venerdì 30 giugno 2017

96 L'Italia del secondo dopoguerra


Dopo la liberazione di Roma dall’occupazione nazista (giugno 1944) l’Italia, ancora monarchica, aveva già annunciato le elezioni a guerra finita di un’assemblea costituente, incaricata di elaborare una nuova carta costituzionale; ciò era la premessa della creazione, dopo vent’anni di dittatura fascista, di uno Stato democratico, formato da tutte le diverse forze politiche operanti in Italia. Il compito era gravoso e la creazione di un sistema democratico era tutta da inventare, significativo era stato già nell’aprile 1944 un discorso di Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista, che è passato alla storia come «la svolta di Salerno» e che auspicava la collaborazione dei comunisti a un governo di coalizione con tutte le forze democratiche.
Il primo governo italiano dopo la guerra nacque il 21 giugno 1945, sulla base appunto di un accordo che includeva i comunisti, i socialisti, i democristiani, i liberali, gli azionisti e i democratici del lavoro, ossia i vari partiti riformatisi dopo il fascismo; venne detto “governo di unità nazionale” ed era guidato da uno dei capi della Resistenza antifascista, Ferruccio Parri, del Partito d’Azione. Durò poco, per una serie di motivi tra cui le difficoltà economiche di un paese in cui la maggioranza degli abitanti non aveva se non lo stretto necessario per la sopravvivenza e a volte neanche quello.

Palmiro Togliatti (a sinistra) e Ferruccio Parri

Il 10 dicembre 1945 Parri venne sostituito da Alcide De Gasperi, leader della Democrazia Cristiana (DC), un nuovo partito popolare di impronta cattolica, dopo quello che era stato sciolto dal fascismo nel 1926. De Gasperi ottenne il consenso dei ceti intermedi rurali e urbani, timorosi di cambiamenti radicali nelle istituzioni e impauriti dai partiti di massa di sinistra (socialisti e comunisti).
Il governo De Gasperi stabilì le elezioni per una Assemblea Costituente e per un referendum che permettesse agli italiani di scegliere se continuare a vivere in una monarchia, o se passare a una repubblica. Così il 2 giugno 1946 si tennero per la prima volta dopo vent’anni di dittatura fascista delle libere votazioni, le prime a suffragio realmente universale: per la prima volta anche le donne poterono esercitare il diritto di voto.

La scheda su cui gli italiani votarono il referendum del 2 giugno 1946

Gli italiani scelsero la Repubblica (12.717.923 voti contro 10.719.284), ma non ovunque allo stesso modo: il Centro e il Nord, dove il livello di istruzione era più alto e la Resistenza si era sviluppata di più, votarono per la repubblica, il sud per la monarchia. Il re Vittorio Emanuele III, percependo l’ostilità della maggioranza degli italiani nei suoi confronti, nel maggio 1946 aveva abdicato in favore del figlio Umberto II, ma ciò non bastò a salvare la monarchia; gli italiani imputavano al re di essersi dissociato dal fascismo e dalla sua scelta di entrare in guerra troppo tardi e, in più, di avere dimostrato con la fuga dell’8 settembre 1943 una scarsa dignità.

Anna Iberti, una milanese di 24 anni, in una celebre foto di Federico Patellani scattata nel giugno 1946 per la vittoria della Repubblica nel referendum

All’interno dell’Assemblea Costituente ottennero più voti tre partiti: la Democrazia Cristiana, che ebbe 207 seggi; i Socialisti (la cui sigla era PSIUP, Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria), con 115 seggi; il Partito Comunista Italiano (PCI), con 104 seggi. Vi era perciò un certo equilibrio tra lo schieramento di centro-destra (DC) e quello di sinistra (PSIUP e PCI). Accanto a questi partiti di massa erano presenti alcune forze minori che si richiamavano alla tradizione liberale.
Tra il 1946 e il 1947 l’Assemblea Costituente preparò la nuova Costituzione della Repubblica Italiana, che venne approvata nel dicembre 1947 ed entrò in vigore il 1° gennaio 1948.

Il primo Presidente della Repubblica Enrico De Nicola firma la Costituzione italiana il 27 dicembre 1947, alla presenza di Alcide De Gasperi (il primo a sinistra) e di Umberto Terracini (ultimo a destra)

La Costituzione nacque dall’accordo di tutte le forze politiche presenti nell’Assemblea Costituente: esse avevano posizioni molto diverse, ma gli articoli vennero quasi sempre approvati con il voto di una larga maggioranza.
Questo accordo fu possibile perché i diversi partiti, nonostante le loro differenze, avevano in comune l’esperienza della guerra, della Resistenza e dell’antifascismo: la Costituzione italiana perciò si ispirò agli ideali di libertà e di uguaglianza che il fascismo aveva sempre negato e la Resistenza aveva difeso.
La Costituzione stabiliva i diritti e i doveri dei cittadini, ristabilendo le libertà che erano state eliminate dal fascismo: la libertà personale, la libertà di opinione, di riunione e di associazione, le garanzie giudiziarie (relative al giudizio in tribunale).
La Costituzione fissava anche l’ordinamento dello Stato: l’Italia diveniva una repubblica parlamentare, in cui il Parlamento era al centro della vita politica. Infatti il presidente della Repubblica veniva eletto dal Parlamento e anche il governo doveva ottenere la fiducia del Parlamento.
La Costituzione istituiva anche una Corte Costituzionale, con il compito di eliminare le leggi, risalenti perlopiù all’epoca fascista, che non erano in accordo con la Costituzione.

Fascicolo originale della Costituzione Italiana con le firme di De Nicola, De Gasperi e Terracini

Fino al 1947 il governo fu formato dai rappresentanti di tutti i partiti antifascisti: continuarono ad esserci, perciò, una serie di “governi di unità nazionale”, che riunivano partiti dalle posizioni molto diverse, sia sui rapporti internazionali, sia sulle scelte economiche interne. E intanto la popolazione, in prevalenza contadina, continuava a fare i conti con le proprie difficoltà economiche ed esprimeva il proprio malcontento con forti tensioni sociali in varie parti d’Italia.
Ad esempio nell’aprile 1947 si tennero in Sicilia le elezioni regionali, che videro la vittoria della sinistra ma anche una buona affermazione di diverse liste di destra. Dieci giorni dopo, il 1° maggio, gli uomini della banda del bandito Salvatore Giuliano, per ordine della mafia siciliana e dei politici ad essa legati, spararono sui lavoratori che si recavano in corteo pacifico a Portella della Ginestra (una località vicina a Palermo), uccidendone undici e ferendone una trentina.

Il Memoriale della strage di Portella della Ginestra

I governi di unità nazionale erano malvisti dagli Stati Uniti, dalla Chiesa e da una parte consistente della popolazione, perché al suo interno vi erano le forze della sinistra. Nel 1947 Alcide De Gasperi riuscì a formare un governo di centro, che escludeva socialisti e comunisti.
Alle elezioni del 18 aprile 1948 vi fu una netta vittoria della Democrazia Cristiana (ottenne il 48% dei voti), appoggiata dagli Stati Uniti, che fornivano gli aiuti del Piano Marshall, e dalla Chiesa cattolica, che fece un’intensa opera di propaganda in tutte le parrocchie; per la prima volta dopo il ventennio fascista a queste elezioni si presentò anche un partito (il Movimento Sociale Italiano, MSI), che si richiamava apertamente al fascismo. Il parlamento che si formò in seguito alle elezioni del 1948 elesse come Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, al posto di Enrico De Nicola, che era stato capo provvisorio dello Stato all’indomani delle elezioni del 1946.

