martedì 29 settembre 2015

65 Napoleone Bonaparte



NAPOLEONE BONAPARTE

Dall’autunno del 1793 la situazione internazionale migliorò per la Francia, che ottenne una serie di vittorie nelle guerre in corso contro gli altri Stati europei: tra il 1792 e il 1796 vennero conquistati il Belgio, le Province Unite (ossia l’Olanda) e l’Italia settentrionale. In queste due ultime regioni si formarono delle Repubbliche (Repubblica Batava e Repubblica Cisalpina) sul modello francese, che però dipendevano completamente dalla Francia.
La campagna militare condotta in Italia a partire dal 1796 fu l’occasione giusta per un generale francese di mettersi in mostra: si chiamava Napoleone Bonaparte, aveva 27 anni ed era nato ad Ajaccio, in Corsica, pochi mesi dopo il passaggio dell’isola dal dominio genovese a quello francese.

Statua a Napoleone Bonaparte ad Ajaccio

Nel corso della campagna d’Italia Napoleone sbaragliò prima l’esercito piemontese, quindi quello austriaco e infine la Repubblica di Venezia. Le conquiste diedero a Napoleone un grande prestigio militare e anche una notevole autorità politica, accresciuta dal fatto che dall’Italia partì, diretto alla Francia, un enorme flusso di denaro e di opere d’arte. Napoleone approfittò di ciò per far nascere la Repubblica Cisalpina, presentata come il coronamento del sogno dei patrioti italiani di liberarsi dei prìncipi assoluti, ma in realtà punto di partenza delle ambizioni del generale.
Fu per volontà di Napoleone che nacque prima la Repubblica ligure e che nell’ottobre 1797 venne firmato l’armistizio con l’Austria (trattato di Campoformio), in base al quale Venezia veniva ceduta all’impero asburgico assieme a gran parte della terraferma, l’Istria e la Dalmazia. Il comportamento di Napoleone, che, venuto in Italia come portatore di libertà, si dimostrava mercante di popoli a suo piacimento, deluse molti patrioti italiani.

Napoleone durante la campagna d’Italia, in un dipinto di Antoine-Jean Gros del 1801

Rientrato in Francia circondato dall’aureola del vincitore, Bonaparte preoccupava il Direttorio, che decise di liberarsene affidandogli il compito di conquistare l’Inghilterra; il generale, in grado ormai di fare di testa sua, preferì una spedizione in Egitto, destinata a colpire l’Inghilterra nei suoi traffici con l’Oriente.
A una prima vittoria seguì una clamorosa sconfitta della flotta francese ad opera dell’ammiraglio Horatio Nelson.

Napoleone durante la campagna in Egitto (dipinto di Antoine-Jean Gros del 1807)

Intanto in Francia il governo si trovava in difficoltà, per una serie di sconfitte militari e di contrasti interni. Napoleone intuì che l’occasione era unica, lasciò l’Egitto, riuscendo a sfuggire al blocco navale inglese, e il 9 novembre 1799 attuò un colpo di stato: pose fine al governo del Direttorio e formò un triumvirato (di cui era uno dei membri) che si attribuì l’incarico di dare alla Francia una nuova Costituzione.
Questa (detta la Costituzione dell’anno VIII) venne approvata da un plebiscito popolare l’anno successivo: affidava poteri quasi dittatoriali a un primo console (Napoleone stesso), coadiuvato da altri due consoli subalterni. Non contento di imporre la propria volontà in tutti i campi, nel 1804 Napoleone si fece nominare imperatore dei Francesi, anche se la Francia rimase teoricamente una repubblica, e si incoronò da se stesso alla presenza di papa Pio VII.

Napoleone alla presenza del papa incorona la moglie Joséphine imperatrice, dopo essersi messo da sé la corona imperiale (dipinto di Jacques-Louis David del 1805-1807)

Il nuovo imperatore ebbe l’appoggio della borghesia, che conservò il potere ottenuto durante la rivoluzione, e di gran parte del popolo, che vedeva in lui il salvatore della Francia. Solo la nobiltà, che rimpiangeva l’Ancien Régime, e alcuni gruppi, che volevano una maggiore uguaglianza tra i cittadini e un governo repubblicano, gli furono sempre ostili.
Napoleone raggiunse un accordo con la Chiesa (Concordato, 1801), per cui mantenne un certo controllo sulla Chiesa francese, ma il Cristianesimo cattolico fu riconosciuto come religione della maggioranza dei Francesi, vennero abolite le norme che imponevano l’elezione dei vescovi da parte del popolo e l’istruzione tornò a essere in prevalenza religiosa. Grazie a questo accordo Napoleone ebbe l’appoggio della Chiesa.
L’opera più importante di Napoleone fu il Codice civile (1804), cioè la raccolta di leggi che regolavano i rapporti tra i cittadini. Il Codice civile di Napoleone si ispirava ai principi della rivoluzione francese, affermando l’uguaglianza dei cittadini, cancellando tutti i privilegi (degli stati, in particolare della nobiltà e del clero; delle regioni e delle città) e dando ai cittadini francesi un ordinamento unico, valido per tutto il territorio nazionale; questo ordinamento venne imposto anche nei territori in seguito conquistati dalla Francia.
Il Codice civile affermò anche l’inviolabilità della proprietà privata, cioè il fatto che essa doveva essere rispettata e protetta dallo Stato, e diede spazio all’iniziativa economica privata: soprattutto quest’ultimo provvedimento andava a vantaggio della borghesia, le cui attività economiche potevano ora svilupparsi molto più liberamente.
All’interno della famiglia il Codice affermò il principio della superiorità maschile, eliminando alcune delle limitate conquiste delle donne nel periodo rivoluzionario.

Un’edizione del Codice civile del 1804

Anche se imperatore, Napoleone fino al 1815 guidò l’esercito francese in moltissime guerre contro gli Stati europei: Austria, Prussia, Russia e Inghilterra furono i suoi principali nemici e si unirono in numerose coalizioni, insieme ad alcuni Stati minori, per cercare di sconfiggerlo.
Fino al 1812 Napoleone riportò una lunga serie di vittorie, costringendo gli altri Stati alla resa o a un accordo: la Prussia e la Russia vennero sconfitte e persero territori, Vienna fu occupata (1809) e Napoleone ottenne in moglie Maria Luisa d’Asburgo, figlia dell’imperatore (1810).

