domenica 12 aprile 2015

51 L'età dell'intolleranza



L’ETÀ DELL’INTOLLERANZA

La spaccatura che si creò in Europa tra Cattolici e Protestanti provocò in tutti gli Stati una situazione che incoraggiò la persecuzione per motivi religiosi: dove regnavano sovrani cattolici, i protestanti vennero perseguitati e condannati a morte, dove i sovrano avevano aderito alla Riforma, spesso erano i cattolici a essere perseguitati. E ovunque crebbe l’intolleranza nei confronti dei seguaci di altre religioni, o di chi era considerato eretico, o anche di chi sosteneva la libertà di religione.

Una condanna a morte praticata sul rogo nel 1556

LE GUERRE DI RELIGIONE

L’intolleranza religiosa sfociò in vere e proprie guerre di religione, in particolare in Francia e in Germania. La religione nascondeva spesso le altre cause di queste guerre, che erano soprattutto cause politiche: nell’Impero Germanico i principi protestanti scesero in guerra contro l’imperatore cattolico Carlo V per limitarne il potere e conservare la propria indipendenza, confermata dalla pace di Augusta del 1555.
In Francia cause ed eventi furono più complessi e intricati: qui un quinto della popolazione era diventata ugonotta, ossia calvinista, ma la monarchia era cattolica. Le due diverse fedi diventarono il pretesto per lotte di potere tra i nobili: i duchi di Guisa, capi della fazione cattolica, e i duchi di Borbone, capi della fazione ugonotta, si scontrarono durante gli ultimi 4 decenni del ‘500 coinvolgendo l’intera popolazione francese. Il vero obiettivo era la conquista del trono, su cui nella seconda metà del Cinquecento si succedettero numerosi sovrani.

Lo stemma dei duchi di Guisa (a sinistra) e dei duchi di Borbone

Nel 1559 morì in un incidente durante un torneo il re Enrico II, della dinastia dei Valois. La moglie, la regine di origine toscana Caterina de’ Medici, assunse la reggenza dapprima per il figlio quindicenne Francesco II, quindi, alla morte di questo dopo un solo anno, per l’altro figlio undicenne Carlo IX. Poiché su quest’ultimo esercitava una forte influenza l’ammiraglio Gaspard de Coligny, un calvinista favorevole alla riconciliazione tra cattolici e ugonotti, Caterina de’ Medici, d’accordo con i Guisa, decise di toglierlo di mezzo.

Caterina de’ Medici

Tuttavia nell’attentato Coligny rimase solo ferito e, affinché non fosse scoperta la responsabilità della regina, costei decise di far uccidere tutti i capi protestanti, che si erano riuniti a Parigi per le nozze tra Margherita di Valois, figlia della regina, e Enrico di Navarra, della dinastia dei Borbone e capo politico degli ugonotti. Ne conseguì, però, un massacro di dimensioni molto superiori a quelle previste dalla regina: le milizie di Parigi, composte da bande di fanatici che avevano in odio gli ugonotti, nella notte tra il 23 e il 24 agosto 1572 (notte di San Bartolomeo) uccisero circa ventimila calvinisti, sorprendendoli nel sonno e massacrandoli nelle case e per le strade, senza differenza tra uomini, donne e bambini.

Il massacro della notte di San Bartolomeo in un dipinto di François Dubois del 1575

Enrico di Navarra sfuggì al massacro; nel 1574 morì Carlo IX e nel 1589 venne assassinato il suo successore Enrico III, che non aveva eredi. Enrico di Navarra si trovò così ad essere l’erede al trono, sebbene non fosse ben accetto dalla parte cattolica dei potenti di Francia; venne incoronato re solo nel 1593, dopo aver solennemente abiurato al protestantesimo (cosa che egli fece per ben sei volte, sempre a seconda delle convenienze) e in quell’occasione sembra che abbia detto la celebre frase: «Parigi val bene una messa».

Enrico IV abbraccia la religione cattolica, tela monocroma di Ludovico Buti

Enrico di Navarra come re di Francia prese il nome di Enrico IV e fu il capostipite della dinastia dei Borbone di Francia.
Si deve a lui la firma nel 1598 dell’editto di Nantes, che pose fine alle guerre di religione in Francia. L’editto non garantiva l’effettiva parità tra cattolici e calvinisti, in quanto la religione romana, praticata a corte, era considerata comunque quella ufficiale, mentre il calvinismo era solamente tollerato. Però il pluralismo religioso venne ammesso su buona parte del territorio francese, eccetto Parigi e le città murate: gli ugonotti ottennero il controllo di un centinaio di piazzeforti e si videro riconosciuti (come gli altri sudditi) il diritto di accedere all’istruzione, di usufruire della pubblica assistenza, di esercitare liberamente qualsiasi professione e di avere incarichi pubblici, purché si mostrassero leali e meritevoli.

