venerdì 6 febbraio 2015

49 La Riforma protestante



LA RIFORMA PROTESTANTE

LA CRISI DELLA CHIESA

All’inizio dell’Età Moderna la Chiesa era molto ricca e potente, ma proprio per questo molti entravano nel clero solo per ottenere ricchezze e potere e non per fede religiosa: i nobili si facevano nominare vescovi, spesso pagando, per ottenere le rendite delle diocesi (ossia il territorio posto sotto il controllo di un vescovo), mentre gli uomini di famiglie non nobili cercavano di diventare sacerdoti e di ottenere una parrocchia per avere un reddito sicuro e regolare. Tutti costoro si disinteressavano delle loro diocesi e parrocchie e spesso neppure vi vivevano: ad esempio nella diocesi di Ginevra all’inizio del Cinquecento appena il 20% dei parroci viveva nella propria parrocchia. Inoltre, per aumentare il loro reddito, molti vescovi accumulavano le cariche, cioè erano vescovi di diverse diocesi, in cui andavano molto raramente. Questa situazione era piuttosto diffusa soprattutto in Germania, dove la mancanza di un saldo potere monarchico (al contrario di ciò che era accaduto in Francia e in Spagna) impediva di opporsi efficacemente alle tasse imposte dalla curia pontificia e all’ingerenza del papa in molti affari politici.

La falsa dottrina dell’Anticristo, metà di un’illustrazione del 1545 di Lucas Cranach il Giovane 
(l’altra metà è intitolata La vera religione di Cristo
in cui la Chiesa di Roma viene presentata come avida, corrotta e ispirata dal demonio

Del resto anche a Roma la situazione era complicata: tra le principali famiglie italiane era una continua e dura lotta per l’elezione del papa e in alcuni casi le diverse fazioni corrompevano i cardinali per far eleggere il proprio candidato. Controllare l’elezione del papa non era un fatto secondario, perché il pontefice poteva distribuire le cariche religiose, che fornivano grandi redditi, e favorire la propria famiglia e i propri sostenitori in molti modi.

Raffaello Sanzio, Ritratto di papa Leone X con i cardinali Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi

Questa situazione provocava le critiche dei fedeli, che accusavano molti uomini di Chiesa di non rispettare le regole religiose.
All’inizio del Cinquecento scoppiò una nuova polemica, legata alla vendita delle indulgenze. L’indulgenza era una riduzione della pena che l’anima di un morto doveva scontare in purgatorio, per le colpe commesse in vita. Pagando una certa cifra, si poteva acquistare per sé (o dal 1476 anche per un parente morto) questa riduzione di pena. L’acquisto di un’indulgenza avveniva all’inizio del Cinquecento in terra tedesca in maniera particolarmente efficace: il principe elettore Alberto di Brandeburgo, in qualità di commissario papale, aveva incaricato un predicatore domenicano e inquisitore, Johannes Tetzel, di effettuare la vendita. Costui, preceduto da una croce con lo stemma del papa, entrava nelle città e nei villaggi tedeschi, seguito dai notabili del luogo e dal popolo in solenne processione, quindi entrava in chiesa e cominciava a predicare, descrivendo le pene dell’inferno, incitando al pentimento, alla confessione e al pagamento di un obolo per la completa remissione dei peccati dei propri parenti; nel momento stesso in cui il denaro toccava il fondo della sua cassa – diceva il predicatore – l’anima dei propri cari sarebbe volata in paradiso.

Johannes Tetzel in un’incisione del tardo Cinquecento ritratto con la cassetta dell’obolo 
per le indulgenze

La vendita delle indulgenze fruttava enormi somme di denaro alla Chiesa, ai nobili e alle grandi banche, come quelle dei Fugger e dei Medici. Nel caso tedesco una parte del denaro ricavato dalla vendita delle indulgenze andava al papa per la costruzione della nuova basilica di San Pietro a Roma; un’altra parte era stata assegnata dal pontefice Leone X ad Alberto di Brandeburgo per rifarsi del colossale debito che costui aveva contratto con i Fugger allo scopo di pagare la Sede apostolica, da cui aveva ottenuto il controllo di ben tre diocesi vescovili, tra cui quella prestigiosa di Magonza. Molti, e non solo in Germania, criticavano la vendita delle indulgenze e l’idea che con il denaro si potesse comperare un ingresso più rapido in paradiso.

La vendita delle indulgenze in una xilografia del 1530 circa

MARTIN LUTERO

Nel 1517 Martin Lutero, un monaco agostiniano che insegnava nell’università tedesca di Wittenberg, una cittadina nel Ducato di Sassonia, affisse alla porta della chiesa del castello annesso all’università un foglio, su cui aveva scritto 95 tesi personali, con cui, secondo l’uso accademico, invitava le autorità ecclesiastiche competenti a una pubblica discussione sulla vendita delle indulgenze. Lutero scriveva nelle 95 tesi che le indulgenze non avevano alcun valore e la sua opinione, molto critica nei confronti del papa e della curia romana, fu ben accolta in Germania.

