lunedì 20 aprile 2015

53 Le monarchie assolute



LE MONARCHIE ASSOLUTE

Nell’Età Moderna e in particolare nel XVII secolo molti re europei riuscirono a rafforzare il proprio controllo sul territorio di cui erano sovrani, spesso approfittando dei contrasti esistenti tra i diversi poteri locali, per esempio tra i nobili e le comunità contadine. Le decisioni politiche, l’amministrazione della giustizia, l’uso della violenza armata divennero in gran parte dell’Europa monopolio regale: solo il monarca e gli uomini da lui nominati potevano mantenere rapporti con gli altri Stati, giudicare, fare ricorso alle armi.
Questo avvenne con particolare evidenza in Francia, dove il re Luigi XIV (1638-1715), che scelse per sé l’appellativo di «Re Sole», riuscì durante il suo lungo regno a togliere alla nobiltà ogni importanza politica. Al contrario in Inghilterra ogni tentativo del re di imporre la propria volontà su tutti i sudditi riuscì solo per un certo periodo, ma finì tragicamente, come vedremo più avanti.

Luigi XIV ritratto da Hyacinthe Rigaud

Gli Stati in cui i poteri del re si rafforzarono molto vengono chiamati monarchie assolute, in quanto il potere dei sovrani era ab solutus, cioè “sciolto” da ogni costrizione esterna (in pratica, nessuno poteva dire a un re che cosa fare); in realtà i re non furono mai in grado di governare senza il consenso di una parte, anche minima, della popolazione: avevano bisogno, infatti, di tutta una serie di alti funzionari (consiglieri, segretari, ministri, diplomatici), i quali potevano anche ottenere un grande potere personale, ma correvano sempre il rischio di essere privati della loro carica e talvolta anche della libertà e della vita, se il re non era soddisfatto di loro o li sospettava di tradimento.
La necessità di controllare il territorio e di aver bisogno per farlo di persone di fiducia dei monarchi portò a uno sviluppo della pubblica amministrazione: negli Stati europei nacque quella che viene chiamata burocrazia, ossia l’insieme dei dipendenti pubblici, che si occupavano di far funzionare lo Stato applicando le direttive del re. Questo lavoro offriva possibilità di carriera e di arricchimento per i nobili e i ricchi borghesi, perciò le cariche pubbliche erano molto richieste e spesso venivano vendute dallo Stato.

Luigi XIII di Francia con il suo ministro il cardinale Richelieu e altri personaggi

Per controllare meglio i propri regni, i sovrani cercarono anche di unificare norme e regolamenti: i re di Inghilterra, Francia e dei diversi Stati tedeschi adottarono un sistema monetario e doganale nazionale; istituirono un unico sistema di pesi e misure; allestirono un sistema postale nazionale.
Naturalmente per fare tutto questo, per mantenere il controllo del territorio e, ancor più, per le spese straordinarie, bisognava trovare il denaro necessario: il solo mantenimento della corte e il pagamento dei funzionari necessitavano di finanze costanti e sicure. Le entrate dello Stato provenivano dallo sfruttamento delle miniere d’oro e d’argento presenti entro i confini del regno, dalle dogane esistenti ai confini (che comportavano il pagamento di una tassa per tutte le merci che entravano o uscivano da quei confini), dai possedimenti del re (che spesso erano molto estesi) e dalle tasse, ordinarie o straordinarie, che i sudditi dovevano pagare.
Spesso queste entrate non erano sufficienti, ma ogni imposizione di nuove tasse poteva provocare malcontento e rivolte. Perciò succedeva molte volte che i re dovessero ricorrere a prestiti, che non sempre venivano pagati: per esempio tra il 1560 e il 1662 la Spagna sospese o rinviò i pagamenti ben otto volte, provocando il fallimento di una serie di banche e crisi finanziarie internazionali.

Bartholomeus Strobel il Giovane, particolare dal Banchetto di Erode (del 1630 ca):
anche se di argomento religioso antico, il dipinto rende bene l’idea della nobiltà seicentesca 
(in questo caso, quella spagnola)

IL CASO DELLA FRANCIA

La storia della Francia tra Cinquecento e Settecento è particolarmente significativa per comprendere l’attuarsi del concetto di assolutismo, fin qui esposto nelle sue caratteristiche generali.
Fin dai primi anni del Trecento in Francia esisteva un Parlamento, cioè un’assemblea nella quale sedevano i rappresentanti dei vari ordini di sudditi. Il Parlamento francese veniva chiamato Stati Generali, in quanto tutti i sudditi erano stati suddivisi in 3 gruppi, chiamati appunto stati: il clero formava il Primo stato, la nobiltà il Secondo, tutti gli altri (ossia coloro che non erano né ecclesiastici né nobili) il Terzo.