Il matrimonio di Napoleone con Maria Luisa d’Austria, in un dipinto di Georges Rouget del 1810

Solo nei confronti dell’Inghilterra Napoleone non riuscì mai a ottenere una vittoria decisiva: la flotta inglese controllava i mari e rendeva impossibile effettuare uno sbarco sull’isola. Napoleone perciò impose un blocco continentale (1806), con cui vietava alle navi inglesi di sbarcare in qualsiasi porto del continente: poiché Napoleone controllava gran parte dell’Europa, il blocco danneggiò fortemente l’economia inglese, senza però costringere l’Inghilterra alla resa.
Gli Stati conquistati dal Bonaparte subirono sorti diverse: alcuni furono uniti alla Francia, come avvenne nel 1812 agli attuali Belgio e Olanda, altri divennero Stati autonomi, a capo dei quali Napoleone mise i suoi parenti: ad esempio il fratello Giuseppe fu prima re di Napoli (1806), poi di Spagna (1808).
Anche l’Italia subì la stessa sorte: alcune regioni (il Piemonte, la Liguria, il territorio di Parma, poi anche la Toscana, l’Umbria e il Lazio) vennero unite alla Francia, mentre venivano creati il Regno d’Italia (nel centro-nord della penisola) e quello di Napoli, di fatto sotto il controllo di Napoleone.
Il dominio francese mirava allo sfruttamento delle terre occupate a vantaggio della Francia e ovunque vennero imposte forti tasse, mentre ricchezze e opere d’arte venivano prese per essere portate a Parigi. L’avidità dei Francesi suscitò in molti Paesi una forte opposizione, ispirata a quegli ideali di libertà dei popoli che gli stessi Francesi avevano diffuso. Si ebbero perciò rivolte, in particolare in Spagna e nel Tirolo, sotto la guida dell’oste Andreas Hofer (1809).

Il patriota tirolese Andreas Hofer, ritratto da Georg Wachter attorno al 1840

Dopo molte guerre vittoriose Napoleone intraprese una spedizione per sconfiggere definitivamente la Russia, l’avversario più temibile sul continente. Napoleone riuscì ad arrivare a Mosca, abbandonata dallo zar, ma fu costretto a ritirarsi per l’avvicinarsi dell’inverno (1812). Il gelo invernale e gli attacchi russi trasformarono la ritirata in una disfatta e l’esercito francese fu decimato: dei 600.000 uomini partiti per la Russia, solo 20.000 riuscirono a tornare.

La ritirata da Mosca (dipinto di Adolph Northen del 1851)

L’anno successivo (1813) Napoleone subì una sconfitta (battaglia di Lipsia) che mise fine al suo dominio sull’Europa. Egli venne esiliato nell’isola d’Elba, da cui riuscì a fuggire per ritornare in Francia e riprendere il potere (questo periodo fu detto dei Cento giorni, poiché durò dal marzo al giugno 1815). Il 18 giugno 1815 Napoleone venne definitivamente sconfitto a Waterloo: fu esiliato nell’isoletta di Sant’Elena, sperduta nell’oceano Atlantico, dove morì il 5 maggio 1821.

Napoleone a Sant’Elena (acquerello di François-Joseph Sandmann di data ignota)

Le conquiste napoleoniche ebbero breve durata, ma furono molto importanti per la storia dell’Europa, perché portarono a un grande rinnovamento.
Napoleone introdusse in tutti i territori conquistati il Codice civile, emanato in Francia nel 1804 e poi diffuso in gran parte dell’Europa (Germania, Spagna, Polonia, Olanda, Stati italiani). Esso si basava sull’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge: la nobiltà perse perciò i suoi privilegi, pur mantenendo i propri titoli,  e la borghesia poté partecipare al potere. Si ebbe quindi un declino della nobiltà e la definitiva scomparsa del sistema feudale.
Nel periodo napoleonico vi fu un rafforzamento dello Stato prima in Francia, poi in diversi altri Paesi europei: si passò infatti a uno Stato molto centralizzato (in cui tutte le decisioni venivano prese dal centro, cioè dal governo nazionale) e venne creato un apparato amministrativo (un insieme di dipendenti pubblici) moderno ed efficiente.

L’Europa sotto Napoleone nel 1812

La Chiesa, che già aveva perso molto del suo potere nel Settecento, venne sempre più esclusa dalla vita politica e la libertà religiosa fu garantita a tutti i cittadini.
Sotto Napoleone furono introdotte numerose leggi che tendevano a favorire lo sviluppo economico, come il codice di commercio (1807) e la legge sulle concessioni minerarie (1810): vennero ad esempio eliminati molti dazi che occorreva pagare per il trasporto delle merci e vennero unificati i sistemi di pesi e misure (vedi lezione n° 64). Furono inoltre messe in vendita le proprietà ecclesiastiche, che vennero acquistate prevalentemente dalla borghesia.
Tutte queste norme favorirono la borghesia, che poté sviluppare le proprie attività e ottenne perciò un maggiore potere economico in gran parte dell’Europa.
Un altro cambiamento dipese dalle frequenti guerre: i re di diversi Paesi, come la Prussia e la Russia, chiamarono alle armi i cittadini contro le truppe francesi in nome della libertà e della difesa della patria. Essi contribuirono quindi a sviluppare il nazionalismo, che nel corso del XIX secolo si diffuse grandemente.
Tutti questi fenomeni caratterizzarono l’intero Ottocento, nonostante gli sforzi compiuti da molti sovrani per cancellare le innovazioni napoleoniche.

Un celebre ritratto di Napoleone di Jacques-Louis David del 1812


venerdì 11 settembre 2015

64 Le riforme della rivoluzione francese



LE RIFORME DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE

I diversi governi che si succedettero in Francia durante gli anni della rivoluzione (l’Assemblea nazionale o costituente, la Convenzione, il Comitato di Salute Pubblica) approvarono numerose riforme, che trasformarono profondamente l’ordinamento francese e che, nei due secoli successivi, vennero riprese da altri Stati europei. Solo alcune di queste riforme vennero poi abolite, in quanto inutili.

RIFORME NEI RAPPORTI CON LA CHIESA

Vennero aboliti tutti gli ordini religiosi che non svolgevano opera educativa o assistenziale (già nel 1789) e le loro terre vennero confiscate. Nel 1790 i provvedimenti chiamati Costituzione civile del clero francese decisero che gli ecclesiastici sarebbero stati stipendiati dallo Stato, purché giurassero fedeltà alla costituzione francese; poiché il papa si oppose a tale riforma, i vescovi e molti preti rifiutarono di prestare giuramento e ciò provocò uno scisma all’interno della Chiesa francese: da una parte c’era la Chiesa costituzionale, riconosciuta e sovvenzionata dallo Stato, dall’altra la Chiesa rimasta fedele al papa, i cui preti erano «refrattari» (cioè non disposti) al giuramento e non riconoscevano la costituzione.
Questi provvedimenti e l’appoggio dato dalla Chiesa al re e ai nobili aprirono un periodo di forti contrasti tra la Chiesa e il governo rivoluzionario e favorirono il diffondersi di una mentalità laica.