Illustrazione con l’episodio delle 95 tesi affisse alla porta della chiesa del castello di Wittenberg

Il papa ordinò a Lutero di ritrattare, cioè di ritirare le proprie affermazioni, ma egli si rifiutò e anzi sviluppò le sue tesi, negando l’autorità del papa e dei vescovi: egli affermò che tutti i cristiani dovevano cercare direttamente nella Bibbia l’insegnamento divino, sostenne che i sacramenti (tranne il battesimo e l’eucarestia) non avevano nessun valore e che gli ecclesiastici potevano sposarsi. Lutero venne allora accusato dai domenicani di eresia e solo per ragioni politiche (papa Leone X appoggiava il duca Federico di Sassonia come candidato al trono imperiale) il pontefice decise per il momento di non fare ulteriori passi contro il frate. Ma quando nel 1519 divenne imperatore il giovane Carlo d’Asburgo, il papa non aveva più motivo di temporeggiare.

Carlo d’Asburgo (ossia Carlo V) giovane in un dipinto cinquecentesco di Bernard van Orley

Nel giugno del 1520 Leone X minacciò Lutero di scomunica e il frate rispose bruciando la bolla papale nella piazza di Wittenberg. Nel gennaio 1521 arrivò la scomunica e il duca di Sassonia decise di proteggere Lutero, rifiutandosi di consegnarlo a Roma e proponendo che, prima di essere messo al bando, il frate scomunicato venisse giudicato da un tribunale dell’impero.

Lutero brucia pubblicamente la bolla papale

Nell’aprile 1521 venne convocata la dieta di Worms, presieduta dall’imperatore Carlo V: davanti a lui e ai principi lì riuniti, Lutero rifiutò di ritrattare quanto aveva scritto nelle 95 tesi e negli scritti successivi, a meno che, Sacre Scritture alla mano, non gli dimostrassero che aveva torto. «Qui sto saldo. Non posso fare altrimenti», sembra che abbia detto in tedesco davanti all’imperatore. 


Xilografia colorata del 1557 raffigurante Lutero a Worms;
l’immagine è chiaramente errata storicamente, dato che rappresenta Carlo V come un vecchio 
con la barba bianca, quando in realtà l’imperatore aveva appena 21 anni


Al termine della dieta Lutero venne bandito dall’impero e privato di ogni diritto: chiunque si fosse imbattuto in lui era autorizzato a fare giustizia senza alcuna conseguenza. Ma il frate nel frattempo era scomparso: il duca di Sassonia l’aveva portato al sicuro in una fortezza della Turingia, dove Lutero visse isolato per quasi un anno, dedicandosi alla traduzione in tedesco del Nuovo Testamento.

 Statua a Federico di Sassonia nella chiesa del castello di Wittenberg


LA DIFFUSIONE DELLE DOTTRINE LUTERANE

Intanto le dottrine luterano si diffondevano ovunque in Germania, non solo presso università e conventi, ma anche tra i borghesi delle città e i signori tedeschi. Il giorno di Natale del 1521 Carlostadio, professore di teologia a Wittenberg ed ex-collega di Lutero, celebrò messa in lingua volgare e senza paramenti sacri, utilizzando una liturgia modificata: era la risposta a quanti (cittadini, studenti delle università e confratelli di Lutero) chiedevano una concreta traduzione delle dottrine luterane in un nuovo modo di vivere e di celebrare i riti religiosi. Era l’inizio di qualcosa, che non rientrava dapprima nemmeno nelle intenzioni di Lutero: qualcosa che è passato alla storia come Riforma protestante e che è il distacco di una parte della cristianità dalla Chiesa cattolica di Roma e la formazione di nuove Chiese (oltre a quella luterana ce ne furono altre) dette complessivamente protestanti o anche riformate.

Andrea Carlostadio in un’acquaforte del XVI secolo
Illustrazione ottocentesca raffigurante un episodio di iconoclastia, suggerita alla Riforma da Carlostadio

Mentre Lutero era al sicuro in Turingia, scoppiò una serie di disordini: distruzione di chiese e di altari, sovvertimenti nella liturgia, dissoluzione delle regole monastiche e degli ordini sacri, diffusione della poligamia tra i sacerdoti. Lutero fu costretto a lasciare la Turingia e a tornare a Wittenberg, per organizzare la sua dottrina ed evitare derive incontrollate ed eccessi pericolosi.
In quest’opera di sistemazione della nuova Chiesa luterana svolse un ruolo importante la stampa: una fitta rete di grandi e piccole tipografie stampò e diffuse in tutta la Germania sia la Bibbia tradotta da Lutero (scritta in una lingua che, proprio grazie a quest’opera, divenne patrimonio comune di tutti i tedeschi), sia gli altri scritti del frate agostiniano.

Illustrazione da un’edizione del 1522 della Bibbia tradotta da Lutero
Copia a colori del frontespizio dell’edizione del 1534 della Bibbia con illustrazioni di Lucas Cranach

Scritti che non si limitavano alla polemica antiromana, ma puntavano sull’istruzione dei lettori. C’era infatti tutto un mondo di tradizioni da ricostruire, dato che i vecchi culti erano stati aboliti: quello dei santi, delle reliquie, delle indulgenze, dei pellegrinaggi, dei suffragi per i defunti, dell’uso del latino nella liturgia, della fede nel purgatorio (che tra l’altro era un’invenzione medievale), di cerimonie e feste. C’erano da definire anche nuovi ruoli sociali, dopo la cancellazione del celibato ecclesiastico, dei voti monastici, delle esenzioni fiscali del clero, delle immunità dei chierici dalle leggi dello Stato.