Una pagina dell’editto di Nantes

Le guerre di religione in Francia, oltre ai morti, ebbero almeno due conseguenze importanti. Da una parte l’indebolimento della corona, a favore sia di Stati stranieri che intervennero pesantemente nelle faccende francesi (in particolare Inghilterra, Spagna, Germania e Svizzera), sia dei grandi signori francesi animati da un forte desiderio di indipendenza.
Dall’altra un fortissimo indebitamento della Francia, che fu costretta a ricorrere a prestiti inglesi, tedeschi e svizzeri. Solo dopo l’editto di Nantes la situazione cominciò a migliorare.

Parigi assediata durante le guerre di religione
(miniatura del XVI secolo dalle Memorie di P. de Commynes)

L’INTOLLERANZA CONTRO GLI ERETICI

Protestanti e cattolici, nel loro furore morale e nel reciproco timore di essere sopraffatti, si scagliarono anche contro chi, pur essendo della stessa confessione, manifestava pensieri e comportamenti difformi da quella che era considerata la norma, cioè coloro che erano considerati eretici.
Ne fecero le spese persino alcuni cardinali che durante il Concilio di Trento avevano sostenuto apertamente idee come quelle di Erasmo da Rotterdam: costui era un umanista olandese, che i riformatori luterani avevano in parte considerato un loro ispiratore, sebbene egli non sostenesse mai la loro riforma. Nel 1511 aveva pubblicato un libro, intitolato Elogio della Follia, nel quale affermava che le azioni degli uomini, in particolare di re, principi e papi, erano ispirate dalla Follia e li esortava, soprattutto gli uomini di Chiesa, a rinnovarsi, liberandosi di superstizioni, ipocrisie, rituali privi di significato per ritornare alla tolleranza, alla carità, all’amore, cioè al genuino messaggio di Cristo.

Ritratto di Erasmo da Rotterdam di Quentyn Metsys (1517) e un disegno di Hans Holbein il giovane per la prima edizione dell’Elogio della Follia (1515)

Eretico fu giudicato anche il filosofo e letterato Giordano Bruno, un domenicano autore di libri di argomento scientifico, magico e religioso, nonché di una commedia. Egli continuò ad essere accusato di eresia dai Domenicani, anche dopo aver abbandonato l’ordine e aver soggiornato a lungo a Parigi, in Germania, a Venezia. Il Sant’Uffizio riuscì sempre a raggiungerlo, a farlo cacciare dai paesi che lo ospitavano e infine, dopo numerosi processi, lo fece bruciare sul rogo il 17 febbraio 1600 sulla piazza di Campo dei Fiori a Roma, che ricorda ancora con un monumento questo martire di un’epoca intollerante.

Statua a Giordano Bruno in Campo dei Fiori a Roma

LA STREGONERIA

Particolarmente numerose furono le vittime tra coloro che erano considerati appartenenti al mondo della stregoneria. Si trattava di uomini e soprattutto di donne che si credeva dotati di poteri magici, con i quali sapevano guarire persone e animali, ma anche provocare malattie, prevedere il futuro, assicurare ricchezze.
Si trattava in realtà di credenze pagane, retaggio di idee maturate addirittura nel mondo classico. Nel XIII secolo il teologo domenicano Tommaso d’Aquino aveva detto che streghe e stregoni avevano ricevuto il loro potere dal diavolo in persona, con cui si incontravano durante i sabba (o tregende). Il sabba delle streghe venne descritto per la prima volta nel 1250 dall’inquisitore domenicano Stefano di Borbone, secondo cui esso era un raduno notturno di adoratori del demonio, che avveniva in determinati giorni e luoghi, di solito dove anticamente si celebravano riti pagani, durante i quali i partecipanti abiuravano la fede cristiana, si abbandonavano a danze sfrenate, a banchetti a base di carne umana e ad atti sessuali con Satana, rappresentato di solito sotto forma di caprone.

Un sabba in un’illustrazione di inizio ‘600 di Francesco Maria Guaccio, dal libro “Compendium Maleficarum”

Le persone sospettate di appartenere alla stregoneria, spesso senza prove, venivano torturate, costrette a confessare e infine condannate a morire sul rogo; persecuzioni e processi erano organizzati non solo da inquisitori ecclesiastici, ma anche da magistrati laici.
In tutta Europa, in quella cattolica e ancor più in quella protestante, migliaia di persone, soprattutto donne, finirono sul rogo, in particolare tra il 1434 e il 1447 e, soprattutto, tra il 1580 e il 1650. non mancarono voci in aperto dissenso con le persecuzioni, come quella di Johannes Wierus, che nel 1563 negava l’esistenza delle streghe, ritenendo che fossero delle minorate mentali, in preda a folli, quanto incolpevoli, deliri. Ciò nonostante solo verso la fine del Seicento il delitto di stregoneria venne cancellato dalla maggior parte dei codici europei.