Decreto dell’Assemblea Nazionale che sopprime gli ordini religiosi (1790)

RIFORME SOCIALI

Altri provvedimenti eliminarono quanto rimaneva del feudalesimo: le decime, i diritti dei signori, i privilegi personali, le prestazioni di lavoro obbligatorie, ossia le odiate corvées. Nel 1790 vennero aboliti i titoli nobiliari, il che favorì una maggiore uguaglianza sociale.
Venne introdotta una nuova legislazione per la famiglia: venne istituito il matrimonio civile, celebrato da un funzionario statale e non più da un prete, e venne accordata a entrambi i coniugi la possibilità di divorziare e di contrarre un secondo matrimonio (1792).
Furono approvati anche provvedimenti relativi all’assistenza pubblica e all’istruzione: le pensioni agli anziani e ai malati poveri, l’assistenza alle famiglie povere e alle vedove, l’istituzione della scuola elementare.

Medaglia commemorativa in bronzo raffigurante “l’abbandono di tutti i privilegi”
(Parigi, Museo Carnavalet)

RIFORME ECONOMICHE

Per quanto riguarda le attività economiche, lo scioglimento delle corporazioni (1791) diede piena libertà all’iniziativa economica privata, poiché non era più necessario far parte di una corporazione (e accettarne le regole) per avviare un’attività artigianale o commerciale.
La libertà commerciale interna al Paese venne facilitata dalla scelta di uniformare in tutta la Francia il sistema dei pesi e delle misure e a sua volta favorì lo sviluppo delle banche e delle società finanziarie. Vennero aboliti pedaggi, dazi, dogane e la maggior parte delle imposte dirette e lo Stato poté contare solo sulle imposte dirette, legate ai beni mobili e immobili dei cittadini. I governi rivoluzionari furono meno decisi nei cambiamenti riguardanti il commercio estero: anche se vennero aboliti i privilegi di cui godevano alcuni porti (come Marsiglia) o le compagnie di commercio (come la Compagnia delle Indie) e le imposte doganali, fu conservato un sistema di tipo protezionista, che favoriva gli interessi dei cittadini francesi a danno dei coloni, i quali ovviamente protestarono. Ai coloni fu concessa la libertà di legiferare all’interno delle colonie ed essi, malgrado i principi di uguaglianza della rivoluzione, mantennero la tratta dei neri e la schiavitù.
Anche nel mondo delle industrie (ancora agli albori) le riforme furono caute: venne mantenuta una vecchia ordinanza che vietava agli operai di associarsi e di mettersi in sciopero.
In agricoltura, invece, i cambiamenti furono profondi: la vendita delle terre della Chiesa e di quelle sequestrate ai nobili che erano emigrati all’estero permise a molti borghesi e contadini (più ai primi che ai secondi) di acquistare una proprietà e favorì il formarsi di un’ampia classe di proprietari terrieri.

La carestia del 1794-1795, acquarello dei fratelli La Sueur

RIFORME POLITICHE

Profonde furono le trasformazioni nello Stato francese, poi estese ad altri Paesi europei.
Innanzitutto la rivoluzione francese portò a un forte accentramento del potere all’interno dello Stato: tutti i diversi poteri locali (come i parlamenti regionali) vennero aboliti; un gran numero di funzionari stipendiati dal governo assicurò allo Stato il controllo diretto di tutto il territorio nazionale; le leggi divennero uniche per tutto il Paese e il francese venne imposto come unica lingua ufficiale anche nelle aree abitate da minoranze linguistiche.
Molto importante fu l’affermazione del principio della cittadinanza: all’interno dello Stato non vi erano più sudditi, ma cittadini che avevano alcuni diritti, regolati da leggi scritte. Tra questi diritti vi erano la libertà di stampa, quella religiosa e il diritto a un processo imparziale. Le donne rimasero escluse dalla piena cittadinanza, anche se esse si videro riconosciuti alcuni diritti.

La libertà di stampa, incisione anonima del 1789

Ai cittadini spettava il potere di governare lo Stato attraverso i loro rappresentanti, liberamente eletti: si affermò quindi il principio, espresso nella Dichiarazione dei diritti, della sovranità popolare. I rappresentanti scelti dai cittadini dovevano difendere non gli interessi specifici di una categoria di cittadini, bensì gli interessi generali della nazione. L’assemblea (il Parlamento) divenne ciò che prima era il re: il rappresentante dell’unità nazionale e la sede della sovranità.
I cittadini nel loro insieme costituivano la nazione e tutti erano tenuti a difendere la patria: per questo venne introdotta la coscrizione generale per i maschi, ossia l’obbligo per ogni maschio di prestare il servizio militare. Questi provvedimenti svilupparono in Francia l’idea di nazionalismo, cioè la tendenza a esaltare la propria nazione, che diverrà tipica di molti Stati nel corso del secolo XIX.

Cittadini francesi si arruolano per difendere la patria (guazzo dei fratelli La Sueur del 1792)

Tra le riforme che nascevano dal desiderio di avere leggi uniche per tutta la Francia, alcune entrarono definitivamente in vigore, altre vennero poi cancellate.
Al primo gruppo appartengono i cambiamenti relativi ai sistemi di misurazione: con una legge del 1795 si scelse di adottare un sistema basato su una frazione del meridiano terrestre passante per Parigi (in realtà uguale a qualunque meridiano terrestre completo). Così per la lunghezza venne adottato il metro (corrispondente alla quaranta milionesima parte del meridiano terrestre), per le aree e i volumi vennero adottati il metro quadro e il metro cubo, per il peso il chilogrammo (corrispondente al peso di un litro d’acqua distillata a 4°C). Il nuovo sistema divenne obbligatorio nel 1801 e rimase in vigore anche nei Paesi che Napoleone aveva conquistato durante le sue campagne (per esempio nel Regno d’Italia venne introdotto nel 1796).

Illustrazione sull’uso delle nuove misure: 1 il litro – 2 il grammo – 3 il metro – 4 l’ara (misura di superficie dei terreni) – 5 il franco – 6 lo stero (un’unità di misura per il volume del legno)

Al gruppo delle riforme che poi vennero cancellate appartiene la riforma del calendario, approvata nel 1793.
Fu adottato come inizio dell’anno il 22 settembre, cioè il giorno in cui cadeva anche l’anniversario della proclamazione della Repubblica. In omaggio al principio di eguaglianza l’anno fu diviso in 12 mesi di 30 giorni ciascuno, e i mesi in tre «decadi»; i giorni delle decadi si chiamavano primidì, duedì, tridì… decadì. Alla fine dell’anno si aggiungevano cinque giorni (che diventavano sei ogni 4 anni) detti sanculottidi.
I nomi dei mesi furono presi dai lavori campestri, dalle caratteristiche delle stagioni, dalle vicende atmosferiche. Così, a partire dall’inizio dell’anno rivoluzionario, si susseguivano questi mesi: Vendemmiaio, Brumaio (il mese delle brume, ossia le nebbie), Frimaio (il mese del freddo), Nevoso, Piovoso, Ventoso, Floreale, Germinale, Pratile, Messidoro, Termidoro (il mese del caldo), Fruttidoro.
Anche i giorni dell’anno avevano un nome proprio, tratto dai frutti della terra, tranne i quintidì e i decadì che portavano il nome di un animale domestico e di un attrezzo agricolo. Questo sistema, che tendeva a perpetuare ogni anno la stessa successione di giorni, decadi e mesi, aboliva non solo il riposo del settimo giorno (la domenica), ma anche tutte le festività religiose e i santi ai quali erano stati dedicati i vari giorni dell’anno. Inoltre, avendo dato un nuovo nome ai diversi giorni, accadde che il giorno di Natale diventava il giorno del cane, san Francesco diventava una zucca, san Tommaso un pioppo e così via, con una forte carica anticristiana.
Il calendario rivoluzionario fu abolito bel 1805 da Napoleone, che ristabilì il calendario gregoriano a partire dal primo gennaio 1806.