Manifesti e striscioni elettorali per le elezioni del 1948

Le elezioni del 1948 non eliminarono le tensioni sociali, che proseguirono il 14 luglio con l’attentato da parte di uno studente di destra a Palmiro Togliatti, ferito gravemente da alcuni colpi di rivoltella. Ciò nonostante da allora e per quasi vent’anni la Democrazia Cristiana governò da sola, o con alcuni partiti minori di centro-destra.
I governi democristiani non attuarono mai profonde riforme e rimase perciò forte lo squilibrio esistente tra le diverse regioni, in particolare tra l’Italia nord-occidentale, più industrializzata, e quella meridionale, in prevalenza agricola e molto povera. Inoltre molte norme della Costituzione non vennero attuate e l’Italia rimase uno Stato molto accentrato.

Togliatti portato in ospedale dopo l’attentato




martedì 27 giugno 2017

95 Il mondo dopo la Seconda guerra mondiale


La Seconda guerra mondiale, al prezzo di tremende distruzioni umane e materiali, diede origine a un nuovo “ordine mondiale”, che durò per circa mezzo secolo, fino al 1989-1991. Questo nuovo ordine si caratterizza per 3 aspetti fondamentali:
1- il venir meno della plurisecolare centralità europea negli equilibri mondiali;
2- l’emergere di due nuovi centri di potenza e di egemonia planetaria, gli USA e l’URSS, che furono alleati solo finché fu necessario combattere contro il comune nemico nazifascista;

Due manifesti della Coca Cola degli anni Quaranta-Cinquanta; l’Europa occidentale, legata agli USA, conobbe dopo la guerra un grande sviluppo economico e si americanizzò

3- la crisi e poi la dissoluzione dei grandi imperi coloniali europei (il fenomeno viene chiamato “decolonizzazione”), che fece emergere la complessa realtà di quello che venne chiamato “Terzo mondo” (la definizione venne coniata nel 1952 dall’economista francese Alfred Sauvy, per indicare tutti quei Paesi, soprattutto dell’America latina, dell’Africa, di parte dell’Asia e dell’Oceania, che erano accomunati da un passato di dipendenza coloniale, dall’arretratezza e dalla soggezione economica agli Stati industrializzati).
La definizione delle nuove frontiere fu faticosa: furono necessari lunghi negoziati (a Londra nel settembre 1945, a Mosca nel dicembre dello stesso anno, a Parigi nel luglio 1946), che avvennero in un clima di reciproci sospetti. Soltanto il 10 febbraio 1947 furono firmati i trattati che riguardavano gli Stati satelliti dell’Asse (Italia, Bulgaria, Romania, Finlandia), mentre per la Germania non si riuscì a trovare una soluzione diversa da quella dell’occupazione militare già sancita alla fine della guerra.
Mentre la Seconda guerra mondiale era ancora in corso (26 giugno 1945), i Paesi alleati (USA, Gran Bretagna, URSS e Cina) decisero di creare una Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), che avrebbe dovuto mantenere la pace nel mondo, evitando lo scoppio di altre guerre; inizialmente vi aderirono 49 Paesi.

La conferenza per la fondazione dell’ONU a San Francisco (26 giugno 1945)

All’interno dell’ONU le decisioni spettavano a due organismi: l’Assemblea generale, in cui ogni stato aveva un rappresentante con diritto di voto, e il Consiglio di sicurezza, che comprendeva quindici membri, dieci eletti a rotazione e cinque permanenti. I cinque membri permanenti erano i rappresentanti delle potenze vincitrici della guerra (USA, URSS, Gran Bretagna, Francia, Cina), che si attribuirono un diritto di veto: con il loro voto contrario potevano bloccare ogni decisione.
Il compito di mantenere la pace si rivelò molto difficile, perché ai diversi motivi di conflitto già presenti nel mondo, si aggiunse il contrasto tra le due grandi potenze: gli USA e l’URSS, i due Stati militarmente più forti, in grado di intervenire in tutti i continenti.

Nella Piazza Rossa di Mosca si festeggia la fine della guerra (maggio 1945)

I due Paesi non erano in realtà potenze di pari livello: l’Unione Sovietica aveva perso, oltre a 20 milioni di cittadini, il 40% delle proprie risorse industriali. Pressata dalla necessità di ricostruzione interna, le sue entrate nazionali erano meno del 30% di quelle statunitensi. Al contrario, gli USA erano usciti dal conflitto con tutte le proprie risorse economiche non solo intatte, ma anzi notevolmente cresciute: la loro produzione nel 1945 era il doppio di quella del 1939, il reddito nazionale complessivo era aumentato del 75%, i salari erano raddoppiati, gli impianti industriali erano stati rinnovati, la disoccupazione era pressoché scomparsa. La preoccupazione maggiore per gli Stati Uniti era quella di smerciare le eccedenze produttive accumulate durante la guerra: a chi venderle in un mondo impoverito ed estenuato dal conflitto?
I rapporti tra USA e URSS divennero ben presto pessimi, perché oltre alle profonde differenze economiche esistenti tra i due Stati, c’erano anche quelle politiche: l’URSS era uno Stato comunista, in cui l’iniziativa privata era proibita e ogni dissenso interno represso (ad esempio con la detenzione nei gulag siberiani); gli USA erano uno Stato democratico a economia mista, in cui l’iniziativa privata aveva pochissimi limiti.

Il gulag di Vorkuta: negli anni Quaranta e Cinquanta i gulag staliniani non furono soltanto luoghi di detenzione, ma fornirono manodopera coatta per la ricostruzione dell’URSS

Gli USA temevano un’espansione del comunismo nel mondo, che avrebbe minacciato gli interessi economici degli USA e rafforzato la posizione dell’URSS. L’URSS invece cercava di favorire la creazione di governi comunisti in altri Stati, per mettere fine al suo isolamento e indebolire gli USA. La profonda ostilità tra i due Stati, chiamata guerra fredda, non portò mai a una guerra mondiale, che avrebbe probabilmente distrutto gran parte dell’umanità, ma ad una serie di interventi economici e militari da parte delle due grandi potenze in tutti i continenti e a guerre locali, come quella di Corea.
La guerra fredda ebbe profonde conseguenze in Europa: tra il 1945 e il 1947 le scelte politiche dell’URSS e degli USA imposero una netta separazione tra l’Europa orientale, sotto controllo sovietico, e quella occidentale, legata agli USA. A causa di questa divisione, che il primo ministro britannico, Winston Churchill, chiamò “cortina di ferro” (1946), si formarono in Europa due blocchi contrapposti.
Nell’Europa orientale l’Unione Sovietica favorì la conquista del potere da parte dei partiti comunisti: si formarono così governi che non lasciavano nessuna libertà ai cittadini. Di fatto i Paesi dell’Europa orientale si trovarono a dipendere completamente dall’URSS.

Membri della Gioventù Comunista portano una gigantografia di Stalin nella sfilata del 1 maggio 1950 nel settore russo di Berlino

Anche nell’Europa occidentale vi era stata una forte espansione dei partiti comunisti, che erano spesso stati i più attivi nella Resistenza, ed essi entrarono nel governo di molti Paesi (Francia, Italia, Belgio, ecc.). Gli USA però esercitarono una forte pressione sui governi dell’Europa occidentale, affinché i comunisti venissero esclusi dal governo e questo avvenne in diversi Stati europei nella primavera del 1947.