Il matrimonio tra Lutero e l’ex monaca Katharina von Bora,
che diede un contributo importante all’elaborazione del matrimonio ecclesiastico

Secondo le stime degli storici la Riforma luterana provocò un incremento dell’alfabetizzazione in Germania nel corso del Cinquecento: se all’inizio del secolo le persone in grado di leggere e scrivere erano 400.000, erano circa un milione a fine secolo, che significava il 5% della popolazione, con punte del 30% nelle città. Va considerato, inoltre, che all’epoca la lettura non era una pratica esercitata individualmente e in silenzio, bensì un fenomeno sociale che aveva spesso luogo ad alta voce negli spazi pubblici cittadini o nelle riunioni in case private.
Oltre agli scritti di Lutero e alla Bibbia e al Vangelo, la comunicazione orale comprendeva anche canti ed inni, che non appartenevano solo alla liturgia in volgare nelle chiese, ma che si propagavano anche fuori dai luoghi di culto.

Lutero che suona in famiglia

Importante poi fu il ruolo delle illustrazioni che accompagnavano le varie edizioni della Bibbia pubblicate in quegli anni: è stato calcolato che nel 1546, l’anno della morte di Lutero, più di 500 differenti illustrazioni erano state approntate per accompagnare il testo biblico, anche da parte di artisti importanti come Lucas Cranach il Vecchio. Tra queste illustrazioni (a volte quasi dei fumetti con personaggi che si scambiano battute) compariva spesso lo stereotipo del contadino tedesco, il buon Hans con la zappa in mano, sfruttato da frati corrotti e crapuloni che sedevano al suo desco e ne insidiavano le figlie, o da predicatori di indulgenze e commissari papali che lo depredavano dei suoi magri risparmi. Erano illustrazioni che riprendevano un’antica vena anticlericale di origine medievale o che si rifacevano a quelle immagini d’insulto, con le quali i cavalieri e i nobili dell’impero si sfidavano tra loro e aprivano una guerra feudale.

Illustrazione per un’edizione di un libretto satirico: da sinistra i personaggi raffigurati sono Lutero, 
il frate francescano Thomas Murner (con la faccia da gatto), uno studente e Karsthans, il contadino

È stato detto che la Riforma luterana sia «figlia di Gutenberg», in quanto tra il 1517 e il 1555 la stampa è stata un veicolo fondamentale per la diffusione nell’area tedesca del movimento luterano, il quale rivendicava la lettura diretta della sacra Scrittura da parte del fedele e, per giunta, in lingua volgare. Di sicuro questo fenomeno spiega il diverso atteggiamento nei confronti dei libri, che divise l’Europa in due: da una parte l’Europa protestante considerò il libro in volgare come un veicolo di diffusione della fede, dall’altra l’Europa cattolica si chiuse nella difesa del latino e nella condanna del libro proibito, quello che, usando la lingua volgare, serviva principalmente alla diffusione delle eresie.

Illustrazione satirica del 1526, in tedesco Schandbild, che avrebbe grossomodo il significato dell’espressione italiana “mettere alla berlina”

LA RIVOLTA DEI CAVALIERI E LA GUERRA DEI CONTADINI

Negli anni Venti il messaggio religioso della Riforma si intrecciò con tensioni sociali e politiche latenti nell’impero e portò prima alla rivolta dei cavalieri (1522-1523), poi alla guerra dei contadini (1524-1525).
I cavalieri costituivano la bassa nobiltà dell’impero, legata ad antichi ideali militari, sempre più povera e sempre più esclusa dalla politica. Fu facile per alcuni di questi cavalieri leggere nelle parole di Lutero un invito alla spoliazione delle proprietà ecclesiastiche: riuniti in una «unione fraterna» 600 cavalieri del Reno superiore rivolsero le armi contro l’arcivescovo di Treviri, mentre altri si dirigevano contro altri vescovi. Furono sconfitti da una lega di principi, che riuscì a scongiurare il pericolo dell’estensione della protesta alla media e all’alta nobiltà.

Franz von Sickingen, uno dei capi dei cavalieri in rivolta
Monumento a Ulrich von Hutten e Franz von Sickingen (due cavalieri ribelli) a Bad Münster am Stein-Ebernburg

La rivolta dei contadini fu un fenomeno più complesso e diffuso: incominciò tra maggio e giugno del 1524 nella Selva Nera (la zona dell’attuale Germania vicina a Svizzera e Francia), ma si propagò rapidamente dalla Renania alla Svevia, alla Turingia, alla Franconia, all’Alsazia, al Tirolo, alla Carinzia, alla Sassonia. Si calcola che nel 1525 ben 300.000 contadini fossero in rivolta. Rivendicavano la restituzione di terre e diritti comuni in passato riconosciuti alle comunità di villaggio (diritti di caccia, di pesca, del taglio della legna nei boschi), l’abolizione dei diritti signorili e delle decime ecclesiastiche, la riduzione degli affitti, il ripristino della consuetudine di eleggere il proprio parroco: rivendicazioni che si intrecciavano con richieste innovatrici originate dal messaggio luterano. Ma fu proprio Lutero (definito allora dai capi rivoluzionari «il papa di Wittenberg», o «il dottor menzogna», o anche «fra porco da ingrasso») a esortare i principi allo sterminio dei ribelli, nella consapevolezza che le novità introdotte dalla sua predicazione stavano portando al disordine sociale e che l’allargarsi della rivolta contadina minacciava il potere dei nobili tedeschi, dalla cui protezione dipendeva la sua stessa vita.