Il calendario repubblicano francese in una incisione d’epoca (Parigi, Bibliothèque Nationale)


sabato 29 agosto 2015

63 La rivoluzione francese



LA RIVOLUZIONE FRANCESE

Nel Settecento la Francia è una delle grandi potenze europee e, in quanto tale, partecipa alle guerre che si combattono sia in Europa, sia in altri continenti: il suo impero coloniale è assai vasto ed è lo Stato più popoloso d’Europa (circa 28 milioni di abitanti). Le guerre e le conquiste, però, hanno costi molto alti, che spingono il re a imporre nuove tasse per sostenere tutte le spese e coprire il fortissimo deficit statale, ossia la perdita di denaro, dovuta al fatto che le spese sono superiori ai guadagni.
Poiché il Primo e il Secondo Stato erano esentati da tutte le tasse (le quali venivano pagate dal Terzo Stato) e poiché le somme già pagate da questo erano molto alte, la situazione era piuttosto tesa: da una parte il Terzo Stato chiedeva che anche gli altri ordini pagassero le tasse, dall’altra nobiltà e clero volevano conservare i loro privilegi.

Il risveglio del Terzo Stato, incisione anonima del 1789

L’unica possibilità per il re, Luigi XVI, di imporre nuove tasse veniva dalla convocazione degli Stati Generali, quell’assemblea formata dai rappresentanti dei tre ordini, che i sovrani francesi preferivano convocare il meno possibile (l’ultima volta era stato nel 1614), sia perché abituati a governare in maniera assoluta, sia perché dagli Stati Generali potevano provenire solo richieste di riforme o addirittura rivolte, come era successo in Inghilterra con il Parlamento.
Convocata per il 1789, la riunione degli Stati Generali fu preceduta da tutta una serie di assemblee, che si tennero in tutta la Francia, per l’elezione dei rappresentanti dell’assemblea e anche per decidere il numero dei rappresentanti del Terzo Stato: questo, infatti, chiedeva che fosse raddoppiato rispetto al passato, quando era la metà di quello di Primo e Secondo Stato messi assieme. Nel dicembre 1788 il Terzo Stato ottenne il raddoppio richiesto. Dalle elezioni per la scelta dei rappresentanti del Terzo Stato, però, emerse che erano stati scelti solo borghesi (in particolare “uomini di legge”, qualche medico e alcuni negozianti), mentre nessun artigiano e nessun contadino era stato eletto.

La composizione degli Stati Generali riunitisi nel 1789

Gli Stati Generali furono solennemente aperti dal re a Versailles il 5 maggio 1789, ma da subito si aprì un lungo dibattito sulle procedure da seguire, in particolare quelle inerenti al voto: per ordine o per testa?
Il voto per ordine prevedeva che ciascun Stato esprimesse le sue decisioni con un voto: in questo caso clero e nobiltà (alleati naturali) avrebbero sempre contato sulla maggioranza (due a uno) rispetto al Terzo Stato.
Il voto per testa, invece, prevedeva che ogni rappresentante dell’assemblea avesse un voto a disposizione e poiché i rappresentanti del Terzo Stato erano numerosi quanto quelli degli altri due Stati, era possibile che avessero la maggioranza in qualche votazione, dato che erano favorevoli a questo sistema non solo i borghesi, ma anche alcuni nobili di idee più liberali e i curati del basso clero; solo in questo modo ci poteva essere qualche riforma vera nel governo della Francia.

L’apertura degli Stati Generali a Versailles il 5 maggio 1789 in una incisione del XIX secolo

Il 17 giugno, dichiarando di rappresentare il 98% della popolazione, Terzo Stato e basso clero decisero di superare il dibattito sul voto, proclamandosi Assemblea nazionale: si impegnarono a rappresentare tutti i francesi e a non separarsi mai, fino a quando non fossero riusciti a dare alla Francia una solida Costituzione, cioè un insieme di norme politiche di cui il governo avesse dovuto tenere conto (giuramento della pallacorda del 20 giugno).

Il giuramento della pallacorda, di Jacques Louis David (1791)

Luigi XVI avrebbe voluto sciogliere questa Assemblea con la forza, ma intanto il popolo era in agitazione, a Parigi e in tutta la Francia: il cattivo raccolto del grano del 1788 aveva provocato un forte aumento del prezzo del pane, l’alimento più diffuso, peggiorando le condizioni di vita del popolo e la convocazione degli Stati Generali aveva diffuso la speranza nella fine di secoli di miseria e sfruttamento.
Perciò, quando si diffuse la notizia che un esercito si stava ammassando alle porte di Parigi per intervenire contro l’Assemblea nazionale, scoppiò la rivolta. Il popolo assalì la Bastiglia, che era insieme arsenale (cioè deposito di armi) e prigione di Stato ed era divenuta il simbolo dello strapotere del re. La presa della Bastiglia (14 luglio 1789), che provocò un centinaio di morti, è considerata l’inizio della rivoluzione francese e anche di una nuova epoca storica (l’Età Contemporanea), che portò alla diffusione dei principi di libertà e di uguaglianza dei cittadini, oggi ritenuti naturali da (quasi) tutti.