Una condanna al rogo, illustrazione del 1485

L’INTOLLERANZA CONTRO EBREI E MUSULMANI

L’intolleranza, all’inizio dell’Età Moderna, si estese anche contro i seguaci di altre religioni.
Gli ebrei, che venivano accusati dei crimini più infami, spesso erano attaccati e uccisi da gruppi di fanatici. Molti furono costretti a convertirsi e diversi re europei decisero di espellerli dai loro stati (la Spagna lo fece nel 1494, il Portogallo nel 1497, il Regno di Napoli nel 1539). Gli ebrei si diressero nell’Italia centro-settentrionale, nell’Europa orientale, in particolare in Polonia, e nei paesi musulmani dell’Africa e dell’Asia. In altri stati essi furono costretti a risiedere nei ghetti, quartieri riservati a loro, come accadde a Venezia nel 1516 e a Roma nel 1555. La parola ghetto ha origine proprio dal quartiere ebraico di Venezia.

Veduta sul ghetto di Venezia

Anche i musulmani di Spagna (detti moriscos) subirono una conversione forzata e vennero posti sotto il controllo dell’Inquisizione; chi non voleva convertirsi, doveva abbandonare il paese. In seguito furono accusati di eresia e definitivamente scacciati dalla Spagna, senza neppure poter portare con sé i propri beni (1609-1611).

Imbarco di moriscos nel porto di Vinaros di Pere Oromig y Francisco Peralta (1613)


lunedì 16 marzo 2015

50 La Controriforma



LA CONTRORIFORMA

Di fronte al diffondersi delle idee luterane e calviniste, molti uomini di Chiesa domandarono che venisse convocato un concilio, cioè una riunione dei vescovi cattolici e allora anche delle autorità politiche, per trovare un accordo con i protestanti e introdurre nella Chiesa romana le opportune riforme.
Il concilio si tenne a Trento tra il 1545 e il 1563, con uno spostamento a Bologna per un certo periodo. Erano stati i luterani a chiedere che il concilio si tenesse in una città dell’impero e lontano da Roma, cioè lontano dal papa; però la stessa composizione del concilio manifestò (contrariamente a quanto era avvenuto con altri concili tenutesi nel Quattrocento) che quello di Trento era nelle mani completamente del papa: l’assemblea era infatti composta quasi esclusivamente da ecclesiastici e quasi tutti italiani.

L’apertura del concilio di Trento in un dipinto anonimo del Settecento

Inoltre, accanto alla necessità di trovare una soluzione alla frattura religiosa, il concilio perseguiva alcune finalità politiche precise, quale ad esempio la lotta tra il papa e Carlo V, una lotta intrecciata allo spregiudicato nepotismo papale. Nell’agosto 1545, quattro mesi prima dell’inizio del concilio, il papa Paolo III Farnese assegnò al proprio figlio Pier Luigi Farnese un nuovo Stato, il Ducato di Parma e Piacenza, nato «in una notte come nasce un fungo», secondo le parole di un cardinale. Nel 1547 il figlio del papa venne assassinato a Piacenza, probabilmente per ordine di Carlo V, in seguito all’avvicinamento alla Francia, che il papa aveva perseguito in funzione anti-imperiale.

I 3 protagonisti di cui si è parlato nelle righe precedenti: da sinistra,
papa Paolo III, suo figlio Pier Luigi Farnese, l’imperatore Carlo V

Per quanto riguarda i problemi religiosi il concilio non giunse ad alcun accordo con i protestanti, anzi, condannò come eretiche tutte le posizioni delle varie Chiese riformate.
Venne comunque avviata una riforma della Chiesa cattolica, con l’eliminazione di alcuni comportamenti particolarmente criticati: per esempio si stabilì che vescovi e parroci avevano l’obbligo di stabilirsi nelle loro diocesi e parrocchie, anche se in realtà ciò venne messo in atto piuttosto raramente, come ci fa capire il fatto che fece molto scalpore la decisione del cardinale Carlo Borromeo di lasciare Roma, dove poteva vivere alla corte del papa suo zio, per Milano, che era la sua arcidiocesi.

Affresco allegorico del secolo XVI raffigurante l’Eresia schiacciata dalla Chiesa
durante il concilio di Trento

Il potere del papa venne aumentato, per esempio riconoscendo che solo il pontefice poteva dare una corretta interpretazione a quanto era stato deciso a Trento e che nessuno poteva pubblicare un qualunque testo a commento dei lavori conciliari.
Fu rafforzato il controllo sulla vita religiosa dei cristiani, attraverso la confessione, un sacramento che i protestanti avevano rifiutato e venne stabilito nel 1559 un Indice dei libri proibiti, cioè un elenco di tutti quei libri che nessun cristiano doveva leggere. Tale indice comprendeva non solo i testi luterani, comprese le traduzioni nelle varie lingue volgari della Bibbia, ma anche testi di altro tipo, come il De Monarchia di Dante Alighieri o il Decameron di Giovanni Boccaccio e molti altri; l’indice venne soppresso solo nel 1966.

Due diverse edizioni dell’Indice dei libri proibiti del 1564, una veneziana, l’altra romana

Venne promulgata una Professio fidei (nel 1563, con un ampliamento nel 1564 voluto da papa Pio IV), che consisteva nell’obbligo, al momento della nomina, di professare (cioè assicurare) la propria fede cattolica non solo da parte di vescovi, curati, abati e altri ecclesiastici, ma anche da coloro che esercitavano un impiego pubblico, come medici e maestri.
Venne creato nel 1542 un supremo tribunale del Sant’Uffizio dell’inquisizione romana, con il compito di dirigere la lotta contro gli eretici: coloro che erano sospettati di eresia venivano interrogati da un collegio permanente di cardinali e di altri ecclesiastici che dipendeva direttamente dal papa. Non era raro il ricorso alla tortura per far confessare alcuni sospetti.