La ricostruzione di Berlino Ovest nella seconda metà degli anni Quaranta avvenne con l’aiuto americano del Piano Marshall (foto del 1949)

Gli Stati Uniti trovarono un alleato prezioso in questa operazione politica nel Piano Marshall. In un’Europa che doveva affrontare il problema della ripresa economica e della ricostruzione materiale (cosa che fece in modi diversi – per esempio con il «cambio della moneta», che comportò la consegna obbligatoria di tutte le banconote di vecchio tipo in cambio di una somma massima, come avvenne in Belgio; oppure, per fare un altro esempio, con le nazionalizzazioni avvenute in Gran Bretagna riguardanti la Banca d’Inghilterra, l’aviazione civile, le società minerarie, la siderurgia, l’elettricità, il gas, i trasporti, le comunicazioni), gli USA avevano deciso già alla fine del 1943 di distribuire aiuti alla popolazione civile degli Stati alleati, con la costituzione dell’UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration). Questi aiuti vennero poi estesi alle popolazioni degli Stati ex-nemici e nel giugno 1947 l’UNRRA venne sostituita dal Piano Marshall, così chiamato dal nome del generale George C. Marshall che in quell’anno era stato nominato Segretario di Stato americano. Attraverso tutta una serie di Atti e di Organismi gli USA misero a disposizione dell’Europa 6 miliardi di dollari per quattro anni: tra il 1948 e il 1952 i Paesi europei ottennero oltre 13 miliardi di dollari, che permisero la ricostruzione in Europa ed estesero l’influenza politica degli USA.

Il logo del Piano Marshall e una foto del generale George C. Marshall

La guerra fredda portò alla formazione di due alleanze (o blocchi) militari contrapposte: gli Stati Uniti e molti Stati dell’Europa occidentale (tra cui Italia, Francia, Regno Unito) costituirono la NATO (North Atlantic Treaty Organization: Organizzazione del patto del Nord Atlantico, 1949); qualche anno dopo l’URSS e i Paesi comunisti dell’Europa orientale, Jugoslavia e Albania escluse, diedero vita a un’organizzazione opposta, il Patto di Varsavia (1955).

Il presidente statunitense Harry Truman firma il patto nordatlantico creando la NATO (4 aprile 1949)

In questo periodo le due grandi potenze investirono moltissimo nella ricerca di nuove armi: circa il 25% della spesa mondiale in ricerca e sviluppo venne assorbito dal settore militare. Vennero realizzate armi sempre più distruttive: ad esempio le bombe all’idrogeno, inventate nel 1952, erano circa mille volte più potenti della bomba di Hiroshima, che aveva provocato 100.000 morti.

Il fungo causato dall’esplosione della prima bomba all’idrogeno (1 novembre 1952) nell’atollo Enewetak (Isole Marshall)



venerdì 23 giugno 2017

94 Le conseguenze della Seconda guerra mondiale - Le foibe


Alba del 2 maggio 1945: il soldato russo Alexei Kovalyov issa la bandiera sovietica sul Reichstag a Berlino. La foto è divenuta il simbolo della fine della Seconda guerra mondiale

La situazione dell’Europa al termine della Seconda guerra mondiale, nell’estate del 1945, era tragica: le battaglie, i bombardamenti, gli stermini nei lager, le carestie, avevano provocato più di cinquanta milioni di morti. Il prezzo più pesante in termini di vite umane fu pagato dall’Unione Sovietica, con circa 20 milioni di vittime, di cui oltre 13 milioni soldati e 7 milioni civili; seguivano la Cina con oltre 10 milioni e la Polonia con 6 milioni (il 22% della popolazione, la percentuale più alta in assoluto). Germania e Giappone ebbero rispettivamente 5 e 1 milione e 800.000 morti, la Jugoslavia 1 milione e 700.000, la Francia 400.000, il Commonwealth britannico oltre 500.000, l’Italia circa 300.000, gli Stati Uniti poco meno di 300.000 (solo militari).
La popolazione viveva in condizioni di miseria: milioni di persone non avevano più una casa; moltissime fabbriche erano state distrutte e mancava il lavoro; le vie di comunicazione erano interrotte. I sopravvissuti spesso soffrivano la fame: nell’inverno del 1945-1946, e in Germania anche negli anni seguenti, si moriva di fame.

Berlino 1945: rifugiati tra le rovine del settore sovietico (foto di Robert Capa)

Le condizioni di pace furono stabilite dalle potenze vincitrici: gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica, e, in misura molto minore, l’Inghilterra e la Francia.
Si ebbero molti cambiamenti di confine nell’Europa orientale, dove l’Unione Sovietica recuperò quasi tutti i territori persi al termine della Prima guerra mondiale, comprese le repubbliche baltiche. La Germania perse tutti i suoi territori orientali, che passarono alla Polonia.
La Germania e l’Austria, come pure le loro capitali (Berlino e Vienna), furono divise in zone d’occupazione, assegnate a Stati Uniti, Unione Sovietica, Inghilterra e più tardi Francia: solo nel 1955 ebbe termine ogni forma di occupazione.
I cambiamenti di confine furono accompagnati da grandi spostamenti di popolazione. Molti cittadini tedeschi dell’Europa orientale fuggirono all’arrivo dell’esercito sovietico, temendo rappresaglie per le stragi che l’esercito tedesco aveva effettuato in Russia. Dopo la guerra, i tedeschi presenti in tutte le zone cedute alla Polonia e alla Russia furono espulsi: in dieci milioni furono costretti a lasciare le loro case, senza poter portare con sé quasi nulla. Molti morirono durante il viaggio o al loro arrivo in Germania. I territori lasciati dai tedeschi furono popolati da russi e polacchi: questi ultimi avevano a loro volta abbandonato i territori passati all’Unione Sovietica. Al termine di questi spostamenti oltre venticinque milioni di persone avevano lasciato le loro terre.

Rifugiati tedeschi assalgono un treno che lascia Berlino dopo la Seconda guerra mondiale

L’Italia, oltre a dover cedere alla Francia piccole aree di confine, perse vasti territori che vennero ceduti alla Jugoslavia: tutta l’Istria (compresa la costa, abitata in prevalenza da italiani), Fiume e Zara, entrambe città italiane, e buona parte della Venezia Giulia, abitata da sloveni.
In Istria durante la guerra vi erano state diverse violenze, sia da parte di fascisti e tedeschi, sia dal movimento di liberazione jugoslavo. Nel settembre del 1943, in seguito alla caduta del governo fascista, il movimento di liberazione jugoslavo, comunista, prese il potere in Istria e tra il settembre e l’ottobre diverse centinaia di persone, forse 500-700, furono uccise. Successivamente i reparti tedeschi riportarono la regione sotto il loro controllo, con una serie di azioni di rastrellamento e bombardamenti, che causarono molte migliaia di morti.

Miliziani ustascia, collaborazionisti degli occupanti italiani e tedeschi, in posa sui cadaveri di partigiani jugoslavi appena uccisi (foto del 1943)

Nel maggio 1945, al termine della guerra, il movimento di liberazione jugoslavo prese nuovamente il potere nella Venezia Giulia e vi furono nuove violenze e processi sommari, come nelle altre regioni dell’Italia settentrionale, da poco liberate. Furono arrestate molte migliaia di persone, alcune delle quali vennero uccise immediatamente, spesso senza processo, altre vennero incarcerate o deportate nei campi di concentramento sloveni, come il campo di Borovnica, dove le condizioni di vita non erano migliori di quelle dei lager tedeschi. In questo secondo periodo, tra maggio e giugno del 1945, le vittime furono molto più numerose, probabilmente 4 o 5.000.
Alcune delle vittime, una minoranza, furono gettate nelle grandi cavità sotterranee presenti in tutta la regione, le foibe: le foibe sono ancora oggi il simbolo dei massacri compiuti nella regione al termine della guerra.