La presa della Bastiglia in un dipinto di Jean-Pierre Houël

Da Parigi la rivoluzione si estese a tutta la Francia: nelle città e soprattutto nelle campagne il popolo si ribellò e incominciò a chiedere l’eliminazione immediata dei privilegi feudali della nobiltà e l’abolizione delle decime da pagare al clero o allo Stato. Nella seconda metà di luglio si scatenò la «grande paura», causata dai contadini che assaltano i castelli, bruciano le carte dei diritti signorili e a volte le stesse dimore dei nobili. La violenza della rivolta contadina (la più violenta sommossa popolare che la Francia avesse mai conosciuto da centinaia d’anni) spinse l’Assemblea nazionale ad abolire i privilegi feudali e a proclamare la libertà e l’uguaglianza di diritti di tutti gli uomini.
Il 26 agosto, infatti, viene pubblicata una Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino che mette fine all’Ancien Régime: i tre ordini vengono aboliti, come pure la servitù feudale, e a tutti i cittadini maschi viene riconosciuta la possibilità di ottenere un incarico pubblico, civile o militare. L’importanza e l’assoluta novità della Dichiarazione consistono nel fatto che essa ha un carattere universalista, cioè esprime dei valori che possono essere applicati in qualsiasi Paese e in qualsiasi tempo. Non vi è in essa né un nome di nazione, né l’indicazione d’un regime: vale tanto per una monarchia quanto per una repubblica.
Nel settembre 1791 i principi della Dichiarazione trovano esplicito riconoscimento in una Costituzione, che abolisce il sistema feudale e garantisce il diritto di voto a tutti i cittadini maschi che pagano una certa somma di denaro come tributi. Non ottengono il diritto di voto le donne, sebbene poco prima fosse stata pubblicata anche una Dichiarazione dei diritti delle donne e delle cittadine.

La “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” in una stampa acquerellata 
di Jean-Jacques François Le Barbier

La rivoluzione francese e le sue idee erano sostenute dalla borghesia e da molti uomini e donne del popolo, che i nobili chiamavano con un certo disprezzo sanculotti, in quanto si vestivano con i pantaloni lunghi e non con quelli corti (chiamati culottes), che richiedevano l’uso anche di calze di seta ed erano l’abbigliamento tipico degli aristocratici.

Un “sans-culotte” parigino

La maggioranza dei contadini era favorevole al governo rivoluzionario, però in alcune regioni la tradizionale fedeltà alla nobiltà e l’influenza del clero spinsero la popolazione rurale ad appoggiare i nobili e a ribellarsi al nuovo governo.
Anche tra il basso clero la rivoluzione trovò alcuni sostenitori, ma il Primo Stato, in particolare l’alto clero, fu avverso al governo, tanto più che fin dal 1789 i beni della Chiesa vennero considerati proprietà dello Stato.

Vignetta satirica sul clero, rappresentato mentre celebra il funerale dei benefici perduti con la rivoluzione

Quasi tutti i nobili, che si videro privati dei loro privilegi, erano ostili alla rivoluzione e perciò il popolo diffidava di loro. Molti, temendo di essere accusati di tradimento e di attività controrivoluzionaria, preferirono emigrare, convinti che la rivoluzione sarebbe presto finita e le innovazioni cancellate. Nel 1791 i beni nobiliari vennero confiscati, cioè fatti propri dallo Stato.
Il re era del tutto contrario agli ideali rivoluzionari, ma la sua posizione divenne sempre più difficile: i suoi tentativi di usare la forza contro l’Assemblea provocarono una rivolta e Luigi XVI fu costretto a trasferirsi dalla corte di Versailles a Parigi, di fatto prigioniero del governo rivoluzionario (ottobre 1790). Un tentativo di fuga all’estero (giugno 1791) aumento l’ostilità nei suoi confronti e anche in quelli della regina Maria Antonietta, invisa al popolo ma anche alla nobiltà, sia per la sua origine austriaca, sia per il suo comportamento frivolo.

Disegno di Jacques Louis David raffigurante il Trionfo del popolo francese sulla monarchia

Il governo rivoluzionario non aveva nemici solo all’interno della Francia: esso costituiva una minaccia per i re e la nobiltà di tutta Europa, perché la diffusione dei principi di libertà e uguaglianza avrebbe potuto provocare rivoluzioni in altri Stati. Il governo francese temeva un attacco da parte degli altri Stati europei, ma nello stesso tempo pensava di poter utilizzare un’eventuale guerra per diffondere le idee rivoluzionarie in tutto il continente e procurarsi così degli alleati.
Anche il re non era contrario alla guerra, perché sperava che una sconfitta della Francia ad opera degli altri re avrebbe messo fine al governo rivoluzionario e gli avrebbe restituito i suoi poteri.
Accadde, quindi, che nell’aprile 1792 la Francia dichiarò guerra all’Austria, che trovò l’alleanza della Prussia. Inizialmente l’esercito rivoluzionario, del tutto impreparato, venne sconfitto e questo provocò una forte reazione popolare, che spinse l’Assemblea a proclamare la repubblica (settembre 1792) e a imprigionare Luigi XVI, accusato, non a torto, di accordi segreti con il nemico.

Questo dipinto di Jean-Jacques Bertaux rappresenta La presa delle Tuileries, un episodio della rivoluzione (del 10 agosto 1792) che segnò la caduta della monarchia

Questo susseguirsi di fatti drammatici portò alle elezioni per una nuova Assemblea, chiamata, come quella degli Stati Uniti, Convenzione e incaricata di dotare la Francia di un nuovo regime. I deputati di questo primo parlamento eletto a suffragio universale maschile (cioè in cui tutti i maschi hanno diritto di voto) avevano posizioni molto diverse sui provvedimenti da prendere. Coloro che erano a favore dell’uguaglianza tra i cittadini e volevano perciò grandi riforme sociali, si sedevano nella parte sinistra dell’aula: tra di essi si distinse il gruppo dei giacobini, i cui rappresentanti principali erano Danton, Marat e Robespierre.

Da sinistra: Georges Jacques Danton, Jean-Paul Marat e Maximilien de Robespierre, 3 protagonisti della rivoluzione francese; il primo e il terzo morirono sulla ghigliottina rispettivamente a 34 e 36 anni, il secondo fu assassinato a 50 anni dalla girondina Carlotta Corday mentre era in vasca da bagno

Coloro che invece erano contrari a profonde riforme, perché erano legati agli interessi della borghesia più ricca, si sedevano a destra. Da allora abitualmente nei parlamenti i conservatori, cioè coloro che non mirano a cambiare profondamente la situazione esistente, siedono a destra, mentre i progressisti, che vogliono trasformare la società, siedono a sinistra. Negli ultimi due secoli destra e sinistra hanno assunto questo preciso significato politico (destra = conservatori, sinistra = progressisti), di volta in volta con alcune modifiche legate al periodo storico, ma sostanzialmente riconducibile a quanto accadde con la Convenzione francese del 1792.
La Convenzione processò Luigi XVI, che venne ritenuto colpevole di intesa con il nemico e con 387 voti favorevoli, di fronte a 334 contrari, fu condannato a morte e ghigliottinato (gennaio 1793).