Illustrazione raffigurante la guerra dei contadini

Gli insorti furono così sconfitti a Frankenhausen, in Turingia, il 15 maggio 1525 in seguito a uno scontro con i soldati dei principi tedeschi: 8.000 ribelli e furono annientati e il loro capo, Thomas Müntzer (un sacerdote che era stato inizialmente favorevole a Lutero ma poi aveva rotto con lui assumendo posizioni sempre più radicali), venne torturato e decapitato il 25 maggio 1525. La guerra contadina terminò definitivamente in luglio: costò la vita a circa 100.000 contadini, morti in battaglia o trucidati dopo la cattura.

Un contadino messo al rogo dopo la disfatta di Frankenhausen



LA RIFORMA DENTRO E FUORI DALLA GERMANIA

Mentre in Germania la Riforma luterana incontrava sempre più l’appoggio dei diversi principi territoriali (in funzione spesso anti-imperiale), ma anche delle città imperiali (una sorta di piccole repubbliche governate da un consiglio cittadino direttamente dipendenti dall’imperatore), fuori della Germania le idee di Lutero trovavano sostenitori e personalità capaci di svilupparle in forme originali e autonome.
A Zurigo si affermò la predicazione di Huldreich Zwingli, che si distingueva da Lutero per alcune particolarità teologiche inerenti ai sacramenti e per una valenza politica legata al fatto che Zurigo era una repubblica libera governata da borghesi.

Uldreich Zwingli in un ritratto di Hans Asper

A Ginevra il teologo francese Giovanni Calvino poté realizzare le proprie idee, che assegnavano alla vita religiosa un ruolo preminente su quella politica. Tra il 1540 e il 1560 Ginevra, sotto la guida di Calvino, si collocò al centro di una rete di dimensioni europee, diventando il luogo di rifugio degli esuli per motivi religiosi che intanto si andavano moltiplicando. La città raddoppiò quasi la propria popolazione, nonostante fosse sottoposta a una rigida disciplina dei costumi: le autorità civili ed ecclesiastiche vigilavano sulla regolare frequenza ai servizi divini, sulla partecipazione alla comunione, persino sulle letture domestiche dei cittadini; erano proibiti il gioco dei dadi e delle carte, le acconciature e gli abiti eccentrici, i nomi di battesimo che non comparivano nella Bibbia; furono imposte inflessibili restrizioni ai balli e alle rappresentazioni teatrali, alla frequentazione delle osterie, ai bambini che giocavano per strada durante le funzioni religiose, a ogni forma di lusso e di ostentazione. L’applicazione di rigide regole e di un ferreo rifiuto di ogni forma di dissidenza religiosa culminò nella condanna a morte sul rogo di Michele Serveto, un riformatore catalano che negava la Trinità e che, costretto a fuggire dal suo paese, venne arrestato a Ginevra; l’episodio suscitò un ampio dibattito nell’Europa di metà Cinquecento.

Giovanni Calvino

Altre correnti riformiste si diffusero contemporaneamente a quella di Lutero, come quella degli anabattisti, i quali sostenevano che il battesimo andava somministrato agli adulti che lo sceglievano, non ai bambini inconsapevoli; piuttosto radicali nelle loro scelte politiche, gli anabattisti si diffusero durante la guerra dei contadini, ma, dopo la disfatta di costoro, abbandonarono ogni disegno di rivolgimento sociale, professando un sostanziale pacifismo. Però un episodio violento accaduto a Münster nel 1535 gettò un lungo discredito su di loro, che furono perseguitati da cattolici e luterani in un clima di esaltazione religiosa.

Persecuzioni contro anabattisti

Inoltre nel 1534 in Inghilterra il re Enrico VIII fondò la Chiesa anglicana, di cui assunse il comando; le motivazioni di tale gesto non erano affatto religiose, ma piuttosto politiche (il papa veniva escluso da ogni forma di finanziamento da parte dell’Inghilterra) e dinastiche (Enrico VIII aveva necessità di divorziare e risposarsi per poter generare un erede maschio).

Ritratto di Enrico VIII di Hans Holbein il Giovane

LO SCONTRO CON CARLO V

Le dottrine luterane riuscirono ad aggregare i principi tedeschi contro l’imperatore.
Nel 1530 si tenne la dieta di Augusta, presieduta da un Carlo V incoronato da pochi mesi da papa Clemente VII nella cattedrale di Bologna. La ricerca di una conciliazione tra imperatore cattolico e principi protestanti fallì; venne raggiunto solo un accordo militare dettato dal pericolo dei Turchi che stavano marciando su Vienna.

Carlo V alla dieta di Augusta

I tentativi di conciliazione continuarono negli anni successivi e sembravano concretizzabili dopo l’apertura nel 1545 del Concilio di Trento, voluto dal papa; ma quando si capì che il Concilio non era più sentito da Roma come lo strumento per un accordo, bensì per una definitiva condanna del protestantesimo, i principi tedeschi, nel 1552, si allearono con il re di Francia Enrico II in una coalizione antiasburgica. La guerra che ne seguì costrinse Carlo V alla pace di Augusta (1555), la quale riconosceva legittima la Chiesa evangelico-luterana a fianco di quella cattolica. Veniva dunque sancita una parziale libertà religiosa (parziale perché i calvinisti non vennero riconosciuti), però non ai singoli individui, bensì ai principi e alle città libere, secondo la formula cuius regio, eius religio, cioè colui al quale appartiene il territorio, ne determina la religione, fatto salvo il diritto dei sudditi di emigrare.