Si recuperano cadaveri in fondo a una foiba

Vittime di queste due ondate di violenza e in particolare della seconda non furono soltanto i fascisti e i collaboratori del fascismo. I partigiani jugoslavi colpirono soprattutto coloro che avrebbero potuto opporsi all’instaurazione di uno Stato comunista e all’unione della Jugoslavia: furono perciò uccisi i membri del CLN di Trieste e Gorizia, perché per i comunisti sloveni l’intera Resistenza italiana non comunista costituiva un ostacolo alla realizzazione di uno Stato comunista. Le vittime furono soprattutto italiani, perché coloro che volevano mantenere la regione unita all’Italia erano considerati nemici da eliminare, ma anche numerosi croati e sloveni anticomunisti furono eliminati in quei giorni.
Questi episodi di violenza spinsero molti italiani a fuggire, per paura di venire uccisi; quelli che rimasero nei territori passati alla Jugoslavia subirono minacce e intimidazioni di ogni tipo e ben presto divenne evidente che le loro condizioni di vita sarebbero state molto difficili, perché il governo jugoslavo voleva cancellare la presenza italiana, a lungo dominante nell’area sia economicamente, sia culturalmente. Poiché il trattato di pace prevedeva la possibilità di emigrare in Italia, moltissimi decisero di andarsene: di fatto l’esodo cancellò quasi completamente la comunità italiana in Istria, presente da secoli.

Dislocazione delle principali foibe nella regione che costituiva un’area sotto controllo tedesco, chiamata Litorale Adriatico (i confini sono quelli del 1945)

La Seconda guerra mondiale portò a una profonda divisione dell’Europa, stabilita già prima della fine della guerra, con la conferenza di Jalta, sul Mar Nero (febbraio 1945), tra Stalin, Churchill e Roosevelt. Si decise che Germania e Austria sarebbero state sottoposte a zone d’influenza diverse e lo stesso sarebbe stato fatto per l’intera Europa: infatti, al termine della guerra, l’Europa orientale, liberata dall’esercito sovietico, passò sotto il controllo dell’URSS; quella occidentale, liberata dagli eserciti alleati, passò sotto l’influenza degli USA.
A Jalta si prese una decisione analoga per la Corea, che venne divisa in due zone sotto il controllo dell’URSS e degli USA.

I «tre grandi» alla conferenza di Jalta; da sinistra, Churchill, Rossevelt e Stalin

Se a Jalta, spinti dall’obiettivo di mettere fine alla guerra, i «tre grandi» riuscirono a concludere importanti accordi internazionali, finita la guerra e morto Roosevelt, che fungeva da mediatore delle istanze alleate, emersero rapidamente i contrasti tra USA, URSS e Gran Bretagna. Nella conferenza di Potsdam (estate 1945) si decise che la Germania venisse divisa in due Stati diversi: così la Germania occidentale divenne nel 1949 la Repubblica Federale Tedesca (RFT), legata agli USA; la Germania orientale divenne la Repubblica Democratica Tedesca (RDT), controllata dall’URSS. Erano le premesse per l’avvio della guerra fredda.

Cartine con le divisioni a cui fu sottomessa la Germania

Un altro fatto importante che accadde al termine della guerra fu l’istituzione di un tribunale internazionale per punire i criminali di guerra tedeschi. La decisione venne presa a Londra l’8 agosto 1945 e portò ai processi di Norimberga: in questa città, scelta perché teatro delle grandi adunate nazionalsocialiste e perché qui vennero emanate le leggi razziali del 1935, fra l’autunno 1945 e l’autunno 1946 si riunì una corte composta da giudici militari dei Paesi alleati (compresa la Francia), che giudicò i maggiori esponenti e le organizzazioni del regime nazista.

I giudici e la corte del tribunale internazionale alleato che giudicò i criminali di guerra nazisti a Norimberga

Fu giudicata di per sé criminale e punibile l’appartenenza alla direzione del partito, alla Gestapo, al servizio di sicurezza e alle SS; i capi d’accusa furono la cospirazione e i crimini contro la pace (ossia «lo scatenamento o il perseguimento di una guerra di aggressione o in violazione dei trattati»), i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità (ossia «l’uccisione, lo sterminio, la riduzione in schiavitù, la deportazione o ogni altro atto disumano commesso contro qualsiasi popolazione civile prima o durante la guerra», comprese le persecuzioni per motivi razziali, religiosi o politici). I processi di Norimberga portarono alla condanna per impiccagione di 12 imputati (fra cui Göring che morì suicida prima di salire sul patibolo), all’ergastolo per altri tre, a pene detentive per altri ancora e al proscioglimento per altri.
Al più celebre dibattimento contro i capi nazisti, seguirono altri dodici processi condotti dagli USA contro alcuni responsabili di crimini nazisti, che si conclusero solo nel 1949. I processi di Norimberga suscitarono numerose polemiche per le scelte giuridiche che vi vennero prese. Tant’è che molti dei criminali nazisti in seguito giudicati in Germania o all’estero vennero poi assolti o i loro reati caddero in prescrizione (cioè furono considerati non più giudicabili). Con l’inizio della guerra fredda gli stessi alleati favorirono un certo “oblio” degli eventi bellici e non vennero più istituiti tribunali internazionali per giudicare quanto era accaduto durante la Seconda guerra mondiale.

Alcuni imputati ai processi di Norimberga






giovedì 25 maggio 2017

93 La conclusione della Seconda guerra mondiale


A partire dal 1942 gli alleati anglo-americani e i russi incominciarono ad avanzare e ad infliggere le prime grandi sconfitte ai Paesi dell’Asse (Germania, Italia e Giappone).
Nel giugno 1942 i nazisti avevano cominciato una grande offensiva contro l’URSS, in direzione del Don e del Volga meridionali, del Caucaso e del mar Caspio: si trattava di territori importanti strategicamente, per le risorse petrolifere caucasiche e perché il corridoio tra i due fiumi costituiva il centro del sistema difensivo di Mosca. In poche settimane l’avanzata tedesca fu inarrestabile e i russi dovettero ripiegare al di là del Don, ma da quel momento le cose cambiarono: alle falde del Caucaso l’attacco tedesco si arrestò e l’epicentro della battaglia si spostò più a nord, intorno alla citta di Stalingrado.

Soldati sovietici combattono tra le macerie di Stalingrado (1942)

I combattimenti nella città iniziarono nel luglio del 1942, si trasformarono in un gigantesco assedio e si protrassero fino al febbraio del 1943: la battaglia che si scatenò a Stalingrado fu feroce e sanguinosa, combattuta all’interno dei quartieri cittadini, casa per casa, fabbrica per fabbrica. A fine novembre i tedeschi divennero da assedianti a assediati, mentre sul fronte del Don l’armata italiana subì lo sfondamento sovietico e iniziò una tragica ritirata a piedi per 800 chilometri nella neve. Nel marzo 1943 anche le truppe tedesche sul Caucaso furono costrette alla ritirata: da questo momento in poi la guerra in Russia fu a senso unico, con le truppe dell’Asse in ritirata e quelle sovietiche a incalzarle, fino alla resa definitiva a Berlino nel 1945.

I soldati italiani dell’ARMIR in ritirata nella steppa innevata, dopo lo sfondamento sovietico sul fronte del Don (inverno 1942-1943)

Nel secondo semestre del 1942 le sorti della guerra si rovesciarono anche sul fronte dell’Africa settentrionale: anche qui a un iniziale successo tedesco (fino alla conquista di Tobruch, in Libia, che era colonia italiana), seguì l’arresto a el-Alamein, dove lo scontro tra alleati e forze dell’Asse avvenne secondo modelli della Prima guerra mondiale, con trincee e camminamenti costruiti nella sabbia e scontri “all’antica” (bombardamenti dell’artiglieria, avanzata della fanteria, terribili mischie in trincea, combattimenti all’arma bianca).