Due illustrazioni raffiguranti gli interrogatori dell’Inquisizione

La riforma cattolica si rivelò in netta opposizione con la Riforma luterana e calvinista e venne perciò chiamata Controriforma dai protestanti, che avevano formalmente rifiutato il concilio di Trento fin dal 1562, cioè ancor prima che terminasse.
Dopo il concilio di Trento la Controriforma fu diffusa grazie a una grande spinta missionaria, non solo nei territori che erano passati alla Riforma protestante, ma anche altrove: sia nel mondo extraeuropeo (le terre degli imperi coloniali della Spagna e del Portogallo), sia nelle campagne europee, dove si diffuse un nuovo tipo di clero, il quale aveva l’obbligo della residenza (e quindi era molto più a contatto con i fedeli) e una maggiore preparazione a controllare il rispetto dell’ortodossia religiosa, cioè l’aderenza dei comportamenti dei cristiani a quanto era indicato dalla Chiesa; spesso (soprattutto in alcune zone come l’Italia meridionale) la religione era fatta anche di pratiche e credenze che sconfinavano nelle credenze magiche e il clero della Controriforma cercò di estirparle.

Certe forme di religiosità popolare (come quella raffigurata nell’immagine, relativa alla festa
dei serpari di Cocullo) non sono state sradicate nemmeno dalla Controriforma

Uno degli strumenti della lotta contro la Riforma protestante e a favore della Controriforma fu l’ordine che era stato fondato nel 1534 da Ignazio di Loyola, con il nome di Compagnia di Gesù, e che venne approvato dal papa nel 1540: da allora il ruolo dei gesuiti (come sono chiamati i membri di quest’ordine di chierici regolari) fu molto importante per la Chiesa.

Ignazio da Loyola presenta la regola dell’ordine della Compagnia di Gesù
(dipinto del secolo XVII di anonimo considerato operante nell’ambito di Rubens)

Se vuoi vedere / ascoltare questa lezione, clicca sul seguente link:
La Controriforma


venerdì 6 febbraio 2015

49 La Riforma protestante



LA RIFORMA PROTESTANTE

LA CRISI DELLA CHIESA

All’inizio dell’Età Moderna la Chiesa era molto ricca e potente, ma proprio per questo molti entravano nel clero solo per ottenere ricchezze e potere e non per fede religiosa: i nobili si facevano nominare vescovi, spesso pagando, per ottenere le rendite delle diocesi (ossia il territorio posto sotto il controllo di un vescovo), mentre gli uomini di famiglie non nobili cercavano di diventare sacerdoti e di ottenere una parrocchia per avere un reddito sicuro e regolare. Tutti costoro si disinteressavano delle loro diocesi e parrocchie e spesso neppure vi vivevano: ad esempio nella diocesi di Ginevra all’inizio del Cinquecento appena il 20% dei parroci viveva nella propria parrocchia. Inoltre, per aumentare il loro reddito, molti vescovi accumulavano le cariche, cioè erano vescovi di diverse diocesi, in cui andavano molto raramente. Questa situazione era piuttosto diffusa soprattutto in Germania, dove la mancanza di un saldo potere monarchico (al contrario di ciò che era accaduto in Francia e in Spagna) impediva di opporsi efficacemente alle tasse imposte dalla curia pontificia e all’ingerenza del papa in molti affari politici.

La falsa dottrina dell’Anticristo, metà di un’illustrazione del 1545 di Lucas Cranach il Giovane 
(l’altra metà è intitolata La vera religione di Cristo
in cui la Chiesa di Roma viene presentata come avida, corrotta e ispirata dal demonio

Del resto anche a Roma la situazione era complicata: tra le principali famiglie italiane era una continua e dura lotta per l’elezione del papa e in alcuni casi le diverse fazioni corrompevano i cardinali per far eleggere il proprio candidato. Controllare l’elezione del papa non era un fatto secondario, perché il pontefice poteva distribuire le cariche religiose, che fornivano grandi redditi, e favorire la propria famiglia e i propri sostenitori in molti modi.

Raffaello Sanzio, Ritratto di papa Leone X con i cardinali Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi

Questa situazione provocava le critiche dei fedeli, che accusavano molti uomini di Chiesa di non rispettare le regole religiose.
All’inizio del Cinquecento scoppiò una nuova polemica, legata alla vendita delle indulgenze. L’indulgenza era una riduzione della pena che l’anima di un morto doveva scontare in purgatorio, per le colpe commesse in vita. Pagando una certa cifra, si poteva acquistare per sé (o dal 1476 anche per un parente morto) questa riduzione di pena. L’acquisto di un’indulgenza avveniva all’inizio del Cinquecento in terra tedesca in maniera particolarmente efficace: il principe elettore Alberto di Brandeburgo, in qualità di commissario papale, aveva incaricato un predicatore domenicano e inquisitore, Johannes Tetzel, di effettuare la vendita. Costui, preceduto da una croce con lo stemma del papa, entrava nelle città e nei villaggi tedeschi, seguito dai notabili del luogo e dal popolo in solenne processione, quindi entrava in chiesa e cominciava a predicare, descrivendo le pene dell’inferno, incitando al pentimento, alla confessione e al pagamento di un obolo per la completa remissione dei peccati dei propri parenti; nel momento stesso in cui il denaro toccava il fondo della sua cassa – diceva il predicatore – l’anima dei propri cari sarebbe volata in paradiso.

