarono una serie di riforme ispirate alle loro idee, senza però rinunciare al loro potere assoluto: si parla perciò di assolutismo illuminato. I rapporti tra i sovrani e i filosofi illuministi non furono però facili, perché i filosofi progettavano trasformazioni profonde, mentre i re miravano sì ad amministrare in modo più efficiente lo Stato, ma anche a rendere più saldo il loro potere.
Le riforme dei sovrani illuminati si attuarono tra gli anni Quaranta e Ottanta del Settecento. Il fenomeno si registrò in numerosi Stati europei: nell’impero d’Austria con Maria Teresa d’Asburgo, nella Prussia di Federico II, nella Russia di Caterina II, nel Portogallo, in Spagna, in Danimarca, in Polonia, in alcuni Stati italiani. Non ne furono coinvolte né la Gran Bretagna (che non aveva una forma di governo assolutistico), né la Francia (dove, al contrario, l’assolutismo impedì anche i provvedimenti fiscali ed economici più urgenti).

Da sinistra: Maria Teresa d’Austria, Federico II di Prussia, Caterina II di Russia

In Austria, in Russia e in Prussia le riforme eliminarono quanto rimaneva della società feudale e limitarono il potere della Chiesa nei Paesi cattolici: qui si misero sotto controllo i tribunali ecclesiastici, vennero soppresse alcune immunità che spettavano al clero e il diritto d’asilo che ancora valeva negli edifici della Chiesa, i beni di chiese e abbazie vennero tassati e la censura fu tolta ai tribunali ecclesiastici ed assegnata direttamente allo Stato. Esso ampliò l’istruzione universitaria e secondaria, per sottrarre ai gesuiti il controllo quasi monopolistico che essi avevano sull’educazione: i gesuiti, infatti, gestivano un’amplissima rete di collegi e costituivano un ordine potente e temuto. Essi vennero allontanati da molti Stati europei e nel 1773 lo stesso papa soppresse l’ordine (che venne ristabilito nel 1814).
I sovrani illuminati riformarono l’amministrazione dello stato, creando strumenti più efficienti per controllare il territorio: furono ad esempio creati i primi catasti, che registravano la proprietà delle terre in tutto lo Stato.

Una mappa catastale del Granducato di Toscana

Nel corso del Settecento le grandi potenze rimasero l’Inghilterra, la Francia, l’Austria e la Russia.

Nella cartina l’Europa a metà del XVIII secolo

 Questi stati furono spesso in guerra gli uni contro gli altri per la supremazia in Europa. Infatti il secolo si aprì con la guerra di Successione spagnola (1701-1713): il re spagnolo Carlo II era privo di eredi e la Francia pensò che fosse il momento di riunire in una sola persona la corona francese e quella spagnola. Al termine della guerra la Francia ottenne la corona di Spagna per il suo candidato Filippo d’Angiò, pronipote di Luigi XIV, con la clausola però che Madrid e Parigi non fossero unite in un unico regno. Filippo d’Angiò prese il nome di Filippo V di Spagna e con lui iniziava la dinastia dei Borbone di Spagna, la stessa che siede sul trono ancora oggi.

Filippo V di Borbone

La vera trionfatrice della guerra di Successione spagnola fu però l’Inghilterra, che conquistò terre in America e nel Mediterraneo e acquisì diritti monopolistici nella gestione dei traffici transoceanici: il predominio marittimo inglese ha qui la sua origine.
La Spagna, invece, con questo conflitto perse tutti i suoi domini europei esterni alla penisola iberica (mantenne comunque i possedimenti in America e nelle Filippine) e da grande potenza imperiale si ridusse a Stato di medie dimensioni.

Un episodio della guerra di Successione spagnola in un dipinto di Jean Alaux

La guerra di Successione spagnola permise all’Austria asburgica di diventare una formidabile potenza militare, proiettata sia verso oriente (dove pose fine all’espansionismo dei Turchi, che furono costretti a cedere territori in Serbia e in Romania) sia verso occidente: per esempio l’Austria subentrò alla Spagna nel dominio del Ducato di Milano, del regno di Sardegna e di quello di Napoli, mentre i Savoia ottennero la corona di Sicilia e alcuni territori in Piemonte.
La Russia entrò nel Settecento a pieno titolo tra le grandi potenze europee, in particolare con Pietro I Romanov detto Pietro il Grande, che regnò dal 1682 al 1725, e poi con Caterina II (regnante dal 1762 al 1796 – ma gli storici non sono concordi nel riconoscere la sua importanza); la potenza russa aumentò a spese della Svezia, che iniziò il suo declino e perse territori sia nei confronti della Russia, sia della Prussia.

Pietro I il Grande in un ritratto di Paul Delaroche

Quest’ultima fu la nuova potenza che emerse nell’Europa centro-orientale nel corso del Settecento; il regno di Prussia, guidato dalla dinastia reale degli Hohenzollern, feudatari dell’Impero, comprendeva territori all’interno dell’Impero Germanico (il Brandeburgo) e anche all’esterno (la Prussia propriamente detta). La potenza prussiana aumentò nel corso del XVIII secolo, in particolare sotto il regno di Federico II il Grande (1740-1786), grazie alle riforme amministrative e militari introdotte dai re e alle guerre; quella di Successione polacca (1733-1738) e quella di Successione austriaca (1740-1748) permisero alla Prussia di raddoppiare quasi il territorio e di diventare uno degli Stati militarmente più forti in Europa.