Due nobili francesi del Seicento

Ognuno dei tre stati aveva diritto ad esprimere il proprio parere, quando il Parlamento fosse stato convocato dal re, mediante un voto singolo per ogni stato; poiché il Primo e il Secondo stato erano naturali alleati, avevano sempre la meglio sul Terzo stato, il cui voto era minoritario rispetto ai due di clero e nobiltà. Inoltre va considerato che i re francesi convocavano il Parlamento in rarissime occasioni e questo creò una situazione molto diversa da quella che invece si ebbe in Inghilterra (e che spiegheremo più avanti).
Le guerre di religione che insanguinarono la Francia nella seconda metà del XVI secolo furono anche un modo per la nobiltà di indebolire la monarchia; ne uscì vincitore il duca di Borbone, che salì al trono nel 1589 con il nome di Enrico IV e, abiurando alla sua fede ugonotta, riuscì a pacificare un Paese a maggioranza cattolica. Ma nel 1610 Enrico IV venne ucciso da un cattolico che non credeva alla sincerità della sua conversione; ereditò la corona suo figlio Luigi XIII, che però aveva solo 9 anni.

L’assassinio di Enrico IV in un’incisione di Gaspard Bouttats della seconda metà del Seicento

La madre, Maria de’ Medici, divenne reggente del figlio, accumulando un forte potere che non volle cedere nemmeno quando Luigi divenne maggiorenne. Ne seguirono complotti e intrighi, anche dopo che il re aveva trovato nel cardinale Richelieu un uomo di fiducia con cui dedicarsi al rafforzamento della monarchia.

Philippe de Champaigne, Triplo ritratto di Richelieu (1642 ca)

La Francia di Richelieu entrò nella Guerra dei Trent’anni (tra il 1618 e il 1648), scoppiata per i contrasti religiosi tra i re cattolici d’Austria e di Spagna e i principi protestanti tedeschi, la Danimarca, la Svezia e l’Olanda: il conflitto si trasformò ben presto in una contesa tra Stati avidi di territori.

Rievocazione moderna della battaglia della Montagna Bianca (8 novembre 1620), uno scontro della Guerra dei Trent'anni

In quegli anni in Francia si ebbero rivolte dei contadini affamati dalle tasse imposte per la guerra; ci furono tensioni da parte degli ugonotti, che non avevano fiducia in un governo retto da un cardinale cattolico; ci furono complotti degli aristocratici contro la monarchia. La risposta di Richelieu fu sempre all’insegna della più dura repressione, anche nei confronti degli appartenenti alle più illustri famiglie di Francia, che furono a decine condannati a morte.
La guerra finì nel 1648 con la pace di Westfalia, che decretò la sconfitta degli Asburgo d’Austria, l’indipendenza definitiva dell’Olanda e il rafforzamento della Svezia; la Francia, che poté sedere al tavolo dell’armistizio tra le potenze vincitrici, ottenne il possesso di importanti regioni al confine con la Germania.

La firma del trattato di Münster nel 1648 (dipinto di Gerard Ter Boch):
il trattato di Münster fu uno di quelli che portarono alla pace di Westfalia

Ma sul piano interno la situazione era molto delicata: la Francia infatti aveva vinto nel 1643 una importante battaglia, quella di Rocroi, ma le truppe francesi erano comandate dal principe di Condé, appartenente a una delle famiglie aristocratiche più ostili ai Borbone. La morte di Richelieu nel 1642 e quella di Luigi XIII nel 1643 complicarono le cose: l’erede di Richelieu fu un altro cardinale, Giulio Mazzarino, l’erede del re fu il figlio Luigi XIV che aveva solo 5 anni; la reggente, la regina madre Anna d’Austria, era inesperta contro una nobiltà ridivenuta fortissima e desiderosa di vendicare i morti decretati ai tempi di Richelieu.

Luigi XIV bambino con la madre Anna d'Austria (di anonimo)

Pierre Mignard, Ritratto di Giulio Mazzarino

I primi anni del regno di Luigi XIV furono un incubo. Nel 1648, quando il re aveva dieci anni, i nobili gli scatenarono contro l’agitazione della Fronda (dal nome della fionda, l’arma con cui il popolo parigino rompeva i vetri delle finestre del cardinale Mazzarino): le violenze costrinsero il bambino sovrano e la madre a fuggire per due volte da Parigi, mentre il popolo, sobillato dai principi, moriva sulle barricate massacrato dai soldati del re.

F. Dupré, Le barricate durante la fronda del 27 agosto 1648

Alla fine la Fronda fu sconfitta, ma Luigi XIV aveva ormai capito che i nemici della sua monarchia erano i nobili e il Parlamento. Nel 1661 morì il Mazzarino e lo stesso giorno il re (che aveva 23 anni) convocò il Consiglio della Corona e comunicò agli esterrefatti ministri che da quel momento in poi egli avrebbe governato da solo.
Mantenne, si può dire, la parola: infatti licenziò l’intero Consiglio e scelse tre nuovi collaboratori, i quali, sotto la direzione del re, riorganizzarono l’intera Francia, con una serie di atti apparentemente rispondenti a effettive esigenze di miglioramento (sociale, economico, militare), in realtà miranti a togliere alla nobiltà ogni potere.