Automezzi britannici avanzano a el-Alamein sotto il bombardamento dell’artiglieria italo-tedesca (giugno-luglio 1942)

Nel novembre 1942 scattò l’operazione Torch, con lo sbarco sulle coste marocchine e algerine degli alleati: era il primo intervento diretto delle forze americane nello scenario mediterraneo. Mentre i tedeschi occupavano i territori francesi in Tunisia, un ammiraglio della Repubblica di Vichy firmava l’armistizio con gli alleati, abbandonando così i tedeschi. Solo la flotta francese non accettò l’armistizio e si autoaffondò nella baia di Tolone, in modo da negare le proprie navi sia ai nazisti sia agli alleati.
Nella difesa della Tunisia gli Italo-Tedeschi decisero di profondere tutte le loro ultime risorse di mezzi e di uomini: 250.000 soldati si trovarono rovesciati sulle coste tunisine, costretti a combattere senza via d’uscita con il mare alle spalle. La battaglia infuriò dal marzo al maggio 1943; la capitolazione finale metteva fine alla presenza dell’Asse in Africa e spalancava agli alleati le porte della Sicilia e dell’Italia.

Prigionieri italiani nel deserto tunisino (marzo 1943)

Intanto in Asia si ripetevano operazioni simili a quelle europee: il Giappone aveva occupato isola su isola fino a quella di Guadalcanal (nelle Isole Salomone), dove era sbarcato nel luglio 1942. Dopo due grandi battaglie aereo-navali (quella del mar dei Coralli e quella delle isole Midway), fu proprio a Guadalcanal che si combatté una lunga battaglia (dall’agosto 1942 al febbraio 1943), che segnò la fine delle conquiste nipponiche e l’inizio della vittoria statunitense.

Carri armati americani a Guadalcanal (agosto 1942)

Lo sbarco degli anglo-americani in Sicilia avvenne il 10 luglio 1943: cominciò così l’occupazione dell’Italia.

10 luglio 1943: gli alleati sbarcano in Sicilia

Il 25 luglio 1943 il Gran Consiglio del fascismo decise di mettere fine al governo di Mussolini, che il re fece arrestare; capo del governo fu nominato il maresciallo Badoglio.
Il governo avviò trattative segrete tra l’Italia e gli alleati e firmò un armistizio (a Cassibile, il 3 settembre), secondo cui l’Italia sarebbe entrata in guerra contro la Germania e i soldati italiani avrebbero dovuto combattere contro i tedeschi. Ciò sarebbe stato possibile solo se l’azione fosse stata preparata con cura, ma l’annuncio dell’armistizio (8 settembre 1943) colse di sorpresa le truppe italiane, che furono facilmente disarmate dai tedeschi.

La firma dell’armistizio di Cassibile: in primo piano il commodoro Dick seduto al tavolo mentre procede alle operazioni sotto lo sguardo del generale Castellano in abito scuro

Mentre il re e il governo fuggivano da Roma, rifugiandosi a Brindisi nei territori sotto il controllo degli alleati, molti soldati, convinti che la guerra fosse finita, lasciarono le caserme per ritornare a casa. Quelli che vennero catturati dai tedeschi, furono fucilati o inviati in Germania in campi di prigionia (650.000 militari, di cui 35.000 morirono).
I reparti che opposero resistenza furono massacrati dai tedeschi: a Cefalonia, in Grecia, i tedeschi uccisero 5.000 soldati italiani, catturati dopo una resistenza di sette giorni. Altri massacri avvennero a Corfù e in altre isole greche.

L’eccidio di Cefalonia

I tedeschi liberarono Mussolini e lo misero a capo della Repubblica Sociale Italiana (o Repubblica di Salò, perché il governo aveva sede in questa cittadina sul lago di Garda).
Dal settembre 1943 fino alla fine della guerra, l’Italia si trovò divisa in due zone: una, controllata dagli alleati, sotto il governo monarchico; l’altra, controllata dai tedeschi, con il governo fascista (indicato anche come repubblichino). Il confine tra le due zone si spostò continuamente verso nord, man mano che gli alleati avanzavano.
L’annuncio dell’armistizio e la nuova situazione che si creò dopo l’8 settembre favorirono l’organizzazione della resistenza italiana, sotto la guida del Comitato di Liberazione Nazionale centrale (CLN), di cui facevano parte i principali partiti di opposizione al fascismo.
Nell’Italia centrale e settentrionale si formarono bande partigiane, che giunsero a comprendere complessivamente circa 200.000 uomini: vi erano formazioni autonome e altre legate ai partiti, come le Brigate Garibaldi (Partito comunista) e le Brigate Giustizia e Libertà (Partito d’Azione). Mentre gli alleati risalivano lungo la penisola, liberando Roma (4 giugno 1944) e Firenze (6 agosto 1944), con la collaborazione dei partigiani, altre formazioni agivano nelle regioni sotto controllo tedesco e fascista, intervenendo sia in città sia soprattutto nelle zone di campagna.

Un carro armato alleato entra a Firenze nell’agosto 1944

La repressione tedesca fu spietata, come in tutta l’Europa: a Roma, ad esempio, dopo un attentato dei partigiani che provocò 33 morti tra i soldati tedeschi, vennero fucilati 335 italiani (eccidio delle Fosse Ardeatine, 24-25 marzo 1944). Nelle zone in cui operavano i partigiani, interi paesi vennero distrutti e centinaia di persone di ogni età assassinate. Da Boves (16 settembre 1943, 55 morti) a Marzabotto (29 settembre 1944, 1830 morti) le rappresaglie naziste provocarono una lunga serie di stragi.

Le fosse Ardeatine in cui morirono 335 italiani; per nascondere il massacro compiuto all’interno di una cava, i tedeschi minarono la zona dell’eccidio

Già nella primavera del 1944 quasi tutta la Russia era stata liberata, ma l’avanzata sovietica cominciava a preoccupare gli alleati (in particolare il primo ministro inglese Winston Churchill): l’essere uniti in una guerra definita «democratica e antifascista» non bastava a cancellare di colpo anni di ostilità ideologiche e di rivalità geopolitiche, tra l’URSS e gli anglo-americani. Churchill, Roosevelt e Stalin si erano comunque incontrati nel tardo autunno del 1943 (conferenza di Teheran) ed avevano convenuto che era irrevocabile l’apertura di un secondo fronte contro Hitler.

Alla conferenza di Teheran Stalin, Roosevelt e Churchill decisero di dare il via allo sbarco in Normandia

Iniziò così l’operazione Overlord, ossia lo sbarco anglo-statunitense nella coste della Normandia, quanto più possibile vicini ai confini nazionali della Germania. Lo sbarco avvenne nella notte tra il 5 e il 6 giugno 1944, con il dispiegamento da parte degli USA di una potenza notevole: tre milioni di uomini, 1.200 navi da guerra, 6.500 mezzi anfibi, 13.000 aerei. Un mese dopo già un milione e mezzo di uomini aveva occupato la Normandia e aveva scoperto che il «vallo atlantico» (la linea difensiva tedesca a difesa del proprio territorio) era poco più che un espediente propagandistico, aggirato tra l’altro dalle audaci incursioni di truppe paracadutate.

Truppe alleate poco prima dello sbarco a Omaha Beach

Nella foto dell’8 giugno 1944 gli alleati sono sbarcati in Normandia e hanno catturato alcuni soldati tedeschi

Il 15 agosto soldati al comando del generale De Gaulle erano sbarcati in Provenza, cominciando a risalire vittoriosamente la Francia meridionale ed entrando il 18 agosto nella stessa Parigi, insorta contro i tedeschi sotto la spinta dei partigiani francesi. In settembre gli alleati liberarono Bruxelles e Anversa ed entro la fine dell’anno la Francia e il Belgio furono quasi interamente liberati: sembrava l’inizio di una marcia inarrestabile, invece l’arrivo dell’inverno (l’ultimo della guerra) stabilizzò il fronte.
L’offensiva riprese nel 1945 su tutti i fronti. Su quello italiano gli alleati, che avevano raggiunto nell’autunno 1944 l’Appennino tosco-emiliano (la linea gotica, che univa Rimini a La Spezia), cominciarono in primavera l’occupazione dell’Italia settentrionale. Con loro combatterono anche truppe italiane reclutate nelle zone già liberate (Corpo italiano di liberazione, poi Gruppi di combattimento) e le brigate partigiane. A Milano, Torino e Genova l’insurrezione popolare costrinse i tedeschi alla fuga, prima dell’arrivo degli alleati, e il 25 aprile 1945 gran parte dell’Italia settentrionale era stata liberata. Mussolini, catturato dai partigiani mentre cercava di fuggire in Svizzera, venne fucilato (27-28 aprile): il suo corpo, assieme a quello dell’amante Claretta Petacci e di altri gerarchi fascisti, venne portato a Milano ed esposto in Piazzale Loreto, dove alcuni mesi prima erano stati uccisi 15 partigiani. La gente cominciò a radunarsi attorno al cadavere del duce e a prenderlo a calci, a sputi e una donna gli sparò contro 5 colpi di pistola; fu necessario sottrarre i corpi alla gente inferocita e si decise di appenderli per i piedi a una pensilina.