Johannes Tetzel in un’incisione del tardo Cinquecento ritratto con la cassetta dell’obolo 
per le indulgenze

La vendita delle indulgenze fruttava enormi somme di denaro alla Chiesa, ai nobili e alle grandi banche, come quelle dei Fugger e dei Medici. Nel caso tedesco una parte del denaro ricavato dalla vendita delle indulgenze andava al papa per la costruzione della nuova basilica di San Pietro a Roma; un’altra parte era stata assegnata dal pontefice Leone X ad Alberto di Brandeburgo per rifarsi del colossale debito che costui aveva contratto con i Fugger allo scopo di pagare la Sede apostolica, da cui aveva ottenuto il controllo di ben tre diocesi vescovili, tra cui quella prestigiosa di Magonza. Molti, e non solo in Germania, criticavano la vendita delle indulgenze e l’idea che con il denaro si potesse comperare un ingresso più rapido in paradiso.

La vendita delle indulgenze in una xilografia del 1530 circa

MARTIN LUTERO

Nel 1517 Martin Lutero, un monaco agostiniano che insegnava nell’università tedesca di Wittenberg, una cittadina nel Ducato di Sassonia, affisse alla porta della chiesa del castello annesso all’università un foglio, su cui aveva scritto 95 tesi personali, con cui, secondo l’uso accademico, invitava le autorità ecclesiastiche competenti a una pubblica discussione sulla vendita delle indulgenze. Lutero scriveva nelle 95 tesi che le indulgenze non avevano alcun valore e la sua opinione, molto critica nei confronti del papa e della curia romana, fu ben accolta in Germania.

Illustrazione con l’episodio delle 95 tesi affisse alla porta della chiesa del castello di Wittenberg

Il papa ordinò a Lutero di ritrattare, cioè di ritirare le proprie affermazioni, ma egli si rifiutò e anzi sviluppò le sue tesi, negando l’autorità del papa e dei vescovi: egli affermò che tutti i cristiani dovevano cercare direttamente nella Bibbia l’insegnamento divino, sostenne che i sacramenti (tranne il battesimo e l’eucarestia) non avevano nessun valore e che gli ecclesiastici potevano sposarsi. Lutero venne allora accusato dai domenicani di eresia e solo per ragioni politiche (papa Leone X appoggiava il duca Federico di Sassonia come candidato al trono imperiale) il pontefice decise per il momento di non fare ulteriori passi contro il frate. Ma quando nel 1519 divenne imperatore il giovane Carlo d’Asburgo, il papa non aveva più motivo di temporeggiare.

Carlo d’Asburgo (ossia Carlo V) giovane in un dipinto cinquecentesco di Bernard van Orley

Nel giugno del 1520 Leone X minacciò Lutero di scomunica e il frate rispose bruciando la bolla papale nella piazza di Wittenberg. Nel gennaio 1521 arrivò la scomunica e il duca di Sassonia decise di proteggere Lutero, rifiutandosi di consegnarlo a Roma e proponendo che, prima di essere messo al bando, il frate scomunicato venisse giudicato da un tribunale dell’impero.

Lutero brucia pubblicamente la bolla papale

Nell’aprile 1521 venne convocata la dieta di Worms, presieduta dall’imperatore Carlo V: davanti a lui e ai principi lì riuniti, Lutero rifiutò di ritrattare quanto aveva scritto nelle 95 tesi e negli scritti successivi, a meno che, Sacre Scritture alla mano, non gli dimostrassero che aveva torto. «Qui sto saldo. Non posso fare altrimenti», sembra che abbia detto in tedesco davanti all’imperatore. 


Xilografia colorata del 1557 raffigurante Lutero a Worms;
l’immagine è chiaramente errata storicamente, dato che rappresenta Carlo V come un vecchio 
con la barba bianca, quando in realtà l’imperatore aveva appena 21 anni


Al termine della dieta Lutero venne bandito dall’impero e privato di ogni diritto: chiunque si fosse imbattuto in lui era autorizzato a fare giustizia senza alcuna conseguenza. Ma il frate nel frattempo era scomparso: il duca di Sassonia l’aveva portato al sicuro in una fortezza della Turingia, dove Lutero visse isolato per quasi un anno, dedicandosi alla traduzione in tedesco del Nuovo Testamento.