Charles Le Brun, Il re governa da se stesso (dipinto della reggia di Versailles)

In compenso Luigi XIV diede all’aristocrazia ciò che essa soprattutto cercava: il denaro con cui conservare il lusso in cui viveva. Il sovrano chiamò decine di nobili a corte, creando cariche magnifiche e prestigiose (come quella di sovrintendente alla Tavola reale, che voleva dire curare il menu delle feste organizzate a corte), che erano del tutto prive di potere, ma erano pagate con lauti stipendi. In più, per mantenere questi nobili in un ambiente che fosse il più splendido d’Europa, fece costruire a pochi chilometri da Parigi la reggia di Versailles: i nobili avevano l’obbligo di risiedervi e per avere onorificenze e premi bisognava che entrassero nelle grazie del re e dei suoi favoriti.

Versailles nel Seicento

Contemporaneamente il ministro delle finanze, Colbert, riuscì a trasformare la Francia in una nazione moderna, in cui il controllo dello Stato nell’amministrazione e nell’economia era capillare; venne favorito lo sviluppo delle manifatture francesi, sia quelle per i prodotti di lusso, sia quelle di vitale utilità, come le vetrerie, i cantieri navali, le officine metallurgiche, le manifatture per la lavorazione del sapone, dei tabacchi, dello zucchero.

Visita all’Arsenale di Marsiglia (dipinto del 1677 circa conservato nella reggia di Versailles)

Il programma di Colbert ebbe però effetti limitati, sia perché non seppe intervenire nell’agricoltura, che era ancora la base della ricchezza delle nazioni, sia a causa delle enormi spese che Luigi XIV fu costretto a sostenere, in quanto coinvolto nella guerra di successione spagnola che si combatté tra il 1702 e il 1713.

Claude Lefébvre, Ritratto di Jean-Baptiste Colbert

A corte vennero invitati scrittori e artisti: i grandi commediografi Racine e Molière, l’architetto Gian Lorenzo Bernini (che progettò l’ampliamento del Louvre), il musicista Giambattista Lulli. Anche nei confronti dell’arte il controllo statale era rigido: la censura si abbatteva su tutta la produzione intellettuale che non fosse in linea con il volere del Re Sole.

Charles Le Brun, Ritratto di Molière

IL CASO DELL’INGHILTERRA

Pur molto diverso da quello francese, il caso dell’Inghilterra aiuta a capire un aspetto dell’assolutismo monarchico che caratterizzò il Seicento.
L’Inghilterra era stata la nazione che per prima si era dotata di un Parlamento: probabilmente ricorderai che nel 1215 la promulgazione della Magna charta libertatum fu il primo esempio di assemblea rappresentativa di un gruppo sociale ammesso a prendere delle decisioni politiche assieme al monarca (PARLAMENTO significa appunto che si aveva il diritto di PARLARE di fronte al re).
Nel Cinquecento il Parlamento inglese era composta da due Camere, cioè due assemblee rappresentative:
- la Camera Alta o Camera dei Lords, in cui sedevano i rappresentanti dell’aristocrazia, poco più di un centinaio di famiglie di grandi proprietari terrieri
- la Camera Bassa o Camera dei Comuni, formata dai rappresentanti delle città e delle campagne.

La Camera dei Lords nel XVII secolo

Il Parlamento dipendeva dal re, perché solo il re aveva il diritto di convocarlo; ma anche il re dipendeva dal Parlamento, perché esso aveva il diritto di bocciare le sue proposte.
Naturalmente non sempre il re sottoponeva all’approvazione delle due Camere i suoi atti di governo, anzi, in certi periodi i sovrani avevano usato ogni tipo di sistema per non convocarle; però il Parlamento aveva continuato ad esistere e con Elisabetta I era stato accresciuto nel numero dei suoi membri ed era stato regolarmente convocato.
Elisabetta I morì nel 1603 senza eredi: con lei si estinse la dinastia dei Tudor. Al trono salì dopo di lei Giacomo I Stuart, cugino scozzese di Elisabetta, imparentato per via di matrimoni con gli Asburgo, cattolico e convinto che un re è tale per diritto divino e che il suo potere non va spartito con nessuno.

Anthonis van Dyck, Carlo I a caccia (1635)

Con Giacomo I e poi con il successore Carlo I i contrasti con il Parlamento furono inevitabili. Per molti anni Carlo I riuscì a governare senza convocare le due Camere: fu costretto a farlo nel 1640, in seguito alla rivolta prima della Scozia e poi dell’Irlanda, scoppiate per motivi religiosi. Per fronteggiare le rivolte, Carlo I voleva imporre forti tasse con cui armare l’esercito, ma prima dovette chiedere l’appoggio del Parlamento. Questo accettò la proposta del re, ma solo a patto che il comando dell’esercito fosse affidato al Parlamento stesso. Poiché Carlo I rifiutò, fu guerra civile.
A guidare i fautori del Parlamento fu un gentiluomo di campagna, Oliver Cromwell, dotato di notevoli capacità militari e politiche.

Samuel Cooper, Oliver Cromwell (1656)

L’esercito da lui comandato sbaragliò le truppe fedeli al re, che venne fatto prigioniero. Poiché Carlo I non si dimostrò minimamente disposto a rispettare le Camere, anzi, dalla prigione in cui era rinchiuso tramò per riaccendere la guerra civile, nel 1649 fu accusato di crimini contro lo Stato, processato dal Parlamento e condannato alla decapitazione.