Federico II di Prussia in un ritratto di Anton Graff

L’Impero Ottomano, che nel 1699 aveva perso l’Ungheria assorbita dall’Impero d’Austria, continuò per tutto il Settecento il suo declino.
Nella seconda metà del Settecento un’altra guerra venne combattuta in Europa: quella dei Sette anni, tra il 1756 e il 1763. Qualche storico la chiama “la prima guerra mondiale”, perché fu il primo conflitto in cui alcuni Stati europei si scontrarono non solo sul territorio europeo, ma anche sugli oceani e nei continenti extraeuropei: in più le motivazioni della guerra furono dichiaratamente mercantili e commerciali ed evidenziarono un fenomeno (quello del colonialismo), che porterà successivamente ad altri grandi conflitti. Teatri di guerra furono dunque non solo l’Europa (dove la Prussia conservò le sue posizioni), ma anche l’America e il subcontinente indiano, dove l’Inghilterra sottrasse a Francia e Spagna importanti spazi coloniali: la Francia dovette abbandonare quasi completamente l’America settentrionale e l’India, la Spagna perse la Florida, in cambio della Louisiana.

Una battaglia della guerra dei Sette anni in un dipinto di Richard Knötel

Nel Settecento l’Italia rimase in una situazione di dipendenza dalle potenze europee e in particolare dall’Austria: si è già detto che in seguito alla guerra di Successione spagnola gli austriaci subentrarono agli spagnoli nel Ducato di Milano, a Napoli, in Sardegna, a Mantova.
Gli unici due Stati che conservarono una certa importanza politica furono la Repubblica di Venezia (che però era in declino) e il ducato Sabaudo, che nel 1720 diventò Regno di Sardegna: i Savoia infatti avevano già ottenuto il titolo di re nel 1713, quando dopo la guerra di Successione spagnola Filippo V di Spagna cedette loro la Sicilia, mentre nel 1718 accettarono dall’Austria la proposta di cedere la Sicilia in cambio della Sardegna. Vittorio Amedeo II di Savoia ottenne il titolo di re del Regno di Sardegna nel 1720, anche se il centro dello Stato era il Piemonte e la capitale era Torino.
Per il neonato Regno di Sardegna fu importante l’alleanza con l’Inghilterra, la quale da una parte voleva fare del Piemonte un argine al dominio degli Asburgo in Italia, dall’altra provocò un enorme flusso di merci tra le isole britanniche e la nostra penisola in entrambe le direzioni.

Maria Giovanna Clementi, Ritratto di Vittorio Amedeo II re di Sardegna

Anche in Italia vennero realizzate diverse riforme legate al diffondersi dell’Illuminismo, soprattutto nei territori austriaci o legati all’Austria: nel ducato di Milano, che dipendeva direttamente dall’imperatrice Maria Teresa d’Austria, le riforme vennero introdotte per iniziativa del figlio di lei, Giuseppe II; nel granducato di Toscana per azione del granduca Pietro Leopoldo d’Asburgo, secondogenito maschio dell’imperatrice Maria Teresa. Lo Stato della Chiesa non conobbe alcuna riforma.

Pietro Leopoldo granduca di Toscana (a sinistra) assieme al fratello l’imperatore Giuseppe II i
n un dipinto di Pompeo Batoni del 1769

Le riforme attuate nei diversi Stati italiani, con maggiore o minore forza ed efficacia, riguardarono specialmente il settore economico (introduzione di nuove piante come la patata nell’agricoltura, lavori di bonifica e di irrigazione, liberalizzazione dei commerci), l’amministrazione dello stato (scioglimento delle corporazioni medievali, abolizione della feudalità, stesura di un catasto), l’insegnamento (apertura di scuole elementari, soppressione delle scuole dei gesuiti), la politica ecclesiastica (soppressione di conventi, limitazione dei privilegi del clero) e la giustizia: in questo settore il granducato di Toscana si distinse per  la promulgazione nel 1786 del codice penale, il primo in Italia a carattere moderno. Esso accolse la lezione del Beccaria e abolì la tortura, la pena di morte (sostituita con il carcere a vita), la confisca dei beni del condannato; sancì l’obbligo della motivazione delle sentenze e cancellò il crimine di lesa maestà. Le grandi novità di questa riforma della giustizia convissero accanto a elementi di arretratezza: non furono depenalizzati i reati di eresia, sacrilegio, sortilegio, bestemmia; severissime erano le pene per reati sessuali e per quelli relativi alla famiglia (adulterio, incesto, stupro, bigamia); rimasero tra le punizioni la frusta pubblica, la gogna, le staffilate (cioè l’essere battuti con uno staffile, una lunga e robusta frusta di cuoio).

Illustrazioni raffiguranti un uomo alla gogna e un uomo frustato pubblicamente


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L'Europa nell'Età dei Lumi

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