 Statua a Federico di Sassonia nella chiesa del castello di Wittenberg


LA DIFFUSIONE DELLE DOTTRINE LUTERANE

Intanto le dottrine luterano si diffondevano ovunque in Germania, non solo presso università e conventi, ma anche tra i borghesi delle città e i signori tedeschi. Il giorno di Natale del 1521 Carlostadio, professore di teologia a Wittenberg ed ex-collega di Lutero, celebrò messa in lingua volgare e senza paramenti sacri, utilizzando una liturgia modificata: era la risposta a quanti (cittadini, studenti delle università e confratelli di Lutero) chiedevano una concreta traduzione delle dottrine luterane in un nuovo modo di vivere e di celebrare i riti religiosi. Era l’inizio di qualcosa, che non rientrava dapprima nemmeno nelle intenzioni di Lutero: qualcosa che è passato alla storia come Riforma protestante e che è il distacco di una parte della cristianità dalla Chiesa cattolica di Roma e la formazione di nuove Chiese (oltre a quella luterana ce ne furono altre) dette complessivamente protestanti o anche riformate.

Andrea Carlostadio in un’acquaforte del XVI secolo
Illustrazione ottocentesca raffigurante un episodio di iconoclastia, suggerita alla Riforma da Carlostadio

Mentre Lutero era al sicuro in Turingia, scoppiò una serie di disordini: distruzione di chiese e di altari, sovvertimenti nella liturgia, dissoluzione delle regole monastiche e degli ordini sacri, diffusione della poligamia tra i sacerdoti. Lutero fu costretto a lasciare la Turingia e a tornare a Wittenberg, per organizzare la sua dottrina ed evitare derive incontrollate ed eccessi pericolosi.
In quest’opera di sistemazione della nuova Chiesa luterana svolse un ruolo importante la stampa: una fitta rete di grandi e piccole tipografie stampò e diffuse in tutta la Germania sia la Bibbia tradotta da Lutero (scritta in una lingua che, proprio grazie a quest’opera, divenne patrimonio comune di tutti i tedeschi), sia gli altri scritti del frate agostiniano.

Illustrazione da un’edizione del 1522 della Bibbia tradotta da Lutero
Copia a colori del frontespizio dell’edizione del 1534 della Bibbia con illustrazioni di Lucas Cranach

Scritti che non si limitavano alla polemica antiromana, ma puntavano sull’istruzione dei lettori. C’era infatti tutto un mondo di tradizioni da ricostruire, dato che i vecchi culti erano stati aboliti: quello dei santi, delle reliquie, delle indulgenze, dei pellegrinaggi, dei suffragi per i defunti, dell’uso del latino nella liturgia, della fede nel purgatorio (che tra l’altro era un’invenzione medievale), di cerimonie e feste. C’erano da definire anche nuovi ruoli sociali, dopo la cancellazione del celibato ecclesiastico, dei voti monastici, delle esenzioni fiscali del clero, delle immunità dei chierici dalle leggi dello Stato.

Il matrimonio tra Lutero e l’ex monaca Katharina von Bora,
che diede un contributo importante all’elaborazione del matrimonio ecclesiastico

Secondo le stime degli storici la Riforma luterana provocò un incremento dell’alfabetizzazione in Germania nel corso del Cinquecento: se all’inizio del secolo le persone in grado di leggere e scrivere erano 400.000, erano circa un milione a fine secolo, che significava il 5% della popolazione, con punte del 30% nelle città. Va considerato, inoltre, che all’epoca la lettura non era una pratica esercitata individualmente e in silenzio, bensì un fenomeno sociale che aveva spesso luogo ad alta voce negli spazi pubblici cittadini o nelle riunioni in case private.
Oltre agli scritti di Lutero e alla Bibbia e al Vangelo, la comunicazione orale comprendeva anche canti ed inni, che non appartenevano solo alla liturgia in volgare nelle chiese, ma che si propagavano anche fuori dai luoghi di culto.

Lutero che suona in famiglia

Importante poi fu il ruolo delle illustrazioni che accompagnavano le varie edizioni della Bibbia pubblicate in quegli anni: è stato calcolato che nel 1546, l’anno della morte di Lutero, più di 500 differenti illustrazioni erano state approntate per accompagnare il testo biblico, anche da parte di artisti importanti come Lucas Cranach il Vecchio. Tra queste illustrazioni (a volte quasi dei fumetti con personaggi che si scambiano battute) compariva spesso lo stereotipo del contadino tedesco, il buon Hans con la zappa in mano, sfruttato da frati corrotti e crapuloni che sedevano al suo desco e ne insidiavano le figlie, o da predicatori di indulgenze e commissari papali che lo depredavano dei suoi magri risparmi. Erano illustrazioni che riprendevano un’antica vena anticlericale di origine medievale o che si rifacevano a quelle immagini d’insulto, con le quali i cavalieri e i nobili dell’impero si sfidavano tra loro e aprivano una guerra feudale.