La decapitazione di Carlo I

Dopo la morte del re l’Inghilterra divenne una repubblica, in cui però l’attività del Parlamento era sospesa e a governare era il solo Cromwell, sostenuto dal suo esercito: si trattava in sostanza di una dittatura personale.
Quando Cromwell morì nel 1658, gli Inglesi restaurarono la monarchia e restituirono il trono agli Stuart; questi però dimostrarono di non aver imparato niente dai fatti successi e tornarono a calpestare il Parlamento. Nel 1688 gli Inglesi decisero di liberarsi per sempre di una casa regnante inadatta al paese: un gruppo di Lords offrì segretamente il trono a un principe olandese, Guglielmo d’Orange, che sbarcò a Londra, mentre l’ultimo degli Stuart si rifugiava in Francia.

Ritratto di Guglielmo III d’Inghilterra (il nome assunto da Guglielmo d’Orange)

L’anno seguente (1689) il Parlamento votò il Bill of Rights, cioè la Dichiarazione dei Diritti, con la quale attribuiva a se stesso tutte le decisioni politiche fondamentali, rendeva i ministri del re responsabili delle loro azioni di fronte alle Camere e affermava l’indipendenza dei giudici dalla monarchia. Gli eventi del 1689 furono chiamati Gloriosa Rivoluzione: essi segnarono il trionfo finale del Parlamento e il tramonto in Inghilterra della monarchia assoluta.

Il Bill of Rights originale del 1689


LE COSE FONDAMENTALI DA SAPERE

Il Seicento (secolo XVII) è il secolo dell’assolutismo, cioè di una forma di governo in cui un monarca cerca di assumere in sé ogni potere politico (quello legislativo, quello esecutivo, quello giudiziario) e di controllare appieno la vita economica e le decisioni militari del proprio paese.
Ciò avviene in particolare in Francia, con i re Luigi XIII e soprattutto Luigi XIV, che regna per 5 decenni e riesce a imporsi su tutti i suoi sudditi (nobili compresi), limitando al minimo le proteste e le ribellioni, domate con la repressione, e concedendo a nobili e ecclesiastici una serie di privilegi (ad esempio quello di non pagare le tasse), che li rendono docili al suo volere. Pur prendendo personalmente (o con pochi stretti collaboratori) le decisioni politiche fondamentali, il re ha bisogno di un gran numero di funzionari che eseguono i suoi ordini (formando quella che si chiama burocrazia) e che possono perdere il loro ruolo, se solo non sono più graditi al sovrano.
Anche in Inghilterra i monarchi della dinastia Stuart (succeduta a quella Tudor alla morte di Elisabetta I che non ha eredi) cercano di raggiungere gli stessi scopi, ma non ci riescono; in Inghilterra, infatti, il Parlamento (cioè i rappresentanti dei sudditi inglesi) si oppone a questi tentativi assolutistici e prima (1649) fa decapitare il re Carlo I e instaura una repubblica (con Oliver Cromwell, che però si trasforma in un dittatore), poi (1688) affidando il trono a Guglielmo d’Orange, un principe olandese, che nel 1689 promulga il Bill of Rights, un documento in cui i ruoli del re, del Parlamento e dei giudici vengono stabiliti con cura: l’Inghilterra diventa così la prima nazione al mondo che si dà una Costituzione.







lunedì 13 aprile 2015

52 Le grandi potenze europee nel Cinquecento


LE GRANDI POTENZE EUROPEE NEL CINQUECENTO

All’inizio del Cinquecento in Europa c’erano 4 grandi potenze: la Spagna, la Francia, l’Inghilterra e l’Austria. Nell’estremità sud-orientale del continente si estendeva l’Impero Ottomano, che costituiva un pericolo costante per l’Europa e, a causa della sua diversità religiosa, era vissuto come un elemento estraneo.

L’Europa nel Cinquecento

Già all’inizio del secolo la situazione sembrava però destinata a cambiare.

L’IMPERO DEGLI ASBURGO

Grazie a una giusta serie di matrimoni, la famiglia austriaca degli Asburgo sembrava avviata al dominio di gran parte dell’Europa. Il personaggio centrale di tutto questo fu Carlo V d’Asburgo, che ereditò dai suoi vari antenati vastissimi possedimenti, tanto che – come egli amava ripetere – nel suo «impero non tramontava mai il sole».
Dal nonno materno, Ferdinando d’Aragona, Carlo V ereditò il regno di Aragona (1516) con le sue dipendenze in Italia (regni di Napoli, Sicilia e Sardegna).
Dalla madre Giovanna, figlia di Isabella di Castiglia, ereditò il regno di Castiglia (1506) con i suoi possedimenti in America, che durante il suo regno si ampliarono e si organizzarono nei vicereami della Nuova Spagna e della Nuova Castiglia.
Dalla nonna paterna, Maria di Borgogna, Carlo V ereditò i Paesi Bassi e la Franca Contea (1506) e dal nonno paterno, Massimiliano d’Asburgo, l’Austria (1519), che egli però cedette al fratello Ferdinando, re d’Ungheria e di Boemia.