La prima pagina della pace di Augusta (conservata a Mainz, Germania)

Dopo la pace di Augusta (e mentre Carlo V spartiva il suo impero in due tronconi, uno tedesco affidato al fratello Ferdinando I e uno spagnolo al figlio Filippo II, e si ritirava in un monastero in Spagna) il luteranesimo era ormai diffuso in gran parte della Germania centrale e settentrionale, nel regno di Svezia e in quello di Danimarca, negli Stati baltici e in Finlandia.
Il calvinismo era penetrato a occidente in Francia, in Scozia, nei Paesi Bassi, in Inghilterra e a oriente in Polonia, Boemia, Ungheria, Transilvania; ma anche in Germania, nonostante la pace di Augusta non l’avesse riconosciuto, il calvinismo si diffuse in alcune zone.
Le divisioni religiose che si vennero a creare furono all’origine di lunghe e sanguinose guerre interne a diversi Stati e, tra il 1618 e il 1648, della guerra dei Trent’anni, che fu di dimensioni europee.

Interpretazione moderna (di Augusto Ferrer-Dalmau) della Battaglia di Rocroi,
una delle battaglie della Guerra dei Trent’anni

Se vuoi vedere / ascoltare questa lezione, clicca sui link seguenti:
La Riforma protestante (parte 1)
La Riforma protestante (parte 2) 
La Riforma protestante (parte 3) 



mercoledì 28 gennaio 2015

48 La popolazione europea all'inizio dell'Età Moderna


LA POPOLAZIONE EUROPEA ALL’INIZIO DELL’ETÀ MODERNA

L’INCREMENTO DEMOGRAFICO

Nel secolo e mezzo compreso tra il 1450 e il 1600 il numero di abitanti di tutta l’Europa raddoppiò, passando da circa 55-60 milioni a circa 100-105.


Questo incremento demografico fu insieme causa e conseguenza di un aumento di tutti i prezzi dei generi alimentari, in particolare di quelli dei prodotti cerealicoli: il prezzo del grano aumentò di circa due volte e mezzo in Germania e in Austria, di tre volte e mezzo nei Paesi Bassi, di quattro volte in Polonia e in Inghilterra, di sei volte e mezzo in Francia. Inoltre, poiché la maggioranza della popolazione si nutriva soprattutto dei prodotti cerealicoli, non potendo permettersi se non raramente di consumare carne, si registrò non solo un impoverimento, ma anche un decadimento delle condizioni alimentari e di salute di una parte della popolazione, che era costretta a nutrirsi di cibi a prezzi inferiori ma anche meno nutrienti.

Willem van Herp (1614-1677), Coppia in un interno rustico

Anche in America la popolazione europea andò aumentando, però piuttosto lentamente: ancora nel 1627 il numero dei bianchi residenti nel Nuovo Mondo non superava le 125.000 unità e se rari erano gli europei dominatori, rari erano anche i nativi dominati (drasticamente ridotti dai massacri, dalle epidemie, dal lavoro forzato) e i neri africani tradotti in schiavitù.

Agostino Brunias, Mercato nelle Indie Occidentali (1780 circa)

COLTIVAZIONE DI NUOVE TERRE

La crescita demografica, ossia la crescita del numero delle famiglie e del numero dei membri per ogni famiglia, obbligava ad ampliare la produzione dei beni alimentari; ma per far questo era necessario coltivare più terra e con più intensità. Inoltre l’aumento del prezzo dei cereali (assai più forte rispetto a quello dei prodotti dell’allevamento), accompagnato dal fatto che la popolazione – come si è già visto – cercava di soddisfare la necessità più urgente, quella del pane, suggeriva che la direzione in cui bisognava muoversi era quella dell’ampliamento delle terre coltivate a grano. Questo infatti avvenne: è stato calcolato che in Inghilterra, Germania, Francia settentrionale e Paesi Bassi tra il 50 e il 70 % delle campagne fosse destinato alle colture cerealicole, con conseguente limitazione dei pascoli e dei prati permanenti, ma anche dei boschi e persino, in Francia e in Italia, delle vigne.

Pieter Bruegel il Giovane, Estate: i mietitori

In molte regioni europee densamente popolate anche le bonifiche dei terreni paludosi furono numerose, come accadde in un’area molto estesa della Repubblica veneta, il che comportò un considerevole aumento dei cereali che affluivano a Venezia. Il processo di bonifica e di sistemazione idraulica avvenne in gran parte dell’Europa, ma assunse un rilievo particolare nei Paesi Bassi settentrionali, dove tra il 1540 e il 1640 migliaia di ettari furono conquistati alla coltivazione, spesso sottraendo terra al mare con la costruzione di polders.

Un documento del 1607-1612 mostra la zona del Beemster, il primo polder olandese ricavato da un lago; sotto la campagna nel comune di Beemster oggi



Come stiamo vedendo, l’aumento della produzione agricola fu ottenuto nelle campagne europee più con l’ampliamento delle colture che con i miglioramenti nelle tecniche produttive; fu cioè più un fenomeno di agricoltura estensiva che di agricoltura intensiva. Infatti la resa, ossia il rapporto fra la quantità di cereali seminata e quella prodotta, non aumentò rispetto ai secoli precedenti. Unica eccezione furono i Paesi Bassi, i quali potevano facilmente rifornirsi di cereali dalla Polonia e quindi introdussero nelle loro campagne colture foraggere, permettendo sia l’allevamento di animali sia la produzione di concime per rigenerare il terreno.