Illustrazione per un’edizione di un libretto satirico: da sinistra i personaggi raffigurati sono Lutero, 
il frate francescano Thomas Murner (con la faccia da gatto), uno studente e Karsthans, il contadino

È stato detto che la Riforma luterana sia «figlia di Gutenberg», in quanto tra il 1517 e il 1555 la stampa è stata un veicolo fondamentale per la diffusione nell’area tedesca del movimento luterano, il quale rivendicava la lettura diretta della sacra Scrittura da parte del fedele e, per giunta, in lingua volgare. Di sicuro questo fenomeno spiega il diverso atteggiamento nei confronti dei libri, che divise l’Europa in due: da una parte l’Europa protestante considerò il libro in volgare come un veicolo di diffusione della fede, dall’altra l’Europa cattolica si chiuse nella difesa del latino e nella condanna del libro proibito, quello che, usando la lingua volgare, serviva principalmente alla diffusione delle eresie.

Illustrazione satirica del 1526, in tedesco Schandbild, che avrebbe grossomodo il significato dell’espressione italiana “mettere alla berlina”

LA RIVOLTA DEI CAVALIERI E LA GUERRA DEI CONTADINI

Negli anni Venti il messaggio religioso della Riforma si intrecciò con tensioni sociali e politiche latenti nell’impero e portò prima alla rivolta dei cavalieri (1522-1523), poi alla guerra dei contadini (1524-1525).
I cavalieri costituivano la bassa nobiltà dell’impero, legata ad antichi ideali militari, sempre più povera e sempre più esclusa dalla politica. Fu facile per alcuni di questi cavalieri leggere nelle parole di Lutero un invito alla spoliazione delle proprietà ecclesiastiche: riuniti in una «unione fraterna» 600 cavalieri del Reno superiore rivolsero le armi contro l’arcivescovo di Treviri, mentre altri si dirigevano contro altri vescovi. Furono sconfitti da una lega di principi, che riuscì a scongiurare il pericolo dell’estensione della protesta alla media e all’alta nobiltà.

Franz von Sickingen, uno dei capi dei cavalieri in rivolta
Monumento a Ulrich von Hutten e Franz von Sickingen (due cavalieri ribelli) a Bad Münster am Stein-Ebernburg

La rivolta dei contadini fu un fenomeno più complesso e diffuso: incominciò tra maggio e giugno del 1524 nella Selva Nera (la zona dell’attuale Germania vicina a Svizzera e Francia), ma si propagò rapidamente dalla Renania alla Svevia, alla Turingia, alla Franconia, all’Alsazia, al Tirolo, alla Carinzia, alla Sassonia. Si calcola che nel 1525 ben 300.000 contadini fossero in rivolta. Rivendicavano la restituzione di terre e diritti comuni in passato riconosciuti alle comunità di villaggio (diritti di caccia, di pesca, del taglio della legna nei boschi), l’abolizione dei diritti signorili e delle decime ecclesiastiche, la riduzione degli affitti, il ripristino della consuetudine di eleggere il proprio parroco: rivendicazioni che si intrecciavano con richieste innovatrici originate dal messaggio luterano. Ma fu proprio Lutero (definito allora dai capi rivoluzionari «il papa di Wittenberg», o «il dottor menzogna», o anche «fra porco da ingrasso») a esortare i principi allo sterminio dei ribelli, nella consapevolezza che le novità introdotte dalla sua predicazione stavano portando al disordine sociale e che l’allargarsi della rivolta contadina minacciava il potere dei nobili tedeschi, dalla cui protezione dipendeva la sua stessa vita.

Illustrazione raffigurante la guerra dei contadini

Gli insorti furono così sconfitti a Frankenhausen, in Turingia, il 15 maggio 1525 in seguito a uno scontro con i soldati dei principi tedeschi: 8.000 ribelli e furono annientati e il loro capo, Thomas Müntzer (un sacerdote che era stato inizialmente favorevole a Lutero ma poi aveva rotto con lui assumendo posizioni sempre più radicali), venne torturato e decapitato il 25 maggio 1525. La guerra contadina terminò definitivamente in luglio: costò la vita a circa 100.000 contadini, morti in battaglia o trucidati dopo la cattura.

Un contadino messo al rogo dopo la disfatta di Frankenhausen



LA RIFORMA DENTRO E FUORI DALLA GERMANIA

Mentre in Germania la Riforma luterana incontrava sempre più l’appoggio dei diversi principi territoriali (in funzione spesso anti-imperiale), ma anche delle città imperiali (una sorta di piccole repubbliche governate da un consiglio cittadino direttamente dipendenti dall’imperatore), fuori della Germania le idee di Lutero trovavano sostenitori e personalità capaci di svilupparle in forme originali e autonome.
A Zurigo si affermò la predicazione di Huldreich Zwingli, che si distingueva da Lutero per alcune particolarità teologiche inerenti ai sacramenti e per una valenza politica legata al fatto che Zurigo era una repubblica libera governata da borghesi.