In questo modo Carlo V si trovò ad essere il più forte sovrano europeo e nel 1519 si fece eleggere imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, carica che dal 1438 era sempre stata assegnata alla dinastia degli Asburgo dai sette elettori cui spettava questo compito. Carlo V, in realtà, comprò i voti necessari per essere eletto imperatore, sborsando la bella cifra di 850.000 fiorini, di cui oltre 500.000 prestati dal banchiere Jakob Fugger.

Jacob Fugger in un ritratto di Albrecht Dürer

Il potere di Carlo V (che egli cercò per giunta di estendere ulteriormente) suscitò l’opposizione di tutti coloro che se ne vedevano minacciati, in particolare
-         i principi tedeschi, che volevano mantenere la propria autonomia
-         il papa, a cui Carlo V avrebbe voluto imporre una riforma della Chiesa
-         il re di Francia, Francesco I, i cui territori erano quasi completamente circondati dai domini asburgici.
Carlo V fu costretto per questo a intraprendere numerose guerre, come quella contro Francesco I, che culminò nella battaglia di Pavia del 1525, con la quale il re francese venne sconfitto e finì per un anno prigioniero dell’imperatore, il quale intanto si impadroniva del Ducato di Milano.

La cattura di Francesco I alla battaglia di Pavia

O come quella contro una Lega di Stati italiani che si era formata per opporglisi e che portò un esercito di lanzichenecchi (soldati mercenari tedeschi) a scendere in Italia e, poiché non venivano pagati regolarmente, a puntare nel 1527 su Roma e a sottoporla a un violentissimo saccheggio durato 9 mesi.

Il sacco di Roma del 1527 in un dipinto ottocentesco di Francisco Javier Amérigo y Aparici

Ciò nonostante Carlo V non riuscì nel suo sogno di unificare l’Europa in un unico grande impero e verso la fine della sua vita (nel 1556) abdicò, deluso dalle fatiche e dai compromessi, e si ritirò in un convento spagnolo, lasciando i suoi domini al figlio Filippo II, ma la corona imperiale al fratello Ferdinando d’Asburgo.

Il monastero di San Jeronimo de Yuste dove si ritirò Carlo V

Questa divisione dei possedimenti di Carlo V determinò due percorsi differenti per l’Austria asburgica e per la Spagna di Filippo II. Quest’ultima rimase ancora per la seconda metà del ‘500 uno degli Stati più importanti in Europa, ma le numerose guerre che Filippo II dovette combattere (per sostenere la grandezza della Spagna, per esempio contro l’Inghilterra) e la mancanza di investimenti nelle attività produttive la impoverirono progressivamente. Alla fine del secolo cominciò per il regno iberico un lungo periodo di crisi politica ed economica, che escluse la Spagna dal novero delle grandi potenze.

Filippo II ritratto da Tiziano

I PAESI BASSI

In più Filippo II perse anche il possesso della ricca regione dei Paesi Bassi; qui egli aveva cercato di imporre la religione cristiano-cattolica, provocando una rivolta (1566), che la Spagna represse ferocemente. La repressione e il malgoverno spagnolo spinsero i protestanti delle province settentrionali dei Paesi Bassi a una nuova rivolta e alla dichiarazione di indipendenza (1581): nacquero così le Province Unite, chiamate spesso Olanda, dal nome della provincia più ricca.

Guglielmo I d’Orange, il capo degli Olandesi nella guerra di indipendenza

LA FRANCIA

La storia della Francia nell’Europa del ‘500 può essere fatta cominciare dalla spedizione del 1494-1498 di Carlo VIII in Italia. Carlo VIII di Valois era cugino degli Angiò, che avevano dominato il sud d’Italia nella prima metà del Quattrocento, ma ne erano stati scacciati nel 1442 dagli Aragona di Spagna. Il tentativo di Carlo VIII di riprendersi Napoli fallì, ma la sua spedizione è per noi importante, perché fu il primo episodio di una serie di guerre che insanguinarono l’Italia.

Carlo VIII di Francia

Il successore Luigi XII ne organizzò altre due e dopo di lui Francesco I mise in gioco la sua reputazione ancora una volta in Italia, ma nel quadro più ampio dell’opposizione al crescente potere di Carlo V.
Le guerre contro gli Asburgo impegnarono Francesco I per un quarto di secolo, con esiti alterni. Cessarono nel 1559 con la pace di Cateau-Cambrésis, firmata dal successore Enrico II. Ma se per la Francia erano terminate le guerre esterne, con la seconda metà del Cinquecento cominciavano quelle interne di religione (per le quali puoi vedere la lezione precedente).

Enrico II di Francia

L’INGHILTERRA

Se la prima metà del secolo è segnata dalla presenza di Enrico VIII e dal suo distacco dalla Chiesa di Roma, con la fondazione della Chiesa Anglicana, la seconda metà è dominata dalla figura della regina Elisabetta I. Nata nel 1533, era figlia di Enrico VIII e della sua seconda moglie, Anna Bolena, sposata dopo il divorzio da Caterina d’Aragona: divorzio rifiutato dal papa e che è all’origine proprio della nascita della Chiesa Anglicana.