L’esecuzione di Luigi XVI in una stampa popolare d’epoca

La diffusione delle idee rivoluzionarie francesi tra la borghesia di diversi altri Stati e le sommosse che avvennero in Belgio (1789-1790) e in Svizzera (1790-1791) avevano creato grandi preoccupazioni tra i sovrani europei. L’esecuzione di Luigi XVI e alcune vittorie francesi spinsero l’Inghilterra, la Spagna, il Portogallo e diversi Stati italiani e tedeschi a dichiarare guerra alla Francia (1793), schierandosi con l’Austria e la Prussia e formando così una grande coalizione (alleanza) antifrancese. L’esercito francese subì nuove sconfitte.
In alcune province, inoltre, ci furono delle rivolte contro il governo repubblicano: la più violenta scoppiò nel 1793 in Vandea, una regione della Francia centrale affacciata sulle coste dell’oceano Atlantico, e fu soffocata con una repressione durissima, che provocò più di 100.000 morti.

La battaglia di Le Mans (un episodio della rivolta della Vandea) in un dipinto del 1852 di Jean Sorieul

Le sconfitte e le rivolte aumentarono le tensioni interne, aggravando i contrasti all’interno della Convenzione, in particolare tra i Montagnardi (il partito più radicale) e i Girondini (i rivoluzionari più conservatori). Nel giugno 1793 i giacobini, appoggiati dal popolo di Parigi, si impadronirono del potere e imposero l’arresto dei deputati girondini.
Messi fuori gioco gli avversari, i giacobini portarono subito a termine la stesura di una nuova Costituzione, assai più democratica di quella del 1791: essa instaurava il suffragio universale maschile e il referendum, proclamava la libertà dei popoli di disporre di sé medesimi e la fraternità tra i popoli liberi, riconosceva che lo Stato deve assistere i bisognosi e garantire a tutti l’istruzione. La nuova costituzione non trovò, in realtà, una effettiva e completa applicazione; più certa fu la riorganizzazione del governo rivoluzionario. Robespierre venne messo a capo di un Comitato di Salute Pubblica, come venne chiamato il nuovo governo, che, fino al raggiungimento della pace, dichiarava di non poter essere altro che “rivoluzionario”, tale cioè da poter prendere misure eccezionali data la gravità del momento.
Numerose furono infatti le riforme attuate (da quella del calendario all’abolizione della schiavitù nelle colonie francesi), accompagnate però anche da una durissima repressione: circa 500.000 oppositori e sospetti (per lo più nobili, ma anche operai e contadini) vennero imprigionati; almeno 17.000 vennero ghigliottinati (tra essi, nell’ottobre 1793, l’ex regina Maria Antonietta); circa altrettanti furono uccisi in carcere durante sommosse popolari o vi morirono per stenti e violenze. Perciò questo periodo (che durò fino al luglio 1794) venne chiamato il Terrore.

Luigi XVI e Maria Antonietta; quando vennero ghigliottinati avevano rispettivamente 38 e 37 anni

Vi fece seguito il cosiddetto Terrore bianco, che rovesciò il Comitato di Salute Pubblica, ne giustiziò i componenti (compreso Robespierre) e iniziò la persecuzione dei montagnardi, molti dei quali vennero condannati o uccisi senza processo.
La nuova Convenzione abrogò (annullò) la costituzione del 1793 e ne adottò un’altra (1795), assai meno democratica, che limitava il diritto di voto. Nell’ottobre 1795 la Convenzione si sciolse e affidò il potere a un organismo detto il Direttorio: esso era costituito da cinque membri, designati da due assemblee (il Consiglio dei cinquecento e il Consiglio degli anziani) elette solo dai cittadini più ricchi. Il Direttorio era perciò sotto il controllo della borghesia.
Esso durò fino al 1799, quando venne sciolto da Napoleone Bonaparte con un colpo di stato.

I simboli della rivoluzione francese: il motto della rivoluzione (Libertà, uguaglianza, fratellanza); la bandiera francese; la coccarda tricolore; il berretto frigio; la Marsigliese (l’inno nazionale francese); la ghigliottina.


mercoledì 12 agosto 2015

62 La prima rivoluzione industriale: conseguenze



LA PRIMA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE: CONSEGUENZE

La Prima rivoluzione industriale trasformò l’economia e la società; cominciamo osservando le trasformazioni nell’economia.
A causa del grande sviluppo industriale, si ridusse l’importanza dell’agricoltura: mentre nel 1750 essa forniva circa la metà del prodotto nazionale lordo (cioè dell’insieme della ricchezza prodotta nel Paese), un secolo dopo forniva appena il 20%, mentre l’industria e il commercio fornivano ormai una parte molto maggiore. L’Inghilterra fu il primo Stato che passò da un’economia sostanzialmente agricola (com’era sempre stato dall’inizio della storia umana) a un’economia industriale.

Il complesso industriale di New Lanark, in Scozia, dove grazie a Robert Owen le condizioni di vita e di lavoro degli operai erano molto migliori che nel resto del Paese

Anche l’artigianato si ridusse e molte lavorazioni, come quella del cotone e poi delle altre fibre tessili, scomparvero, perché i prodotti industriali, che costavano molto di meno, sostituirono completamente quelli artigianali.
Il commercio, in particolare quello internazionale, ebbe invece un grande sviluppo, perché aumentò la quantità di merci in circolazione: le materie prime che servivano alle industrie, i prodotti industriali, il cibo per una popolazione in crescita.
Le attività finanziarie conobbero anch’esse una crescita molto forte, perché impiantare un’industria o avviare un’attività commerciale richiedeva grandi capitali e gli imprenditori si rivolgevano alle banche.
Per le industrie era importante vendere i prodotti il più in fretta possibile, in modo da non avere inutili scorte di merce e continuare a produrre e a guadagnare; per questo gli industriali favorirono l’ampliamento delle vie di comunicazione. Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento vennero costruiti numerosi canali, come quello tra Liverpool e Manchester inaugurato nel 1778, perché allora il trasporto dei prodotti industriali si svolgeva in larga maggioranza per via d’acqua. 

La città di Bristol nel secolo XVIII, con il suo canale artificiale essenziale per lo smercio industriale

Vennero comunque costruite anche nuove strade e ci furono alcune invenzioni riguardanti i trasporti terrestri: ad esempio nel 1804 l’invenzione di molle d’acciaio per le carrozze permise di rendere i viaggi su strada più comodi. Nel 1814 l’invenzione della locomotiva cambiò notevolmente i trasporti e il paesaggio.

Uno dei primi modelli di locomotiva

Vediamo ora le trasformazioni della società.
Innanzitutto si ebbe un aumento della popolazione, che in un secolo quasi triplicò; fu allora una crescita demografica eccezionale, la prima di una lunga serie che non è più terminata.
Se fino al 1750 la popolazione inglese viveva in larghissima maggioranza in campagna, come accadeva in tutta Europa, e le grandi città erano poco numerose, un secolo dopo la percentuale di popolazione urbana era fortemente cresciuta e numerose erano le città importanti. Vi fu infatti un massiccio spostamento della popolazione dalla campagna alle aree industriali e minerarie, dove erano maggiori le occasioni di trovare lavoro e dove nacquero nuove città, mentre quelle esistenti si ingrandirono.