I cadaveri di Mussolini (secondo da sinistra), dell’amante Claretta Petacci e di altri gerarchi fascisti appesi per i piedi a Piazzale Loreto

In Germania, quando sembrava che la compattezza del regime stesse per sfaldarsi, Hitler decise la «mobilitazione totale»: mentre la propaganda gestita da Joseph Goebbels lanciava proclami illusori su «armi segrete» e «interventi divini», gli orari di lavoro furono intensificati al massimo e alla Wehrmacht affluirono reclute giovanissime (16 anni), impiegati pubblici, artisti, cantanti, tutto quello che alla Germania rimaneva in termini di uomini e mezzi.
Queste truppe raccogliticce e inesperte furono lanciate contro l’immensa forza d’urto alleata; riuscirono in uno sforzo disperato a resistere nelle Ardenne (dicembre 1944), poi le ultime riserve corazzate tedesche si esaurirono. Intanto le città tedesche erano sottoposte a spaventosi bombardamenti (a Dresda, nel febbraio 1945, si contarono più di 100.000 morti), che spezzarono definitivamente il morale della popolazione e dell’esercito.

Dresda dopo il bombardamento del 1945

Sul fronte orientale l’esercito sovietico riprese ad avanzare, avanzando in Polonia, in Ungheria e in Austria. Il 30 aprile 1945, mentre l’Armata rossa entrava a Berlino, Hitler si suicidò nel suo bunker; il 7 maggio la Germania si arrese «senza condizioni», come volevano alleati e russi; l’8 maggio, per la prima volta dopo anni, le armi tacquero in tutta Europa.

Churchill saluta la folla in strada a Londra nel giorno della vittoria e della fine della guerra con la Germania

La guerra continuava però nel Pacifico e in Asia. Gli americani avevano avviato nel 1944 una grande offensiva, sorretta dalla loro capacità di armarsi: basti pensare che in quell’anno gli USA produssero 96.000 aerei, contro i 21.000 del Giappone.
L’offensiva procedette «a balzi di montone», come si disse, cioè non attaccando tutte le isole in mano ai giapponesi, ma solo quelle strategicamente importanti. Nell’ottobre 1944 il Giappone, che come la Germania aveva deciso la «mobilitazione totale», impiegò per la prima volta i kamikaze, i piloti suicidi che piombavano con i loro aerei sulle navi nemiche, disposti a morire pur di distruggere gli obiettivi nemici. La disfatta nipponica durante l’assalto finale fu accompagnata anche da numerosi suicidi di generali e soldati, che credevano così di riscattarsi dalla sconfitta subita.

L’attacco di un kamikaze giapponese a una corazzata statunitense nell’aprile 1945 durante la battaglia di Okinawa

Dopo la conquista delle Filippine (febbraio 1945), gli USA puntarono contro l’arcipelago giapponese, alternando massicce incursioni aeree su molte città (il 9 marzo Tokyo subì il più terrificante bombardamento aereo di tutta la guerra) ad attacchi diretti in territorio nipponico (il primo avvenne nella piccola isola vulcanica di Iwo Jima, dove i soldati giapponesi si arresero dopo un mese di accaniti combattimenti).
L’attacco a Okinawa, l’ultimo baluardo difensivo del Giappone verso le coste cinesi, che provocò più di 100.000 morti tra i difensori e 7.000 tra gli americani, sembrò preludere alla capitolazione dello Stato asiatico; poiché essa non avveniva, il nuovo presidente degli USA, Harry Truman (Roosevelt era morto il 12 aprile 1945), decise di accelerare la fine del conflitto e stroncare la resistenza nipponica, sperimentando su due città giapponesi una nuova arma, un tipo di bomba che sfruttava la reazione atomica, ovvero gli effetti della disintegrazione dell’atomo di uranio.
Una prima bomba atomica fu sganciata sulla città giapponese di Hiroshima il 6 agosto 1945, provocando oltre 100.000 morti; una seconda bomba atomica colpì il 9 agosto Nagasaki e le vittime furono quasi 40.000.

Hiroshima dopo la bomba atomica

Le bombe atomiche indussero il governo giapponese alla resa (annunciata dall’imperatore Hirohito il 15 agosto e firmata il 2 settembre a bordo della corazzata statunitense Missouri), ma aprirono una nuova era: quella in cui le armi costruite dall’uomo sarebbero state in grado di distruggere la vita sul pianeta.

Un delegato giapponese firma l’atto di capitolazione del suo Paese a bordo della corazzata americana Missouri nella baia di Tokyo il 2 settembre 1945




sabato 13 maggio 2017

92 Dall'antisemitismo all'Olocausto


L’odio per gli ebrei fu una componente fondamentale della dottrina nazista e fu presente anche negli altri fascismi europei. L’antisemitismo, del resto, era un fenomeno antico.
Alla fine del XIX secolo in Francia al tradizionale antisemitismo cattolico, fondato sull’odio per il popolo “deicida” (in quanto aveva condannato a crocifissione Gesù Cristo), si erano aggiunti un antisemitismo socialista (contrario al capitalismo) e un antisemitismo apertamente razzista.
Nei territori imperiali austriaco e tedesco e nel mondo slavo (Impero russo compreso) la situazione non era molto diversa: all’antisemitismo cristiano di origine medievale e a quello razzista, si era aggiunta una forma di nazionalismo, nata nell’ultimo trentennio del XIX secolo, detta Völkisch, dal termine tedesco Volk, che significa non solo “popolo”, ma anche “nazione” e “stirpe”.

Manifesto per un movimento ideologico dello scrittore Ludwig Fahrenkrog (il Germanische Glaubens Gemeinschaft = Comunità di Fede Germanica) vicino al Völkisch: si noti il simbolo della svastica

Il movimento Völkisch era impregnato più di razzismo “spiritualista” (per cui un popolo è superiore a un altro per cultura, valori, visione del mondo), che di razzismo “biologicista” (che comunque c’era e distingueva da un punto di vista biologico tra singoli individui, popoli e persino sessi). Era inoltre un movimento che rigettava l’assimilazione, la mescolanza tra i popoli, anzi, che invitava a far di tutto per impedirla, e propugnava insieme l’antisemitismo, l’antislavismo e l’antifemminismo. Per questo movimento, che si accrebbe in seguito agli sconvolgimenti della Prima guerra mondiale, gli ebrei divennero i capri espiatori di tutte le difficoltà della Germania: per esso gli ebrei simboleggiavano la modernità, il capitalismo, l’espansione urbana, la distruzione della cultura e della società tradizionali.
Questo antisemitismo esercitò una notevole influenza in quei partiti politici di destra che si affermarono all’inizio del Novecento e di conseguenza su Hitler, che aderì a uno di tali partiti; Hitler vedeva negli ebrei il principio di ogni male, perché secondo lui avevano corrotto la purezza razziale dei tedeschi (gli “ariani”) e avevano distrutto la cultura germanica.