Elisabetta I d’Inghilterra

Elisabetta divenne regina d’Inghilterra nel 1558, alla morte della sorellastra, Maria la Cattolica. La sua incoronazione venne però avversata dai cattolici, poiché non davano valore legale al secondo matrimonio di Enrico VIII; essi sostenevano piuttosto la candidatura al trono d’Inghilterra della cugina di Elisabetta, la cattolica Maria Stuart, regina di Scozia.
Nel 1570 il papa scomunicò Elisabetta e ci furono diverse congiure per toglierle il trono, alcune delle quali attribuite a Maria Stuart che finì decapitata nel 1587.

La decapitazione di Maria Stuart (spesso italianizzata Stuarda)

Elisabetta reagì alle congiure rafforzando la Chiesa Anglicana e regnò comunque per più di quarant’anni, dal 1558 al 1603, durante i quali l’Inghilterra conobbe un grande sviluppo economico, nel settore agricolo, navale, tessile e minerario.
Incentivò la fondazione di colonie in Asia e in America: la prima colonia inglese nell’America settentrionale venne chiamata Virginia, in onore di Elisabetta che era detta la Regina vergine, in quanto non si sposò mai. Per il commercio con l’oriente costituì la Compagnia delle Indie Orientali: lo sviluppo della flotta inglese fu la base della potenza commerciale e militare dell’Inghilterra, che divenne uno degli Stati più ricchi al mondo.
La protezione accordata da Elisabetta ai corsari che operavano in America (vedi lezione sulla pirateria) e la rivalità con la Spagna per il controllo degli oceani portarono a una guerra tra Spagna e Inghilterra; essa culminò nel 1588 con la distruzione della flotta spagnola (sebbene fosse chiamata Invincibile Armata), in uno scontro avvenuto nel Canale della Manica e con il soccorso in favore degli inglesi di tre violentissime tempeste; dopo di allora l’Inghilterra fu la prima potenza navale nel mondo.

Dipinto di anonimo con navi inglesi e navi dell’Invincibile Armata spagnola

Durante il regno di Elisabetta I vi fu anche un grande sviluppo culturale, testimoniato dall’opera del massimo scrittore di teatro della storia, William Shakespeare, autore di “Romeo e Giulietta”, "Amleto", “Otello”, “Re Lear”, “Macbeth”, “La bisbetica domata”, “Riccardo III”, "Il mercante di Venezia" e molte altre opere famosissime in tutto il mondo.

Dipinto di anonimo e di epoca recente di William Shakespeare

L’AUSTRIA

All’interno dell’Impero Germanico l’Austria rimase a lungo lo Stato più forte, ma per molto tempo dovette impegnare le sue forze per difendersi dagli attacchi dei Turchi Ottomani, che giunsero ad assediare la stessa capitale, Vienna (nel 1529 e nel 1683). Per quanto fossero anche re d’Ungheria, gli Asburgo controllavano solo una minima parte del territorio ungherese, che era sotto dominio turco.

L’assedio di Vienna del 1683 di anonimo

L’IMPERO OTTOMANO

L’Impero Ottomano continuò la sua espansione fino alla fine del Seicento; un momento critico si ebbe nel 1571, quando i Turchi furono sconfitti nella battaglia navale di Lepanto, ad opera di una flotta cristiana costituita da Veneziani, Genovesi e Spagnoli. Il declino turco cominciò verso la fine del Seicento: nel 1686 l’Ungheria tornò sotto il dominio degli Asburgo.



La battaglia di Lepanto in un dipinto anonimo

LA RUSSIA

Un’altra nuova grande potenza si affermò nell’Europa orientale: la Russia.
Il principe di Mosca Ivan IV il Terribile (1533-1584) assunse il titolo di zar (imperatore) e la Russia divenne un impero, che nel corso dell’Età Moderna si estese fino a raggiungere il mar Baltico a ovest e l’Oceano Pacifico a est (1649). Nel Seicento la Russia confermò la sua potenza, cominciando a partecipare alle guerre che si combattevano in Europa.

Ivan IV il Terribile in un ritratto di Viktor Michajlovič Vasnecov

APPROFONDIMENTI
(li trovi nella barra di destra nell'home page):
La disfatta dell'Invincibile Armata (1588)



domenica 12 aprile 2015

51 L'età dell'intolleranza



L’ETÀ DELL’INTOLLERANZA

La spaccatura che si creò in Europa tra Cattolici e Protestanti provocò in tutti gli Stati una situazione che incoraggiò la persecuzione per motivi religiosi: dove regnavano sovrani cattolici, i protestanti vennero perseguitati e condannati a morte, dove i sovrano avevano aderito alla Riforma, spesso erano i cattolici a essere perseguitati. E ovunque crebbe l’intolleranza nei confronti dei seguaci di altre religioni, o di chi era considerato eretico, o anche di chi sosteneva la libertà di religione.