La città di Wolverhampton, nel centro dell’Inghilterra, con le sue decine di ciminiere

Una parte del Terzo stato subì una importante trasformazione. La borghesia, che fino ad allora era stata formata da mercanti e artigiani, vide la nascita di una nuova figura sociale, quella del padrone di fabbrica, o industriale, o anche capitalista, perché possedeva il capitale necessario a costruire una fabbrica, a rifornirsi delle materie prime che gli servivano per la sua produzione, ad acquistare i macchinari che svolgevano il lavoro. Dalle proprie fabbriche gli industriali ottennero grandi guadagni e spesso enormi fortune.

Illustrazione di John Leech per il Canto di Natale di Dickens (1843):
il personaggio di Ebenezer Scrooge, un ricco ed avaro finanziere londinese, riflette l’astio che molti avevano nei confronti dei capitalisti, ricchi sulla pelle degli operai

Gli artigiani videro un fortissimo peggioramento delle loro condizioni di vita e persero il lavoro, perché i loro prodotti non erano concorrenziali a quelli industriali e non venivano più acquistati. Molte furono le proteste e le sommosse, organizzate da artigiani che assalivano le fabbriche e distruggevano le macchine, ma il governo represse queste rivolte con la forza, condannando a morte i capi o deportandoli in Australia, che in quel periodo era per l’Inghilterra una colonia penale, cioè un luogo dove recludere prigionieri indesiderati, spesso condannandoli ai lavori forzati.

Artigiani contro le macchine industriali

Per svolgere il lavoro gli industriali avevano bisogno di molti lavoratori, che furono reclutati soprattutto tra le masse di contadini in aumento e senza lavoro; essi formarono la nuova classe degli operai. Essi venivano pagati con un salario molto basso, anche perché la manodopera a disposizione era assai numerosa ed era facile trovare qualcuno disposto a lavorare per meno soldi. Gli operai vivevano quindi piuttosto miseramente e in condizioni di insicurezza, perché in caso di crisi economica rischiavano facilmente di essere licenziati. Nell’Ottocento si incominciò a chiamarli proletari, in quanto, a differenza degli industriali che possedevano la fabbrica e tutto il necessario per la produzione, loro non possedevano nulla che servisse al loro lavoro; essi possedevano solo la prole, cioè i figli, che spesso erano anche numerosi.

Operai al lavoro

Operai e industriali avevano interessi opposti: infatti gli operai aspiravano a salari maggiori e orari di lavoro meno pesanti, mentre gli industriali miravano a ridurre i costi e quindi a far lavorare gli operai il più possibile con salari minimi. Questi opposti interessi sfociarono nell’Ottocento in quella che sarà definita “lotta di classe” (ne parleremo in una prossima lezione), ma per il momento gli operai non seppero far altro che accettare le condizioni di vita che la nuova realtà industriale offriva loro: condizioni di vita quasi disumane.
Nelle fabbriche, infatti, l’ambiente era spesso malsano, perché l’aria era piena di fumi prodotti dalle diverse lavorazioni industriali, e il rischio di incidenti era molto alto: non vi erano misure di sicurezza e non era raro che un operaio perdesse una mano, rimasta incastrata in uno dei macchinari.

In una fabbrica come questa c’era, tra gli altri problemi, anche quello dell’inquinamento acustico

Gli operai potevano essere sia adulti, sia bambini: molti bambini venivano assunti perché erano in grado di svolgere lavori semplici e venivano pagati di meno degli adulti. Era frequente che bambini di età addirittura inferiore ai 7 anni lavorassero nelle miniere e anche per loro l’orario era molto pesante e prevedeva turni di notte. Oltre ai bambini, anche le donne venivano spesso assunte in fabbrica, per gli stessi motivi: prive di qualifica professionale, venivano pagate meno degli uomini.

I bambini venivano impiegati nelle fabbriche e nelle miniere anche per svolgere mansioni che solo una persona di corporatura minuta può fare, come si vede nell’illustrazione

Il lavoro in miniera era per molti aspetti ancora peggiore di quello in fabbrica. L’ambiente era sempre buio e l’aria era irrespirabile, anche nel caso in cui vi fossero pozzi per l’aerazione, cioè per il rifornimento d’aria. Inoltre il lavoro era molto pericoloso: vi era il rischio, anche mortale, di crolli, o di allagamenti, o di esplosioni provocate dal grisou, un miscuglio di gas metano e aria, che si sviluppa nelle miniere di carbone fossile.

Lavoratori in una miniera

Il salario era tanto basso che di solito non bastava nemmeno per soddisfare i bisogni fondamentali: il cibo e la casa. I proprietari delle industrie e delle miniere tenevano i salari molto bassi non solo per aumentare i propri guadagni, ma anche per impedire ai lavoratori di risparmiare denaro: infatti se essi non fossero stati costretti a lavorare sempre e a qualsiasi condizione per non morire di fame, avrebbero potuto chiedere condizioni di lavoro migliori e un aumento salariale.
Sia in fabbrica, sia in miniera, gli orari di lavoro erano molto pesanti: di solito da dodici a sedici ore. Per questo motivo operai e minatori dovevano stabilirsi molto vicino al luogo di lavoro, perché non avrebbero avuto il tempo per lunghi spostamenti. Così nei pressi delle fabbriche e delle miniere sorsero i quartieri per gli operai e i minatori; furono spesso gli stessi proprietari di industrie e miniere a costruire alloggi, che affittavano ai loro lavoratori. In questi quartieri, privi di spazi verdi, si accumulavano le scorie prodotte dalle lavorazioni industriali e minerarie, l’aria era molto inquinata a causa dell’uso del carbone da parte delle industrie e i corsi d’acqua erano avvelenati dagli scarichi industriali.

Città industriale

Le case in cui vivevano operai e minatori, costruite in mattoni e con i tetti in ardesia, presentavano condizioni igieniche migliori delle abitazioni contadine, che erano ancora di legno e con il tetto di paglia, ma nei quartieri operai il grande affollamento e la mancanza di una rete fognaria favorivano la diffusione di epidemie: la gravità della situazione divenne evidente nell’Ottocento, quando, tra il 1830 e il 1860, si verificarono violente epidemie di colera.
Poiché molti bambini nelle famiglie di operai e minatori incominciavano a lavorare molto presto, essi non frequentavano più quei corsi scolastici che da poco erano stati istituiti per il popolo. Questo portò a una netta diminuzione dell’istruzione: mentre nel 1750 un uomo su due era in grado di scrivere il proprio nome, nel 1840 nemmeno un uomo su tre sapeva farlo.