Hitler e altri capi del Partito nazionalsocialista a Monaco nel 1930

Quando Hitler salì al potere (1933), la Germania si trovò perciò guidata da un gruppo di politici fieramente antisemiti: già nel marzo del 1933 il governo nazista sosteneva il boicottaggio contro negozi, grandi magazzini, studi legali e altre attività economiche ebraiche. In aprile venne varata una legge che cacciò tutti i funzionari, gli impiegati e gli operai ebrei dalle istituzioni statali (ministeri, comuni, teatri pubblici, ospedali, farmacie comunali).
Era considerato ebreo chiunque dicesse di esserlo, o – in caso di non ammissione – chiunque avesse avuto almeno tre nonni di religione ebraica: secondo un censimento del 1933 le persone di religione ebraica erano lo 0,77% dell’intera popolazione.

Sfilata di miliziani delle SA per le vie di Berlino con cartelli che invitano al boicottaggio dei negozi e delle imprese degli ebrei (aprile 1933)

La propaganda antisemita dovette procedere per gradi, perché non voleva compromettere gli affari degli ariani e perché ci voleva tempo per istigare la maggioranza della popolazione tedesca contro la minoranza ebraica: vennero diffusi scritti antisemiti e venne preparata una speciale letteratura antisemita per i bambini delle scuole elementari.
Questi ed altri provvedimenti provocarono una fuga in massa soprattutto di coloro che esercitavano professioni da cui furono estromessi: presso le università, gli istituti superiori di studio e di ricerca, i teatri, gli ospedali, la stampa, l’editoria, gli ambiti giudiziari (magistrati, pubblici ministeri e avvocati).
Nel 1935 gli ebrei furono dichiarati «non degni di portare le armi» (cioè di lavorare nell’esercito) e poi si stabilì che tutti gli ebrei senza eccezione sarebbero stati considerati cittadini di seconda classe. A seguito di queste leggi vennero progressivamente emanate delle disposizioni, fino a quella del 1941 che privò completamente della cittadinanza gli ebrei tedeschi, relegati nei ghetti, deportati nei campi di annientamento e espropriati del loro patrimonio.

Le SS scortano una lunga fila di ebrei verso un campo di concentramento nel 1934 a Berlino

Nel frattempo l’antisemitismo si diffondeva nei territori conquistati dalla Germania: in Austria gli ebrei vennero vessati in tutti i modi e alcuni di essi furono deportati nel campo di concentramento di Dachau, per spingere gli altri a darsi alla fuga oltre confine.
In Germania vennero organizzati pogrom, come quello della «notte dei cristalli» (9-10 novembre 1938); 26.000 ebrei di sesso maschile vennero deportati in vari campi di concentramento, dove molti morirono in seguito a torture fisiche e psichiche, a malattie e alla mancanza di cure mediche adeguate. La maggioranza dei superstiti venne rilasciata dopo settimane o mesi di prigionia, in cambio dell’impegno scritto a espatriare immediatamente.

Vetrine infrante in seguito alla “notte dei cristalli”

Una serie di decreti antisemiti venne emanata nel tempo: negozi e aziende artigianali di proprietà o gestite da ebrei furono costretti a chiudere, e i loro proprietari, impiegati e operai perdettero il lavoro. Ai bambini ebrei fu vietato frequentare la scuola pubblica. Vennero limitati il diritto di spostarsi liberamente all’interno del territorio tedesco e quello di risiedere dove si voleva. Talvolta fu imposto agli ebrei di vendere le proprietà (negozi, aziende, beni immobili), talaltra fu vietata la vendita dei patrimoni personali (preziosi, gioielli, oggetti d’arte e così via). Venne loro proibito l’accesso ad alcune zone metropolitane (come strade e piazze del centro di Berlino) e venne loro inibito l’esercizio delle professioni di ostetrico, dentista, medico, veterinario, farmacista, terapista e infermiere.
Nel 1939 si adottarono misure per favorire l’emigrazione degli ebrei: i più giovani abbandonarono il territorio del Reich, mentre molti dei più anziani non accettarono di venir sradicati dalla Germania. Nel censimento di quell’anno gli ebrei (compresi quelli con un solo genitore ebreo) risultarono essere lo 0,35% della popolazione. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale in Germania vi erano ancora 190.000 ebrei: le possibilità di espatrio a quel punto furono estremamente esigue.

Ebrei imbarcati sul transatlantico MS St. Louis nel 1939, famoso proprio per aver portato in America 963 ebrei in fuga dalla Germania nazista

Con l’inizio della guerra le misure antisemite vennero rafforzate: agli ebrei fu imposto uno specifico coprifuoco, che impediva loro di uscire dalle abitazioni per una parte del giorno. Il razionamento alimentare metteva a loro disposizione generi in quantità minore rispetto alla popolazione ariana e alcune merci (come l’abbigliamento e i tessuti) furono loro interdette; quindi fu loro imposta la consegna degli apparecchi radio che possedevano.
Nel 1939 cominciarono anche le prime deportazioni dall’Austria e dalla Cecoslovacchia (territori annessi alla Germania) verso la Polonia occupata e da alcune regioni tedesche verso la Francia di Vichy.
L’occupazione polacca fece insorgere un nuovo problema, in quanto in Polonia vivevano 2-3 milioni di ebrei: si decise di rinchiuderli in ghetti nelle maggiori città, con l’intento poi di trasferirli ancora più a oriente, giacché Hitler considerava come imminente l’allargamento a est dei confini tedeschi. Tra il 1939 e il 1940 vennero istituiti in Polonia circa 400 ghetti: la ghettizzazione fu accompagnata da stragi e condotta con metodi brutali, che provocarono migliaia di morti, per mano delle cosiddette Einsatzgruppen (= gruppi operativi).

Nel ghetto di Varsavia si potevano verificare scene come questa: una persona crolla a terra per strada, vinta dalla denutrizione

Con l’inizio dell’operazione Barbarossa (l’invasione della Russia, giugno 1941) le Einsatzgruppen operarono massacri indiscriminati di ebrei, zingari, militanti comunisti e soldati russi fatti prigionieri, come quello di Babij Jar, in Ucraina, che costò la vita a 30.000 ebrei di Kiev.
Complessivamente le quattro Einsatzgruppen attive sul fronte orientale uccisero da 1 milione a 1,5 milioni di persone, in grande maggioranza ebrei. Inizialmente le vittime venivano fucilate in massa nei pressi di cave, miniere, fosse o gigantesche buche, spesso scavate dai prigionieri stessi. Ma l’eliminazione sistematica, in particolare di donne e bambini, ebbe conseguenze sullo stato di salute psichica dei carnefici: molti manifestarono segni di disagio, che si espressero attraverso la diffusione dell’alcolismo, disturbi psicosomatici e crolli psicologici. Perciò nell’agosto 1941 si decise di mettere a disposizione di questi “gruppi operativi” un nuovo metodo di sterminio, che era già stato sperimentato in Germania per la soppressione di malati mentali, malati incurabili, anziani ospedalizzati cronici, portatori di gravi handicap fisici o psichici: questo metodo consisteva in camere a gas mobili montate su autocarri, che utilizzavano i gas di scarico delle stesse vetture.