Una condanna a morte praticata sul rogo nel 1556

LE GUERRE DI RELIGIONE

L’intolleranza religiosa sfociò in vere e proprie guerre di religione, in particolare in Francia e in Germania. La religione nascondeva spesso le altre cause di queste guerre, che erano soprattutto cause politiche: nell’Impero Germanico i principi protestanti scesero in guerra contro l’imperatore cattolico Carlo V per limitarne il potere e conservare la propria indipendenza, confermata dalla pace di Augusta del 1555.
In Francia cause ed eventi furono più complessi e intricati: qui un quinto della popolazione era diventata ugonotta, ossia calvinista, ma la monarchia era cattolica. Le due diverse fedi diventarono il pretesto per lotte di potere tra i nobili: i duchi di Guisa, capi della fazione cattolica, e i duchi di Borbone, capi della fazione ugonotta, si scontrarono durante gli ultimi 4 decenni del ‘500 coinvolgendo l’intera popolazione francese. Il vero obiettivo era la conquista del trono, su cui nella seconda metà del Cinquecento si succedettero numerosi sovrani.

Lo stemma dei duchi di Guisa (a sinistra) e dei duchi di Borbone

Nel 1559 morì in un incidente durante un torneo il re Enrico II, della dinastia dei Valois. La moglie, la regine di origine toscana Caterina de’ Medici, assunse la reggenza dapprima per il figlio quindicenne Francesco II, quindi, alla morte di questo dopo un solo anno, per l’altro figlio undicenne Carlo IX. Poiché su quest’ultimo esercitava una forte influenza l’ammiraglio Gaspard de Coligny, un calvinista favorevole alla riconciliazione tra cattolici e ugonotti, Caterina de’ Medici, d’accordo con i Guisa, decise di toglierlo di mezzo.

Caterina de’ Medici

Tuttavia nell’attentato Coligny rimase solo ferito e, affinché non fosse scoperta la responsabilità della regina, costei decise di far uccidere tutti i capi protestanti, che si erano riuniti a Parigi per le nozze tra Margherita di Valois, figlia della regina, e Enrico di Navarra, della dinastia dei Borbone e capo politico degli ugonotti. Ne conseguì, però, un massacro di dimensioni molto superiori a quelle previste dalla regina: le milizie di Parigi, composte da bande di fanatici che avevano in odio gli ugonotti, nella notte tra il 23 e il 24 agosto 1572 (notte di San Bartolomeo) uccisero circa ventimila calvinisti, sorprendendoli nel sonno e massacrandoli nelle case e per le strade, senza differenza tra uomini, donne e bambini.

Il massacro della notte di San Bartolomeo in un dipinto di François Dubois del 1575

Enrico di Navarra sfuggì al massacro; nel 1574 morì Carlo IX e nel 1589 venne assassinato il suo successore Enrico III, che non aveva eredi. Enrico di Navarra si trovò così ad essere l’erede al trono, sebbene non fosse ben accetto dalla parte cattolica dei potenti di Francia; venne incoronato re solo nel 1593, dopo aver solennemente abiurato al protestantesimo (cosa che egli fece per ben sei volte, sempre a seconda delle convenienze) e in quell’occasione sembra che abbia detto la celebre frase: «Parigi val bene una messa».

Enrico IV abbraccia la religione cattolica, tela monocroma di Ludovico Buti

Enrico di Navarra come re di Francia prese il nome di Enrico IV e fu il capostipite della dinastia dei Borbone di Francia.
Si deve a lui la firma nel 1598 dell’editto di Nantes, che pose fine alle guerre di religione in Francia. L’editto non garantiva l’effettiva parità tra cattolici e calvinisti, in quanto la religione romana, praticata a corte, era considerata comunque quella ufficiale, mentre il calvinismo era solamente tollerato. Però il pluralismo religioso venne ammesso su buona parte del territorio francese, eccetto Parigi e le città murate: gli ugonotti ottennero il controllo di un centinaio di piazzeforti e si videro riconosciuti (come gli altri sudditi) il diritto di accedere all’istruzione, di usufruire della pubblica assistenza, di esercitare liberamente qualsiasi professione e di avere incarichi pubblici, purché si mostrassero leali e meritevoli.

Una pagina dell’editto di Nantes

Le guerre di religione in Francia, oltre ai morti, ebbero almeno due conseguenze importanti. Da una parte l’indebolimento della corona, a favore sia di Stati stranieri che intervennero pesantemente nelle faccende francesi (in particolare Inghilterra, Spagna, Germania e Svizzera), sia dei grandi signori francesi animati da un forte desiderio di indipendenza.
Dall’altra un fortissimo indebitamento della Francia, che fu costretta a ricorrere a prestiti inglesi, tedeschi e svizzeri. Solo dopo l’editto di Nantes la situazione cominciò a migliorare.