Uldreich Zwingli in un ritratto di Hans Asper

A Ginevra il teologo francese Giovanni Calvino poté realizzare le proprie idee, che assegnavano alla vita religiosa un ruolo preminente su quella politica. Tra il 1540 e il 1560 Ginevra, sotto la guida di Calvino, si collocò al centro di una rete di dimensioni europee, diventando il luogo di rifugio degli esuli per motivi religiosi che intanto si andavano moltiplicando. La città raddoppiò quasi la propria popolazione, nonostante fosse sottoposta a una rigida disciplina dei costumi: le autorità civili ed ecclesiastiche vigilavano sulla regolare frequenza ai servizi divini, sulla partecipazione alla comunione, persino sulle letture domestiche dei cittadini; erano proibiti il gioco dei dadi e delle carte, le acconciature e gli abiti eccentrici, i nomi di battesimo che non comparivano nella Bibbia; furono imposte inflessibili restrizioni ai balli e alle rappresentazioni teatrali, alla frequentazione delle osterie, ai bambini che giocavano per strada durante le funzioni religiose, a ogni forma di lusso e di ostentazione. L’applicazione di rigide regole e di un ferreo rifiuto di ogni forma di dissidenza religiosa culminò nella condanna a morte sul rogo di Michele Serveto, un riformatore catalano che negava la Trinità e che, costretto a fuggire dal suo paese, venne arrestato a Ginevra; l’episodio suscitò un ampio dibattito nell’Europa di metà Cinquecento.

Giovanni Calvino

Altre correnti riformiste si diffusero contemporaneamente a quella di Lutero, come quella degli anabattisti, i quali sostenevano che il battesimo andava somministrato agli adulti che lo sceglievano, non ai bambini inconsapevoli; piuttosto radicali nelle loro scelte politiche, gli anabattisti si diffusero durante la guerra dei contadini, ma, dopo la disfatta di costoro, abbandonarono ogni disegno di rivolgimento sociale, professando un sostanziale pacifismo. Però un episodio violento accaduto a Münster nel 1535 gettò un lungo discredito su di loro, che furono perseguitati da cattolici e luterani in un clima di esaltazione religiosa.

Persecuzioni contro anabattisti

Inoltre nel 1534 in Inghilterra il re Enrico VIII fondò la Chiesa anglicana, di cui assunse il comando; le motivazioni di tale gesto non erano affatto religiose, ma piuttosto politiche (il papa veniva escluso da ogni forma di finanziamento da parte dell’Inghilterra) e dinastiche (Enrico VIII aveva necessità di divorziare e risposarsi per poter generare un erede maschio).

Ritratto di Enrico VIII di Hans Holbein il Giovane

LO SCONTRO CON CARLO V

Le dottrine luterane riuscirono ad aggregare i principi tedeschi contro l’imperatore.
Nel 1530 si tenne la dieta di Augusta, presieduta da un Carlo V incoronato da pochi mesi da papa Clemente VII nella cattedrale di Bologna. La ricerca di una conciliazione tra imperatore cattolico e principi protestanti fallì; venne raggiunto solo un accordo militare dettato dal pericolo dei Turchi che stavano marciando su Vienna.

Carlo V alla dieta di Augusta

I tentativi di conciliazione continuarono negli anni successivi e sembravano concretizzabili dopo l’apertura nel 1545 del Concilio di Trento, voluto dal papa; ma quando si capì che il Concilio non era più sentito da Roma come lo strumento per un accordo, bensì per una definitiva condanna del protestantesimo, i principi tedeschi, nel 1552, si allearono con il re di Francia Enrico II in una coalizione antiasburgica. La guerra che ne seguì costrinse Carlo V alla pace di Augusta (1555), la quale riconosceva legittima la Chiesa evangelico-luterana a fianco di quella cattolica. Veniva dunque sancita una parziale libertà religiosa (parziale perché i calvinisti non vennero riconosciuti), però non ai singoli individui, bensì ai principi e alle città libere, secondo la formula cuius regio, eius religio, cioè colui al quale appartiene il territorio, ne determina la religione, fatto salvo il diritto dei sudditi di emigrare.

La prima pagina della pace di Augusta (conservata a Mainz, Germania)

Dopo la pace di Augusta (e mentre Carlo V spartiva il suo impero in due tronconi, uno tedesco affidato al fratello Ferdinando I e uno spagnolo al figlio Filippo II, e si ritirava in un monastero in Spagna) il luteranesimo era ormai diffuso in gran parte della Germania centrale e settentrionale, nel regno di Svezia e in quello di Danimarca, negli Stati baltici e in Finlandia.
Il calvinismo era penetrato a occidente in Francia, in Scozia, nei Paesi Bassi, in Inghilterra e a oriente in Polonia, Boemia, Ungheria, Transilvania; ma anche in Germania, nonostante la pace di Augusta non l’avesse riconosciuto, il calvinismo si diffuse in alcune zone.
Le divisioni religiose che si vennero a creare furono all’origine di lunghe e sanguinose guerre interne a diversi Stati e, tra il 1618 e il 1648, della guerra dei Trent’anni, che fu di dimensioni europee.

Interpretazione moderna (di Augusto Ferrer-Dalmau) della Battaglia di Rocroi,
una delle battaglie della Guerra dei Trent’anni

Se vuoi vedere / ascoltare questa lezione, clicca sui link seguenti:
La Riforma protestante (parte 1)
La Riforma protestante (parte 2) 
La Riforma protestante (parte 3)