Lucas van Valckenborch, Mercato della carne e del pesce (1595 circa):
il dipinto descrive bene l’opulenza dei mercati olandesi nel Cinquecento

CONSEGUENZE SULLA PROPRIETÀ TERRIERA

Durante il Cinquecento l’aumento demografico provocò un processo che gli storici chiamano di “polverizzazione” della proprietà terriera: la terra posseduta da una famiglia veniva distribuita fra eredi sempre più numerosi, tanto che le singole parcelle diventavano insufficienti a mantenere un nucleo familiare. A quel punto il proprietario contraeva debiti, o vendeva il suo terreno, magari a un vicino potente che rafforzava così il suo patrimonio fondiario. Il contadino espropriato si trovava a dover lavorare la terra un tempo sua con un salario che nel tempo andò decrescendo o pagando un affitto che andò aumentando. Inoltre in numerose zone dell’Europa si accentuava il prelievo signorile, o quello ecclesiastico, o quello dello Stato, come accadde soprattutto in Francia, dove le tasse si moltiplicarono e si aggravarono.

Mendicante con due bambini (anonimo della fine del XVII secolo):
tra le conseguenze del peggioramento delle condizioni di vita dei contadini ci fu l’aumento 
del numero dei medicanti dediti a chiedere l’elemosina

LE MIGRAZIONI

La scarsità di terre fu una delle cause principali dell’emigrazione verso l’America o verso l’Africa meridionale, che si registrò soprattutto nel Seicento.
Un’altra causa fu quella delle persecuzioni religiose, che si verificarono in seguito alla Riforma protestante o all’espulsione degli Ebrei e dei moriscos dalla Spagna; queste migrazioni si diressero sia verso gli altri continenti, sia verso alcuni Stati europei.
Le migrazioni verso l’Europa da altri continenti furono invece, all’inizio dell’Età Moderna, del tutto secondarie: la più significativa fu quella degli Zigani (Zingari) di origine indiana, che era cominciata già a partire dal XIV secolo.

David Teniers il Giovane, Paesaggio con Zingari (XVII secolo), Madrid, Museo del Prado

CAMPAGNA E CITTÀ

Nell’Età Moderna la larga maggioranza della popolazione europea (85/90 %) continuava a vivere in campagna: il numero di coloro che vivevano in città cominciò ad aumentare, ma molto lentamente.
In effetti il numero di città in Europa era piuttosto elevato (circa 950 nel 1600), però va tenuto conto che si considerava città un centro che superasse i 5.000 abitanti. Le aree più urbanizzate erano quelle che avevano conosciuto un maggiore sviluppo economico: i Paesi Bassi, l’Italia, parte della Spagna e del Portogallo. L’Europa settentrionale e quella orientale erano meno urbanizzate.
Le grandi città, quelle che superavano i 100.000 abitanti, attorno al 1500 erano davvero poche: Parigi, Napoli, Milano e Venezia. Parigi era la città europea più popolosa nel Settecento, quando raggiunse forse il milione di abitanti.
In Asia le grandi città erano circa una decina.

La Porta di San Bernardo a Parigi nel XVII secolo (illustrazione di Reinier Nooms)

Grande città poteva esserlo innanzitutto una capitale, cioè la sede del re e della corte: come Parigi, o come Londra la cui popolazione passò nel XVI secolo da 50.000 a 200.000 abitanti; o come Madrid, che nel 1500 contava solo 10.000 abitanti e che, scelta come capitale della Spagna nel 1561, aveva nel 1630 circa 175.000 abitanti.

Mappa di Londra nel Seicento

Anche un centro commerciale poteva aspirare a divenire una grande città, come accadde a Liverpool e ad altre città portuali sull’Atlantico. Meno marcato fu l’incremento demografico nei centri produttivi: solo con la rivoluzione industriale del XVIII secolo cominciarono a crescere le città sede di grande produzione.

Francesco del Cossa, particolare del mese di Marzo (affreschi di Palazzo Schifanoia a Ferrara del 1470 circa): già nel XIV-XV secolo nelle aree più densamente popolate d’Europa vi era stata una forte crescita della produzione tessile; solo con il Settecento si può parlare però di sviluppo industriale

Nelle città la natalità era assai inferiore a quella delle campagne e la mortalità era piuttosto forte, a causa delle scadenti condizioni igieniche, in particolare dell’insufficienza della rete fognaria. L’aumento della popolazione in città, dunque, fu causato dalle migrazioni di molti europei dalle campagne alle città, che offrivano maggiori possibilità di lavoro in un periodo in cui le terre coltivabili non bastavano per tutti.

Louise Rayner, Veduta della città di Chester (in primo piano a destra il Boot Inn del XVII secolo)

L’ARRESTO DELL’ESPANSIONE DEMOGRAFICA

A partire dalla fine del Cinquecento o dall’inizio del Seicento l’espansione demografica si interruppe: la popolazione europea, che nel 1600 era di circa 100 milioni, all’inizio del Settecento era di 115 milioni.