Parigi assediata durante le guerre di religione
(miniatura del XVI secolo dalle Memorie di P. de Commynes)

L’INTOLLERANZA CONTRO GLI ERETICI

Protestanti e cattolici, nel loro furore morale e nel reciproco timore di essere sopraffatti, si scagliarono anche contro chi, pur essendo della stessa confessione, manifestava pensieri e comportamenti difformi da quella che era considerata la norma, cioè coloro che erano considerati eretici.
Ne fecero le spese persino alcuni cardinali che durante il Concilio di Trento avevano sostenuto apertamente idee come quelle di Erasmo da Rotterdam: costui era un umanista olandese, che i riformatori luterani avevano in parte considerato un loro ispiratore, sebbene egli non sostenesse mai la loro riforma. Nel 1511 aveva pubblicato un libro, intitolato Elogio della Follia, nel quale affermava che le azioni degli uomini, in particolare di re, principi e papi, erano ispirate dalla Follia e li esortava, soprattutto gli uomini di Chiesa, a rinnovarsi, liberandosi di superstizioni, ipocrisie, rituali privi di significato per ritornare alla tolleranza, alla carità, all’amore, cioè al genuino messaggio di Cristo.

Ritratto di Erasmo da Rotterdam di Quentyn Metsys (1517) e un disegno di Hans Holbein il giovane per la prima edizione dell’Elogio della Follia (1515)

Eretico fu giudicato anche il filosofo e letterato Giordano Bruno, un domenicano autore di libri di argomento scientifico, magico e religioso, nonché di una commedia. Egli continuò ad essere accusato di eresia dai Domenicani, anche dopo aver abbandonato l’ordine e aver soggiornato a lungo a Parigi, in Germania, a Venezia. Il Sant’Uffizio riuscì sempre a raggiungerlo, a farlo cacciare dai paesi che lo ospitavano e infine, dopo numerosi processi, lo fece bruciare sul rogo il 17 febbraio 1600 sulla piazza di Campo dei Fiori a Roma, che ricorda ancora con un monumento questo martire di un’epoca intollerante.

Statua a Giordano Bruno in Campo dei Fiori a Roma

LA STREGONERIA

Particolarmente numerose furono le vittime tra coloro che erano considerati appartenenti al mondo della stregoneria. Si trattava di uomini e soprattutto di donne che si credeva dotati di poteri magici, con i quali sapevano guarire persone e animali, ma anche provocare malattie, prevedere il futuro, assicurare ricchezze.
Si trattava in realtà di credenze pagane, retaggio di idee maturate addirittura nel mondo classico. Nel XIII secolo il teologo domenicano Tommaso d’Aquino aveva detto che streghe e stregoni avevano ricevuto il loro potere dal diavolo in persona, con cui si incontravano durante i sabba (o tregende). Il sabba delle streghe venne descritto per la prima volta nel 1250 dall’inquisitore domenicano Stefano di Borbone, secondo cui esso era un raduno notturno di adoratori del demonio, che avveniva in determinati giorni e luoghi, di solito dove anticamente si celebravano riti pagani, durante i quali i partecipanti abiuravano la fede cristiana, si abbandonavano a danze sfrenate, a banchetti a base di carne umana e ad atti sessuali con Satana, rappresentato di solito sotto forma di caprone.

Un sabba in un’illustrazione di inizio ‘600 di Francesco Maria Guaccio, dal libro “Compendium Maleficarum”

Le persone sospettate di appartenere alla stregoneria, spesso senza prove, venivano torturate, costrette a confessare e infine condannate a morire sul rogo; persecuzioni e processi erano organizzati non solo da inquisitori ecclesiastici, ma anche da magistrati laici.
In tutta Europa, in quella cattolica e ancor più in quella protestante, migliaia di persone, soprattutto donne, finirono sul rogo, in particolare tra il 1434 e il 1447 e, soprattutto, tra il 1580 e il 1650. non mancarono voci in aperto dissenso con le persecuzioni, come quella di Johannes Wierus, che nel 1563 negava l’esistenza delle streghe, ritenendo che fossero delle minorate mentali, in preda a folli, quanto incolpevoli, deliri. Ciò nonostante solo verso la fine del Seicento il delitto di stregoneria venne cancellato dalla maggior parte dei codici europei.

Una condanna al rogo, illustrazione del 1485

L’INTOLLERANZA CONTRO EBREI E MUSULMANI

L’intolleranza, all’inizio dell’Età Moderna, si estese anche contro i seguaci di altre religioni.
Gli ebrei, che venivano accusati dei crimini più infami, spesso erano attaccati e uccisi da gruppi di fanatici. Molti furono costretti a convertirsi e diversi re europei decisero di espellerli dai loro stati (la Spagna lo fece nel 1494, il Portogallo nel 1497, il Regno di Napoli nel 1539). Gli ebrei si diressero nell’Italia centro-settentrionale, nell’Europa orientale, in particolare in Polonia, e nei paesi musulmani dell’Africa e dell’Asia. In altri stati essi furono costretti a risiedere nei ghetti, quartieri riservati a loro, come accadde a Venezia nel 1516 e a Roma nel 1555. La parola ghetto ha origine proprio dal quartiere ebraico di Venezia.

Veduta sul ghetto di Venezia

Anche i musulmani di Spagna (detti moriscos) subirono una conversione forzata e vennero posti sotto il controllo dell’Inquisizione; chi non voleva convertirsi, doveva abbandonare il paese. In seguito furono accusati di eresia e definitivamente scacciati dalla Spagna, senza neppure poter portare con sé i propri beni (1609-1611).

Imbarco di moriscos nel porto di Vinaros di Pere Oromig y Francisco Peralta (1613)