Una via della Londra operaia in un’incisione ottocentesca di Gustave Dorè


61 La prima rivoluzione industriale: cause e modalità



LA PRIMA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE: CAUSE E MODALITÀ

Tutto ciò che noi oggi utilizziamo, dalle stoviglie ai vestiti, dai libri alle scarpe, dai computer alle automobili, viene prodotto dalle industrie; fino alla prima metà del Settecento, invece, tutti i beni esistenti erano prodotti da artigiani, che eseguivano a mano il lavoro necessario alla realizzazione di questi beni, al massimo servendosi di alcune macchine relativamente semplici, mosse dalla forza umana o animale, o da elementi quali l’acqua e il vento.
Il passaggio dalla produzione artigianale a quella industriale, che è ormai quella più usata nel mondo, avvenne in Inghilterra in un lungo periodo compreso tra il 1760 e il 1830; a questo fenomeno, che sostanzialmente consiste nella nascita delle industrie, si dà il nome di rivoluzione industriale.

Alcuni artigiani producono a mano delle scarpe: dopo la rivoluzione industriale essi scompariranno

Essa avvenne in Inghilterra, perché qui si verificarono le condizioni necessarie per la sua nascita.
Innanzitutto in Inghilterra si attuò quella che viene chiamata terza rivoluzione agricola, una trasformazione nel modo di coltivare i campi provocata dall’introduzione di nuovi prodotti (la patata, il mais, la rapa) e di nuove tecniche, tra cui soprattutto la rotazione quadriennale, che permetteva di coltivare il terreno ogni anno, alternando prodotti alimentari per l’uomo con altri (come il trifoglio) che diventavano foraggio per gli animali. Questo provocò un aumento della produzione agricola e dell’allevamento. A sua volta l’incremento della produzione agricola favorì l’aumento della popolazione, che però non sempre trovava lavoro nei campi, dato che le nuove tecniche agricole non richiedevano un particolare sovrappiù di manodopera.

Due pagine dell’Encyclopédie illuminista dedicate all’agricoltura

Contemporaneamente il commercio inglese aveva conosciuto uno sviluppo enorme, grazie alla formazione delle colonie in America e agli scambi che erano ormai di tipo intercontinentale. Questi successi commerciali portavano nel paese grandi ricchezze, a disposizione di una popolazione borghese che, a differenza degli Spagnoli nei secoli precedenti, non si accontentò del benessere conseguente a tali ricchezze, ma pensò di investirle in nuove attività produttive e quindi in nuove fonti di guadagno.

Fu proprio nel Settecento che la flotta inglese divenne la più potente al mondo

Tra queste nuove attività produttive ci furono quelle appunto che riguardavano l’agricoltura, ma anche altre inerenti all’artigianato, un settore che in Inghilterra aveva una lunga tradizione e che conobbe nel Settecento un ulteriore incremento: le competenze tecniche qui erano apprezzate e diffuse, tanto che vi erano artigiani e meccanici in grado di costruire macchine in modo preciso, ma anche di perfezionarle, o di inventarne di nuove. In Gran Bretagna, del resto, le invenzioni erano protette da brevetti, che garantivano agli inventori una parte dei guadagni che era possibile ricavarne.
Dunque, lo sviluppo agricolo prima, quella artigianale poi, accompagnati allo sviluppo commerciale, avevano fatto sì che in Inghilterra esistessero capitali (cioè somme di denaro) e manodopera in abbondanza: condizioni favorevoli alla nascita e allo sviluppo delle industrie.
A queste condizioni generali vanno aggiunti altri tre elementi particolari. Il primo fu l’invenzione della macchina a vapore, un motore che utilizzava l’energia del vapore per produrre movimento e quindi svolgere un lavoro. Il modello di macchina a vapore realizzato dall’inventore scozzese James Watt (1736-1819) si rivelò particolarmente efficace, in quanto in grado di sfruttare l’energia del vapore molto meglio dei modelli precedenti, ed ebbe un’ampia diffusione: nel corso del Settecento furono costruiti circa 2.500 motori di questo tipo. Esso venne anche applicato ai battelli (navi a vapore, 1783), ma in questo campo divenne di uso comune solo nel corso dell’Ottocento.

Un modello perfezionato di macchina a vapore di James Watt

Il secondo elemento essenziale fu l’uso del metallo, in particolare del ferro, per la costruzione di macchine: esso permetteva di realizzare ingranaggi più solidi di quelli in legno, meno soggetti all’usura e utilizzabili anche ad alte temperature senza rischi di incendio. Motori come la macchina a vapore non avrebbero potuto essere realizzati in legno, perché sarebbero bruciati.
Il terzo elemento fondamentale fu l’impiego del carbone coke, un carbone purificato che si ottiene attraverso un processo particolare. Dall’inizio del Settecento l’uso del legno come combustibile si ridusse e il carbone venne utilizzato negli altiforni. Nella seconda metà del secolo i progressi tecnici realizzati nel processo di produzione ne resero l’uso molto comune: era il carbone ad alimentare la macchina a vapore, riscaldando l’acqua fino a che questa non si trasformava in vapore. La grande richiesta di carbone da parte dell’industria portò a un grande sviluppo dell’attività estrattiva in Inghilterra, una regione ricca di questo elemento.

Il lavoro in miniera in una stampa italiana del Settecento

Le nuove macchine e il nuovo sistema di produzione vennero utilizzati all’inizio per produrre tessuti: la prima a svilupparsi fu infatti l’industria tessile, nei suoi vari settori. Le invenzioni nel campo tessile e i loro perfezionamenti si succedettero per decenni nel corso del Settecento; fondamentali furono i vari tipi di filatoi, ossia di macchine che trasformavano il cotone in fili con cui fare i tessuti. Basti pensare che, se all’inizio del Settecento erano necessarie oltre 1.100 ore di lavoro per filare un chilo di cotone con il filatoio a mano, con il filatoio meccanico inventato nel 1779 erano sufficienti tre ore.

Il filatoio inventato nel 1779 da Samuel Crompton

Altre invenzioni permisero di rendere più veloci e meno costose tutte le fasi di lavorazione del cotone: dalla sgranatura (la separazione dei semi dalle fibre di cotone) alla cardatura (la trasformazione della fibra di cotone in un velo continuo), dalla sbiancatura (mediante cloro) alla stampa sui tessuti. Infine una serie di invenzioni relative ai telai migliorarono anche la tessitura del cotone.
Lo sviluppo dell’industria cotoniera incoraggiò le nuove invenzioni negli altri settori tessili, quello della lana, della seta e del lino.
Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento in Inghilterra nacque anche un’industria meccanica, in grado cioè di produrre macchine utensili ad alta precisione; fu essa che realizzò le macchine necessarie all’industria tessile. In questo modo industria tessile e industria meccanica si sostenevano a vicenda: lo sviluppo di una determinava quello dell’altra.
Grazie a questi successi la rivoluzione industriale divenne un po’ alla volta un fenomeno consolidato: si capì che lo sviluppo dell’Inghilterra passava attraverso lo sviluppo industriale, il quale stava trasformando completamente non solo l’economia del Paese, ma anche la società.

Un’industria tessile