L’aumento cioè fu molto limitato e questo per diversi fattori:

- una cattiva annata meteorologica, che provochi una carestia, fenomeno più forte dove si coltivavano solo cereali (nelle zone in cui si praticava un’agricoltura più variegata era più remota la possibilità che una cattiva annata colpisse contemporaneamente tutti i tipi di produzione)
- il ripresentarsi di malattie epidemiche e in particolare le pestilenze
il raffreddamento del clima europeo, che durò dalla fine del Cinquecento fin verso la metà dell’Ottocento
- le guerre
- l’innalzamento dell’età del matrimonio, che avvenne in alcune regioni: nell’Europa occidentale le donne cominciarono a sposarsi dopo i 20/25 anni, mentre nell’Europa meridionale e orientale le donne si sposavano quasi sempre prima dei 20 anni. Sposandosi più tardi c’era meno tempo per mettere al mondo dei figli.


La Chiesa del Redentore a Venezia in un dipinto di Giovanni Antonio Canal, detto il Canaletto:
la Chiesa del Redentore venne fatta costruire dopo la peste del 1575

Se vuoi ascoltare / vedere questa lezione, questo è il video:









lunedì 19 gennaio 2015

47 L'economia europea tra '500 e '600



L’ECONOMIA EUROPEA TRA '500 E '600

I primi due secoli dell’Età Moderna sono caratterizzati da una notevole crescita economica in alcune particolari aree dell’Europa.

IL COMMERCIO

Al periodo della scoperta e della conquista dei nuovi territori americani e dell’esplorazione africana e asiatica, fa seguito un periodo in cui il commercio intercontinentale vede le merci extraeuropee arrivare in gran quantità in Europa e i manufatti europei giungere ugualmente in gran quantità soprattutto in America. Fino alla fine del Cinquecento questo commercio è quasi tutto nelle mani di Spagna e Portogallo, che riescono a mantenere il controllo sui territori extraeuropei, malgrado le ricchezze ivi presenti suscitino l’invidia e la cupidigia di altre nazioni.

Navi in una stampa del 1566

La Spagna, in particolare, controlla l’arrivo dall’America prima dell’oro, poi dell’argento, merci talmente preziose da consentire da sole il mantenimento di regolari collegamenti tra il Nuovo Mondo e l’Europa. Il Portogallo, invece, è più interessato allo zucchero da canna (la cui coltura è diffusa da Madera alle Antille e a Cuba e da qui al Brasile) e al pepe e alle spezie che giungono dall’Asia.

Lavorazione della canna da zucchero in una piantagione brasiliana

Si tratta di merci che forniscono un’immensa ricchezza e che, attraverso il regolare commercio e la intermediazione finanziaria, ma anche attraverso il contrabbando e la pirateria, vengono distribuite in tutta Europa. In questo modo si sviluppa non solo il commercio intercontinentale, ma anche quello interno all’Europa. La crescita della domanda interna (cioè la richiesta di prodotti all’interno di uno Stato) dipende principalmente da due cause:
1- l’aumento della popolazione (se ne parlerà nella prossima lezione)
2- l’abbondanza di ricchezze, le quali permisero a molti nobili e mercanti di acquistare prodotti di lusso, o di diversificare gli acquisti.
Per esempio se per tutto il Cinquecento la spezia più richiesta è sicuramente il pepe, nel corso del secolo i gusti degli europei si affinano e aumenta la richiesta di nuove spezie: noce moscata da Ceylon (l’odierna Sri Lanka), chiodi di garofano dalle Molucche (in Indonesia), macis (con cui si può preparare, tra le altre cose, il curry) dalle isole Banda (anch’esse in Indonesia).

Illustrazione dell’atlante Köhler's Medizinal-Pflanzen del 1887
per la noce moscata (a sinistra) e i chiodi di garofano

Per favorire il commercio, i governi si sforzarono di migliorare i trasporti, sviluppando la rete stradale e facendo costruire canali artificiali nelle pianure europee, dove il terreno pianeggiante lo permettesse; è proprio in questo periodo che l’Europa vede moltiplicarsi quei canali navigabili che ancora oggi la caratterizzano: il più importante di questi canali fu quello francese (Canal du Midi, cioè Canale del Mezzogiorno), costruito tra il 1666 e il 1680.

Un tratto del Canal du Midi

L’ARTIGIANATO

L’aumento della richiesta di prodotti contribuì allo sviluppo delle attività artigianali.
Esse in parte continuarono ad essere realizzate secondo metodi tradizionali: ad esempio la produzione di tessuti e quella di alimenti (due prodotti a larghissimo uso) si svolgevano in gran parte in casa o in laboratori situati all’interno delle case, secondo usanze vecchie di secoli.

Famiglia di contadini in un dipinto del 1661 del pittore olandese Adriaen van Ostade;
in tutte le case contadine durante il periodo invernale uomini e donne provvedevano alla autonoma fabbricazione di ciò che serviva alla vita di tutti i giorni

Altri prodotti, invece, trassero profitto da innovazioni tecnologiche, che avvennero soprattutto nelle zone centro-settentrionali dell’Europa, dove l’aumento della ricchezza si accompagnò a uno spirito imprenditoriale nuovo; così, tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento cominciarono a diffondersi alcune macchine meccaniche, azionate dall’uomo, come il telaio per la produzione di calze (brevettato dall’inglese William Lee nel 1598), il telaio per nastri (1604) e il mulino azionato dal vento per segare assi (1596).