Un’esecuzione di ebrei da parte di una Einsatzgruppe in Ucraina nell’estate-autunno del 1941

L’occupazione dei territori russi da parte della Wehrmacht portò alla creazione di nuovi ghetti: a Minsk, a Kaunas (in Lituania), a Vilnius, a Riga. Molti dei ghetti creati nei territori sovietici ebbero vita breve e così avvenne con altri ghetti in Polonia, che furono sottoposti a durissimi rastrellamenti: centinaia di migliaia di ebrei vennero trasportati verso i campi di sterminio appositamente allestiti (Treblinka, Belzec, Sobibor, Majdanek). Era già cominciata l’era della «soluzione finale», il termine usato nel linguaggio burocratico del Terzo Reich per indicare lo sterminio di massa degli ebrei d’Europa.
Il 20 gennaio 1942 si tenne la conferenza di Wannsee, in cui il capo della polizia politica tedesca Reinhard Heydrich comunicò ai partecipanti di aver «ricevuto l’incarico di preparare la soluzione definitiva della questione ebraica»; tale conferenza non decise lo sterminio degli ebrei, ma lo coordinò e lo estese a quelle aree dell’Europa occidentale e meridionale che fino ad allora erano state risparmiate. In effetti lo sterminio ebraico era in atto già da mesi.

Un ritratto di Reinhard Heydrich, uno dei più potenti gerarchi nazisti; venne ucciso nel 1942 (pochi mesi dopo la Conferenza di Wannsee) da partigiani cecoslovacchi

Nell’ottobre 1941 era stata decisa la costruzione in territorio polacco di sei lager di nuovo tipo (Vernichtungslager, cioè campo di sterminio, o di annientamento), destinati all’eliminazione totale di masse enormi di esseri umani.
Sebbene le autorità naziste li chiamassero ancora “campi di concentramento”, la storiografia successiva ha preferito chiamarli “campi di sterminio”: la loro stessa architettura, che prevedeva spazi limitati per l’accoglienza dei deportati, rivelava la fine a cui era destinata la quasi totalità dei prigionieri.
Il 3 settembre 1941 nel campo di Auschwitz venne provata per la prima volta su 600 deportati, in gran parte prigionieri di guerra sovietici, l’efficacia dei cristalli di acido prussico (il famigerato Zyklon B) per la gassazione degli internati.
Numerosi campi di sterminio vennero costruiti in molti luoghi dell’Europa orientale e rimasero in attività fino al novembre del 1944, anche se in maggioranza vennero chiusi alla fine del 1943. Diversamente da quanto accadeva con i campi di concentramento, la cui esistenza era nota, anche per scoraggiare gli oppositori al regime nazista, per i campi di sterminio le autorità si sforzarono di mantenere la massima segretezza; ma la popolazione civile che risiedeva nei pressi di tali campi aveva sufficienti informazioni per comprendere quello che vi avveniva.

Deportati ebrei in un lager dell'est europeo (1942)

Lo scopo e il funzionamento dei campi di concentramento era in parte diverso da quello dei campi di annientamento. Al loro arrivo in alcuni dei campi di concentramento, i prigionieri subivano una prima selezione: solo gli uomini e le donne giovani e dall’aspetto sano (circa il 25% ad Auschwitz, il più noto dei lager) venivano inviati al lavoro. Gli altri, anziani, malati, bambini, venivano immediatamente eliminati nelle camere a gas.
Ai prigionieri che non venivano eliminati subito veniva tatuato sull’avambraccio un numero, che diventava il loro nuovo nome: durante gli appelli al mattino e alla sera, i prigionieri venivano chiamati con quel numero, naturalmente in tedesco, che i detenuti dovevano imparare in fretta per evitare maltrattamenti, se non rispondevano subito. Quindi gli internati venivano obbligati a diversi lavori da svolgere nel campo o nelle fabbriche vicine. Nel corso della guerra infatti le industrie tedesche, in particolare quelle belliche, avevano un bisogno crescente di manodopera, perché gli uomini validi erano in larga maggioranza al fronte. Perciò in tutti i lager i prigionieri erano costretti a lavorare come schiavi, con orari e ritmi massacranti e sotto il controllo ferreo delle SS o dei kapò, che erano dei prigionieri a cui si dava il controllo delle varie baracche: poiché venivano scelti tra coloro che più si dimostravano obbedienti e poiché il loro compito dava ad essi qualche privilegio in più rispetto agli altri prigionieri, i kapò spesso si comportavano ancor più crudelmente dei tedeschi con le persone rinchiuse nei lager.

Un kapo ebreo del lager di Salaspils (Lettonia)

Il lavoro nei lager costava pochissimo agli industriali (dovevano pagare solo una quota per prigioniero alle SS), che così traevano notevoli guadagni da quella manodopera sfruttata fino all’esaurimento delle forze: poi i prigionieri che non erano più in grado di lavorare, per le malattie e il deperimento, venivano eliminati nelle camere a gas e sostituiti con nuovi prigionieri. La vita media di un prigioniero in lager era inferiore a un anno, perché l’alimentazione era insufficiente, i ritmi di lavoro massacranti, gli abiti troppo leggeri per riparare dal freddo intenso dei mesi invernali, le condizioni igieniche disastrose: i prigionieri spesso dormivano in due o tre per letto e non avevano sapone per lavarsi. Fatica, freddo, fame, malattie portavano rapidamente alla morte.

Un medico americano osserva i forni crematori del lager di Buchenwald (aprile 1945)

In molti lager i prigionieri vennero usati come cavie per esperimenti scientifici. Medici tedeschi (tra cui il famigerato dottor Mengele) studiarono ad esempio farmaci e vaccini o lo sviluppo di alcune malattie, iniettando i batteri nel sangue dei prigionieri, oppure la resistenza del corpo e la durata dell’agonia in condizioni estreme (immersione in acqua gelata, mancanza di ossigeno e così via; a Dachau si costruì una camera a vuoto, in cui i prigionieri venivano gettati da grande altezza, per verificare gli effetti sul corpo umano dopo una caduta di molti metri). Altri prigionieri vennero usati per studiare il trapianto di tessuti da un corpo all’altro.
I prigionieri usati come cavie quasi sempre morivano durante l’esperimento, oppure per le sue conseguenze. Altrimenti venivano di solito eliminati, perché i tedeschi non volevano lasciare testimonianze di questi esperimenti.

Il dottor Klein medico di Bergen Belsen tra i corpi dei cadaveri del lager

Quando i tedeschi dovettero abbandonare i campi di fronte all’avanzata russa (il campo di Auschwitz fu liberato dall’Armata Rossa il 27 gennaio 1945, giorno che è stato scelto per la celebrazione della Giornata della Memoria, a ricordo degli orrori compiuti nei lager), essi cercarono di distruggere tutti i documenti e i campi stessi, in modo da non lasciare tracce delle stragi compiute. I prigionieri vennero eliminati o trasferiti in altri campi con grandi marce, in cui morirono a decine di migliaia. È perciò difficile calcolare con precisione il numero complessivo delle vittime dei lager, di concentramento e di sterminio. Complessivamente si calcola che vi morirono da quattro a otto milioni di persone, in prevalenza ebrei: dettagliate ricerche hanno fornito la certezza che la cifra oscilla tra un minimo di 5.290.000 e un massimo di poco più di 6.000.000 di individui.


Se in grande maggioranza le vittime furono ebree, nei lager morirono anche soldati polacchi o russi presi prigionieri, oppositori e partigiani di diverse nazionalità, zingari, omosessuali, testimoni di Geova e criminali comuni.

Grafico didattico per SS con i diversi simboli usati per distinguere i detenuti nei lager

Va infine ricordato che tutto questo non poté avvenire senza la zelante partecipazione delle burocrazie dei Paesi occupati. Con l’unica eccezione della Danimarca, dove le autorità permisero alla piccola comunità ebraica danese di mettersi in salvo nella vicina e neutrale Svezia, i governi collaborazionisti dei vari Stati occupati si attivarono ampiamente per consegnare gli ebrei ai tedeschi, o per prendere in prima persona iniziative persecutorie contro i propri concittadini di religione ebraica. Per permette, cioè, la Shoah, termine ebraico che significa “distruzione”.

Un medico ceco esamina un detenuto di Buchenwald morto di inedia sotto gli occhi di altri prigionieri (aprile 1945)