I famosi mulini a vento di Kinderdijk;
in Olanda i mulini a vento sono stati utilizzati per secoli per i lavori più vari

LA FINANZA

Grande sviluppo ebbero anche le attività finanziarie, però, come era già avvenuto nel medioevo, molte banche private fallirono per il rifiuto dei re di Francia, Spagna e Portogallo, di pagare i propri debiti. Così, per garantire una maggiore sicurezza a chi depositava denaro e avere una maggiore disponibilità di fondi, diversi Stati crearono delle banche pubbliche: dapprima in Italia (Banco di San Giorgio a Genova, nel 1586; di Rialto a Venezia, nel 1587; di Sant’Ambrogio a Milano, nel 1593), poi in altri Paesi europei (Banca dei cambi di Amsterdam, 1609; banca di Amburgo, 1619).

La sede del Banco di San Giorgio di Genova

CENTRO E PERIFIERIA DELL’ECONOMIA EUROPEA

Se nel Cinquecento Spagna e Portogallo dominavano il commercio intercontinentale e le città italiane (in particolare Venezia, Milano e Genova) assieme ad Anversa quello interno all’Europa e le attività finanziarie, nel Seicento le cose cambiarono.
Per quanto riguarda il commercio extraeuropeo stime effettuate nel 1690 dicono che i prodotti americani inviati in Europa sono di proprietà olandese per il 30%, francese per il 25%, inglese e tedesca per il 18% e spagnola per il 5%. Segno della evidente perdita del primato da parte delle nazioni iberiche.
Per quanto riguarda l’Europa si assiste al declino dell’Italia centro-settentrionale e al forte sviluppo prima delle Province Unite (ossia l’Olanda) con i centri di Rotterdam e di Amsterdam (nel XVII secolo), poi di Londra e dell’Inghilterra (nel XVIII secolo).

Piazza Dam a Amsterdam, in un dipinto del tardo secolo XVII di Gerrit Adriaenszoon Berckheyde

I motivi di questi cambiamenti sono molteplici e complessi, però per capirli almeno in parte può essere significativo quanto accadde al commercio del grano: da lungo tempo l’Europa occidentale importava grano attraverso il mar Baltico dai Paesi dell’Europa orientale. Le navi che percorrevano il Baltico si limitavano generalmente a percorsi brevi e a carichi ridotti e consentivano di conseguenza dei guadagni limitati. La ricerca di nuove fonti di rifornimento e l’intraprendenza dei mercanti, unite al desiderio di maggiori guadagni, spinsero armatori e marinai olandesi a effettuare una serie di fondamentali innovazioni nella costruzione delle navi, causa prima del successo dei Fiamminghi. È stato calcolato che gli Olandesi realizzarono annualmente dei guadagni con il trasporto del grano paragonabili alla produzione annua delle miniere d’argento del Potosì, controllate dalla Spagna.

Fluyt (navi mercantili) olandesi in una stampa del 1677; in queste navi lo spazio per l’armamento venne ridotto al minimo, aumentando così la capacità di carico

Ma altrettanto importanti furono anche le novità nella gestione dei traffici: il 20 marzo 1602 è la data ufficiale della costituzione della Compagnia Olandese delle Indie Orientali, una compagnia commerciale che, dotata di un’ampia copertura finanziaria, di ampi poteri nella gestione economica e di forti legami tra mercanti e detentori del potere politico, procurò enormi successi ai suoi membri. Tra le sue caratteristiche ce n’è una sulla quale vale la pena soffermarsi: la Compagnia volle in alcune zone controllare direttamente la produzione agricola nei territori asiatici da cui importava le merci, impostandola sulle esigenze dei mercati europei. Così vennero regolate le superfici coltivate, venne represso duramente il contrabbando, vennero massacrate o deportate le popolazioni che tentavano di sottrarsi a queste regole; in alcune aree soggette agli Olandesi si ebbe una specializzazione colturale, che durò a lungo: caffè e pepe a Giava, noce moscata nelle isole Banda, chiodi di garofano nelle Molucche, e così via.

Allegorica illustrazione del 1646 della Compagnia Olandese delle Indie Orientali

I cambiamenti che avvennero nel passaggio dal ‘500 al ‘600 portarono alla divisione tra un’Europa economicamente centrale, capace di controllare le ricchezze dell’artigianato e del commercio e di investirle in attività produttive fonti di ulteriore ricchezza, e un’Europa periferica e destinata al declino, in cui agricoltura, allevamento e attività estrattive costituivano il motore dell’economia. Il ruolo marginale spettò a tutta l’Europa dell’Est, ma anche ai Paesi mediterranei, in particolare alla Spagna: qui l’enorme quantità di oro e di argento che arrivava dall’America venne spesa per acquistare prodotti forniti da altri stati o per la guerra e non fu investita in attività produttive, perché i nobili spagnoli le consideravano indegne di loro. Proprio da questa situazione nacque la figura letteraria dell’hidalgo spagnolo, che di solito è un nobile che ha quasi completamente perso la ricchezza ereditata dalla famiglia, ma ha conservato i privilegi e gli onori concessi alla nobiltà (prototipo dell’hidalgo è il famoso Don Chiosciotte di Miguel de Cervantes).

Un hidalgo nelle colonie spagnole (illustrazione del XVI secolo)

Se vuoi ascoltare / vedere questa lezione, questo è il video: