martedì 16 febbraio 2016

75 La società nella seconda metà dell'Ottocento

LA SOCIETÀ NELLA SECONDA METÀ DELL’OTTOCENTO

Le grandi trasformazioni (politiche, economiche, tecnologiche) che avvennero nell’Ottocento ebbero, ovviamente, delle ripercussioni sulla composizione sociale.
La nobiltà, che da secoli era la classe dominante, perse il suo ruolo, a vantaggio della borghesia, che acquistò maggiori ricchezze e, grazie alle Costituzioni e al diritto di voto, anche più potere.
Molti nobili conservarono comunque grandi ricchezze, ma altri videro ridursi le loro rendite e furono costretti a cercare lavoro: poiché per tradizione un nobile poteva lavorare solo per il re e per la patria, essi scelsero la carriera diplomatica o quella militare, oppure cercarono impiego negli uffici pubblici.
Nobiltà e borghesia avevano un interesse comune: impedire i grandi cambiamenti sociali richiesti dal proletariato. Perciò si creò un’alleanza tra le due classi e divennero frequenti i matrimoni tra esponenti della borghesia e della nobiltà. Per i nobili questi matrimoni erano un mezzo per mantenere (o riprendere) un alto tenore di vita; per i borghesi invece essi offrivano la possibilità di entrare in una classe sociale considerata comunque superiore: nell’alta borghesia, infatti, molti aspiravano a ottenere un titolo nobiliare e a condurre la vita degli aristocratici, lasciando il mondo degli affari e vivendo di rendita.

Tre diversi dipinti (opere di fine Ottocento o dell’inizio del Novecento) del pittore ferrarese Giovanni Boldini, raffiguranti altrettante aristocratiche

La borghesia, dunque, divenne la classe dominante in tutta l’Europa industrializzata.
Al suo interno vi si distinguevano due gruppi: quello dell’alta e media borghesia e quello della piccola borghesia.
Il primo gruppo comprendeva i principali imprenditori (proprietari di industrie, di banche, di imprese commerciali) e coloro che svolgevano un lavoro ad alto reddito, sia in proprio (come medici e avvocati), sia alle dipendenze di altri (come i dirigenti delle grandi imprese o gli insegnanti delle Università). Si trattava quasi sempre di uomini: in Francia nel 1914, in un Paese e in un periodo in cui la condizione femminile era molto migliorata rispetto all’Ottocento, le donne avvocato erano solo una dozzina, quelle medico poche centinaia. Le donne della borghesia, quindi, raramente erano borghesi in quanto svolgevano una professione “borghese”: lo erano perché figlie o mogli di uomini appartenenti a questa classe sociale.

Un collegio femminile di medicina a New York nel 1870; una grande novità per l’epoca

La piccola borghesia era assai meno ricca e potente dell’alta e media borghesia, anche se più numerosa. Essa era costituita da artigiani, negozianti, osti e altri lavoratori in proprio. Di questa classe facevano parte anche gli impiegati (che lavoravano in uffici pubblici o in imprese private) e che venivano indicati solitamente come “ceto medio”.
Una parte della borghesia, soprattutto in alcuni Paesi come la Francia, non viveva del proprio lavoro, bensì di rendite, basate sui capitali investiti in edifici (case date in affitto) o in titoli di Stato, ossia in prestiti fatti allo stato, da cui ricavare degli interessi fino a che il prestito non fosse stato rimborsato. Tali rendite assicuravano un guadagno senza rischi. Molti liberi professionisti si ritiravano dal lavoro, dopo aver accumulato rendite sufficienti per vivere senza lavorare.

In questo celebre dipinto (Bal au Moulin de la Galette) l’autore (Pierre-Auguste Renoir) ha rappresentato nel 1876 la spensieratezza di una piccola e media borghesia in uno dei momenti storici più importanti della sua esistenza

I contadini delle campagne costituivano all’inizio del secolo la maggioranza della popolazione in tutti gli Stati europei, ma il loro numero andò continuamente diminuendo negli Stati industrializzati. Anche se non mancavano i contadini ricchi, molti di loro vivevano in condizioni di grande povertà, certamente non migliori di quelle degli operai, che facevano parte del proletariato urbano.
Questo ceto sociale era formato da salariati che svolgevano lavori diversi: nelle fabbriche erano impiegati, appunto, gli operai, il cui numero crebbe notevolmente con la diffusione della seconda rivoluzione industriale; molti lavoratori, per lo più donne, lavoravano a domicilio (cioè in casa) per le industrie tessili, grazie alla macchina da cucire; altri erano domestici, che lavoravano nelle case dei nobili e dei borghesi.

Sarta a domicilio a Quinto di Treviso nel 1884

A causa della grande povertà, il proletariato viveva in case sovraffollate e in cattive condizioni igieniche. Questa situazione provocava una forte mortalità: le epidemie di colera del XIX secolo colpirono soprattutto i quartieri popolari e nel 1832 questa malattia uccise 18.602 persone nella sola Parigi.
Ancora peggiori erano le condizioni di coloro che non avevano un lavoro fisso e vivevano di lavori precari, se non di elemosina o di attività criminali; diffusa era la prostituzione femminile.

Dall’alto a sinistra e in senso orario: contadini italiani, minatori statunitensi, bambini mendicanti a New York, allevatori di pecore in Nuova Zelanda

Stipendiati con salari molto bassi, che garantivano di solito la pura sopravvivenza, e costretti a orari di lavoro massacranti, gli operai delle industrie cominciarono fin dai primi decenni dell’Ottocento ad avanzare (a richiedere) due rivendicazioni principali: l’aumento del salario e la riduzione dell’orario di lavoro.
Per far accettare le loro richieste, essi ricorrevano allo sciopero, cioè al rifiuto di lavorare: lo sciopero danneggiava il proprietario delle fabbriche, perché ogni interruzione della produzione comportava un mancato guadagno. Sciopero e manifestazioni accompagnarono la diffusione delle industrie, prima in Inghilterra (1816-1819), poi negli altri Paesi dell’Europa occidentale (come la Francia: Lione 1831; Parigi 1834).

“Sciopero”, un dipinto del 1895 dell’ungherese Mihaly Munkacsy

Perché lo sciopero avesse successo, i lavoratori dovevano organizzarsi: nacquero perciò i primi sindacati, che erano appunto associazioni di lavoratori, riuniti per organizzare scioperi e manifestazioni di protesta.
Nacquero anche movimenti e partiti politici, che ponevano al centro della loro azione proprio la questione sociale, vale a dire il problema delle condizioni di lavoro e di vita della parte più numerosa della società (dapprima il proletariato urbano, poi anche quello rurale); per questo motivo essi furono chiamati partiti socialisti o partiti dei lavoratori, come in Germania nel 1875 o in Italia nel 1892. Tali partiti rappresentavano inizialmente gli interessi degli operai e richiedevano una profonda trasformazione della società: essi volevano l’estensione del diritto di voto a tutti, una redistribuzione delle ricchezze tra i cittadini e talvolta l’abolizione della proprietà privata e la messa in comune tra tutti dei beni esistenti (coloro che sostenevano questo vennero detti comunisti e comunismo il loro movimento).

Manifesto per il giornale “Avanti!” e copertina di una pubblicazione mensile socialista

Movimenti e partiti diffondevano le loro idee attraverso i giornali, anche se gli operai erano spesso in maggioranza analfabeti; trovarono però persone istruite (scrittori o maestri di scuola), che spiegavano le loro richieste ai salariati e che facevano di tutto per spingere gli operai ad alfabetizzarsi, magari frequentando delle scuole serali dopo il lavoro.
All’interno del socialismo (come venne chiamato genericamente il movimento che sosteneva la creazione di una società basata su una maggiore uguaglianza tra gli esseri umani) si crearono però delle posizioni molto diverse, che resero sempre difficile la collaborazione.
I socialisti rivoluzionari si ispiravano alle teorie di Karl Marx, un filosofo tedesco che assieme al connazionale Friedrich Engels aveva pubblicato nel 1848 il Manifesto del Partito Comunista, in cui sosteneva che il proletariato avrebbe dovuto prendere il potere con una rivoluzione.

Karl Marx e Friedrich Engels ai lati della copertina del loro “Manifesto del Partito Comunista”

Ai socialisti rivoluzionari si opponevano i socialisti riformisti (o socialdemocratici), secondo i quali la condizione operaia avrebbe potuto essere migliorata attraverso una serie di riforme pacifiche, senza quindi il ricorso a una rivoluzione.
Altri invece sostenevano che solo eliminando ogni governo, e quindi ogni potere di un uomo su altri uomini, sarebbe stato possibile costruire una società più giusta: costoro erano gli anarchici. Essi ritenevano che qualunque tipo di stato poteva solo creare una situazione di disuguaglianza, in quanto qualcuno avrebbe avuto comunque più potere degli altri. Per questo prevedevano la creazione di consorzi (cioè associazioni) agrari e industriali, formati da contadini e operai, all’interno dei quali essi avrebbero organizzato da sé il proprio lavoro: tutti gli uomini, infatti, dovevano essere completamente liberi, senza nessun limite, se non quello imposto dal rispetto della libertà altrui.

Due modi diversi di vedere l’anarchia: a sinistra un’illustrazione brasiliana in cui un anarchico guarda sorgere la libertà, mentre calpesta i teschi del clero, del capitalismo, del militarismo, eccetera; a destra una vignetta statunitense che rappresenta un anarchico intento ad attentare alla libertà, simboleggiata dalla Statua della Libertà

Nel 1864 sindacalisti inglesi e francesi diedero vita alla Prima Associazione Internazionale degli operai (o semplicemente Prima Internazionale), perché pensavano che sarebbero riusciti a ottenere risultati migliori solo se avessero unito le loro forze. Nonostante i disaccordi interni tra i riformisti e i rivoluzionari, la Prima Internazionale riuscì ad avere una notevole importanza politica, tanto che la borghesia la considerò una grave minaccia per i suoi interessi economici e il suo potere politico.

Disegno illustrativo dei lavori preparatori per la Prima Internazionale a Londra

Dopo la Comune di Parigi, la Prima Internazionale si sciolse (1872), anche a causa dei gravi dissidi al suo interno. Una Seconda Internazionale fu ricostituita solo nel 1891. I contrasti tra riformisti e rivoluzionari continuarono, ma le tendenze riformatrici divennero maggioritarie, anche perché in diversi Paesi europei, come la Germania, stavano formandosi partiti socialdemocratici, contrari a una rivoluzione.

Manifesto per la Seconda Internazionale: sopra la “Bandiera dell’Umanità” ci sono le scritte della Rivoluzione francese: libertà, uguaglianza, solidarietà

Anche gli anarchici parteciparono ai lavori delle Internazionali, ma per le nette diversità di opinione ne furono espulsi. Ciò non impedì che le teorie anarchiche si diffondessero, in particolare tra i lavoratori dei Paesi meno industrializzati, come l’Italia e la Spagna, ma anche la Russia e la Svizzera. In quegli anni alcuni anarchici sostennero la necessità di passare all’azione diretta contro il potere, uccidendo re, imperatori, presidenti. Organizzarono una serie di attentati, che provocarono la morte del presidente francese Carnot (1894), di quello spagnolo Canovas del Castillo (1897), dell’imperatrice d’Austria Elisabetta (la famosa principessa Sissi di una serie di film del XX secolo, 1898), del re d’Italia Umberto I (1900) e del presidente statunitense McKinley (1901).

Da sinistra, 3 illustrazioni d’epoca sugli attentati anarchici contro l’imperatrice Elisabetta, il presidente Carnot e il re Umberto I

Questi attentati portarono a una durissima repressione del movimento anarchico: molti tra i principali esponenti furono arrestati e condannati a lunghi periodi di carcere e in diversi Stati vennero emanate leggi volte a reprimere completamente il movimento.
Ma anche contro i socialisti e contro qualunque forma di protesta sociale la reazione dei vari governi europei fu inizialmente basata sulla repressione: la formazione di sindacati fu vietata e l’esercito venne inviato ovunque ci fossero operai che protestavano (come successe a Milano nel 1898, quando al generale Bava Beccaris fu ordinato di prendere a cannonate la folla in tumulto contro il carovita, provocando un centinaio di morti e circa 450 feriti).

La guardia nazionale spara contro i manifestanti durante uno sciopero a Chicago nel 1894

La repressione dei governi, però, aggravò le tensioni esistenti tra gli operai e gli imprenditori e non furono rari gli episodi di violenza sia contro i proprietari, sia contro quegli operai che rifiutavano di scioperare (ed erano detti crumiri, da un termine francese a sua volta derivato dal nome di una tribù dell’Africa settentrionale che si era ribellata alla Francia). Le tensioni sociali portarono anche a rivolte locali ed ebbero una grande importanza nelle rivoluzioni di Parigi del 1848 e del 1871.
Per questo molti governi scelsero successivamente di intervenire per ridurre le tensioni ed evitare rivolte. Venne regolato il lavoro minorile e quello femminile: ad esempio in Prussia nel 1839 venne proibita l’assunzione nelle fabbriche di bambini al di sotto dei nove anni e l’orario per i ragazzi fu limitato a dieci ore (in Italia qualcosa di analogo avvenne con una legge del 1886). In Inghilterra, Germania, Francia vennero approvate leggi che proibivano alle donne il lavoro in miniera, il lavoro notturno, il lavoro domenicale e imponevano una riduzione dell’orario lavorativo. Leggi di questo tipo erano spesso richieste dai sindacati maschili, che temevano la concorrenza maschile, e finirono per ridurre le possibilità di lavoro delle donne.

Donne in una fabbrica (probabilmente a fine Ottocento)

In Australia e Nuova Zelanda venne anche realizzata una legislazione sociale a tutela dei lavoratori: in Australia il governo stabilì la giornata lavorativa di 8 ore nel 1856; la Nuova Zelanda introdusse le pensioni di vecchiaia, per chi non era più in grado di lavorare, nel 1898. In Europa leggi che tutelavano i lavoratori adulti vennero approvate solo all’inizio del Novecento.

Nella società ottocentesca il ruolo delle donne merita un approfondimento.
Se fino alla metà del XIX secolo le donne della borghesia avevano collaborato con i mariti nel lavoro (tenendo i conti, occupandosi del negozio quando il marito era in giro per affari, sorvegliando i dipendenti), nella seconda metà dell’Ottocento molte donne borghesi assunsero uno stile di vita simile a quello delle aristocratiche, per le quali ogni attività lavorativa era disonorevole: il loro compito era esclusivamente quello di occuparsi della casa e della famiglia.

“The Bayswater Omnibus”, un dipinto del 1895 di George W. Joy, raffigura tre donne della borghesia (sulla destra) e una donna del popolo (a sinistra)

Nelle classi sociali inferiori, invece, molte donne avevano necessità di un lavoro, che permettesse di arrotondare il magro stipendio del marito. Così lavoravano in fabbrica e si occupavano dei figli e di tutte le faccende domestiche: dalla ricerca del cibo a un prezzo conveniente alla preparazione dei pasti, dalla provvista dell’acqua (perché nelle case non c’era acqua corrente) alla pulizia della casa e degli abiti. Altre donne si dedicavano anche a piccoli lavori, come le pulizie presso qualche famiglia e, negli ultimi decenni del secolo, al lavoro a domicilio per conto delle industrie di abbigliamento.
Nelle campagne le contadine lavoravano tanto quanto gli uomini: lavoravano anche in stato di gravidanza e riprendevano pochi giorni dopo aver partorito.

Un dipinto del 1880 di Julien Dupré, intitolato “Le raccoglitrici di grano”

In generale i lavori femminili erano meno qualificati e, anche quando svolgevano gli stessi lavori, le donne ricevevano salari inferiori. Inoltre diverse leggi limitavano le possibilità di lavoro femminile.
In tutta l’Europa la donna aveva una posizione nettamente inferiore a quella dell’uomo: doveva ubbidire al marito e non poteva disporre liberamente dei suoi beni, né del suo salario, se lavorava, perché era il marito a controllarli (o il padre, se era, come spesso succedeva, una ragazza non ancora sposata).
Inoltre le donne non potevano in nessun modo liberarsi dall’autorità del marito, neanche se venivano picchiate o trascurate. Per le legge la donna non poteva lasciare la casa del marito e in molti Stati il divorzio non era consentito: in Francia, dove era stato ammesso nel periodo rivoluzionario (1792), fu eliminato durante la Restaurazione (1816), per essere reintrodotto solo nel 1884.

“La dote”, dipinto di Vasili Pukirev del 1873: un uomo osserva attentamente ciò che la moglie ha portato in dote

Il comportamento della donna era molto più soggetto alle critiche e alla condanna sociale di quello dell’uomo, sia in città, sia in campagna. Ad esempio era considerato normale che un uomo avesse relazioni con altre donne o cercasse di averle; una donna invece non doveva avere relazioni prima del matrimonio e una volta sposata doveva rimanere fedele al marito. Era considerato naturale che il marito la sorvegliasse, che aprisse le lettere a lei indirizzate e che le impedisse di uscire.
Le donne che rimanevano incinte senza essere sposate cercavano di nasconderlo e spesso abbandonavano il bambino dopo la nascita (quando addirittura non lo uccidevano), perché la vita di una donna non sposata con un figlio era molto difficile: i casi di abbandono dei neonati erano perciò frequenti (furono 121.000 in Francia nel solo 1835) e solo verso la fine del secolo si cominciò a proibire le “ruote degli esposti”, una specie di cilindro girevole collocato nelle chiese o negli ospedali, dove si abbandonavano i figli indesiderati (in Italia la prima abolizione della ruota avvenne a Ferrara nel 1867).

Ruota degli esposti nell’antico ospedale di Santo Spirito in Saxia (a Roma)

Le donne erano svantaggiate anche nel campo dell’istruzione: erano escluse dagli studi superiori e nei Paesi cattolici l’analfabetismo femminile, molto diffuso, era maggiore di quello - pur alto - maschile. Molti uomini ritenevano infatti che non fosse necessario dare un’istruzione alle ragazze, che avrebbero potuto imparare dalle madri come occuparsi della famiglia e della casa, poiché questi erano i soli lavori concessi al genere femminile.
Le donne erano escluse dal voto, anche nei Paesi in cui esisteva un suffragio universale maschile (come in Francia, dal 1848).
Nella seconda metà dell’Ottocento molte donne però cominciarono a rivendicare il loro diritto a votare. Si formarono organizzazioni di donne che lottavano per ottenere questo diritto, come in Inghilterra, dove nel 1860 nacque la Women Suffrage Association (Associazione per il voto alle donne). Le suffragette, come furono chiamate per derisione le donne che chiedevano il diritto di voto, organizzarono proteste e manifestazioni. Nel corso dell’Ottocento le donne ottennero talvolta il diritto di voto a livello locale (in Inghilterra nel 1869 per i consigli comunali e nel 1880 per i consigli di contea), ma non a livello nazionale, ad eccezione della Nuova Zelanda (1893) e dell’Australia (1894); nel 1906 lo ottennero in Finlandia e poi in Norvegia.

Due foto emblematiche dei primi del ‘900: chi è a favore, chi è contrario al suffragio femminile



lunedì 15 febbraio 2016

74 La seconda rivoluzione industriale

LA SECONDA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

La seconda rivoluzione industriale fu l’insieme delle profonde trasformazioni nella produzione industriale che avvennero tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quando l’economia industriale si diffuse dall’Inghilterra, in cui era nata, ad altri Stati.
La seconda rivoluzione industriale fu caratterizzata da tre fattori:
1- la produzione di acciaio
2- lo sviluppo dell’industria chimica
3- l’uso dell’elettricità.
L’acciaio (una lega di ferro e carbonio), che può essere lavorato meglio del ferro ed è più elastico, divenne meno costoso grazie ai nuovi metodi di produzione e venne utilizzato nella costruzione di edifici (ad esempio i grattacieli), ponti (come quello di Brooklyn a New York), navi (in particolare le corazzate da guerra), binari ferroviari (che sopportavano meglio le variazioni di temperatura), macchine industriali. Si dice comunemente che la torre Eiffel (inaugurata per l’esposizione universale del 1889) sia stata progettata proprio per dimostrare le possibilità offerte da questa lega nel campo dell’edilizia: in realtà non è così, poiché la torre è costruita in ferro puddellato, che è comunque una lega ottenuta dalla ghisa, ma non è esattamente acciaio.

Due immagini moderne del Ponte di Brooklyn

L’industria chimica si sviluppò grazie a una serie di scoperte, che permisero di ottenere prodotti molto diversi: fertilizzanti, in grado di aumentare la produzione agricola; coloranti artificiali, meno costosi e spesso più resistenti di quelli naturali; vernici con cui fu possibile colorare qualunque materiale; farmaci, in grado di curare diverse malattie; esplosivi, tra cui la dinamite (scoperta da Alfred Nobel, nel 1866), che ridussero la fatica umana nei lavori di scavo, ma vennero anche usati per la fabbricazione di bombe.

A sinistra una statua ad Alfred Nobel a Stoccolma; a destra la celebre effige di 4 presidenti statunitensi sul Monte Rushmore (nel Dakota del Sud – U.S.A.) che venne realizzata per il 90% con l’impiego della dinamite

L’energia elettrica, grazie alle invenzioni che ne resero possibile l’uso, venne ampiamente utilizzata nelle industrie, nell’illuminazione (lampadina di Edison, 1879) e nei trasporti (tram a elettricità, 1884). Essa rese possibili grandi trasformazioni nel settore delle comunicazioni, che divennero possibili a distanze fino ad allora inimmaginabili con l’ausilio di cavi elettrici: venne inventato prima il telegrafo (Samuel Morse, 1837), che trasmetteva impulsi elettrici di durata variabile; poi il telefono (Antonio Meucci, 1876), che trasmetteva direttamente la voce umana. Sebbene l’impiego di cavi elettrici ne rendesse complicato l’uso, per la prima volta con questi nuovi strumenti era possibile comunicare con persone situate a grande distanza, senza che qualcuno si dovesse spostare. Grazie agli studi sulle onde elettromagnetiche fu poi possibile realizzare il telegrafo senza fili, che non necessitava di cavi.

A sinistra un telegrafo di Morse, a destra ricostruzione del telefono di Meucci

Un’altra innovazione importante fu la fotografia, che si sviluppò a partire dal 1835 circa e permise di fissare immagini statiche ma reali in bianco e nero. Dagli sviluppi della fotografia nacque il cinema (fratelli Lumière, 1895), che fissava le immagini in movimento.

4 fotogrammi da uno dei primi film dei fratelli Lumière, il celebre “L’arrivée d’un train en gare de La Ciotat” (L’arrivo di un treno nella stazione di La Ciotat)

Anche nei trasporti avvennero cambiamenti rivoluzionari: la bicicletta (Starley, 1884) ebbe subito un enorme successo, grazie ai costi contenuti. L’automobile, nata alla fine del secolo grazie a diverse invenzioni (il motore a scoppio, il carburatore, il radiatore, eccetera), inizialmente ebbe invece uno sviluppo più limitato, perché era molto più costosa, e solo dopo la Prima guerra mondiale (1914-1918) divenne negli Stati industrializzati un mezzo di trasporto largamente utilizzato.

Da sinistra, un biciclo del 1869, la bicicletta di Starley del 1884, un manifesto della Fiat d’inizio ‘900
Il dirigibile (un veicolo più leggero dell’aria, come la mongolfiera, ma di cui è possibile dirigere il movimento) fu inventato in Francia nel 1850; nel 1900 nacque il dirigibile ad armatura rigida, ad opera del tedesco Ferdinand von Zeppelin; nel 1903, infine, venne inventato l’aeroplano (fratelli Wright).

Cartolina di inizio Novecento, che illustra il passaggio dalla mongolfiera, al dirigibile, all’aereo

Numerose altre invenzioni avvennero in questo periodo: la macchina da cucire rese possibile il lavoro a domicilio (in casa) di molte donne, per conto delle industrie tessili; la macchina da scrivere rivoluzionò il lavoro in ufficio.
Grandi sviluppi si ebbero in numerose scienze: nacque la genetica, che studia la trasmissione delle caratteristiche ereditarie (studi di Gregor Mendel); la psicologia fu rinnovata dall’opera del medico viennese Sigmund Freud; la fisica fu completamente rivoluzionata da scienziati come James Maxwell (studi sull’elettromagnetismo), Albert Einstein (ideatore della teoria della relatività generale) e Max Planck (iniziatore della fisica quantistica); lo studio della natura subì una svolta grazie all’opera di Charles Darwin, che formulò la teoria dell’evoluzione.

Dall’alto a sinistra in senso orario: Mendel, Freud, Maxwell, Darwin, Planck e Einstein

Anche la medicina conobbe un grande sviluppo: furono scoperti i raggi X, che permettevano di individuare fratture ossee e problemi interni nel corpo umano, non visibili a occhio nudo (1895); il vaccino contro la rabbia (Pasteur, 1885) sconfisse una malattia molto pericolosa; la sterilizzazione degli strumenti eliminò la forte mortalità negli ospedali, dovuta al contagio tra pazienti diversi; l’uso dell’etere nell’anestesia chirurgica rese le operazioni meno dolorose; l’invenzione dell’incubatrice (la culla riscaldata per i bambini nati prematuri) contribuì alla diminuzione della mortalità infantile; nel 1875 si cominciò a usare l’aspirina contro la febbre; nello stesso anno la scoperta del Ddt (un potente insetticida) consentì progressi decisivi nella lotta contro le zanzare portatrici della malaria.

“La clinica Agnew”, di Thomas Eakins; in questo dipinto del 1889 un gruppo di medici effettua un’operazione su una paziente alla quale sono stati somministrati i vapori dell’etere, sotto lo sguardo attento degli studenti di medicina

Progressi importanti ci furono nell’industria alimentare, che si servi di nuove tecniche, quali la pastorizzazione (dal nome di Louis Pasteur, lo stesso medico che aveva scoperto il vaccino contro la rabbia) per la conservazione dei prodotti alimentari, il congelamento dei cibi (dapprima le carni bovine, poi le verdure), l’inscatolamento dei prodotti alimentari, che permise la vendita degli stessi a grandi distanze. Questi progressi contribuirono a ridurre notevolmente gli effetti a cui andava incontro una popolazione colpita da carestia.

Fabbrica francese per l’inscatolamento di alimenti (1870)

I grandi progressi scientifici e le invenzioni spinsero molte persone a pensare che la scienza avrebbe permesso di risolvere tutti i problemi esistenti. Alcuni ritenevano che, applicando il metodo scientifico alle forme di governo, sarebbe stato possibile migliorare le condizioni di vita di tutti gli uomini, portando al superamento di rivolte e lotte sociali. I sostenitori di queste idee, che posero le basi di una nuova filosofia detta Positivismo (dall’opera di Auguste Comte, Corso di filosofia positiva, 1830-1842), contribuirono a diffondere la speranza che l’umanità fosse destinata a un continuo progresso. Dal Positivismo alcuni scrittori ricavarono un nuovo modo di comporre opere letterarie, creando diversi movimenti culturali (in Francia il Naturalismo, in Italia il Verismo).

Da sinistra: il filosofo Auguste Comte, lo scrittore francese Émile Zola, l’italiano Giovanni Verga

Invenzioni e innovazioni favorirono un grande sviluppo dell’industria, del commercio e delle attività finanziarie: rivoluzionario fu, verso la fine del secolo, il ricorso massiccio al petrolio, il combustibile destinato a sostituire il carbone come fonte di energia.

Macchine per la trivellazione del petrolio in Pennsylvania (U.S.A.) nel 1864:
l’estrazione di questo combustibile divenne un’operazione condotta su larga scala intorno al 1880, negli Stati Uniti e in Russia

 La crescita economica che coinvolse l’Europa (non tutta) e gli Stati Uniti d’America non fu però continua, bensì soggetta a fluttuazioni, cioè a un alternarsi irregolare di periodi di sviluppo e di periodi di crisi. Le industrie, infatti, tendevano a produrre il più possibile, per realizzare maggiori guadagni, ma in certi periodi la produzione era eccessiva e rimaneva invenduta. Quando ciò si verificava, le industrie licenziavano gli operai, ma l’aumento della disoccupazione e quindi della povertà costringeva la gente a ridurre le spese e tutti gli acquisti non necessari: i consumi allora calavano ancora di più e altre industrie entravano in crisi. Successivamente, a distanza di mesi o di anni, si aveva una ripresa economica, che veniva rafforzata dalla riduzione della disoccupazione e dalla ripresa dei consumi.

Vignetta satirica anticapitalista, con gente comune che offre sacchetti di tasse e salari a ricchi industriali, detti “Robber Barons” (= baroni-rapinatori)

Nei periodi di crisi spesso gli stati imponevano forti tariffe doganali (tasse sulle merci importate dall’estero), per proteggere le proprie industrie dalla concorrenza delle industrie straniere (questo fenomeno è detto protezionismo). Quando un Paese aumentava le tariffe, di solito anche gli altri stati facevano altrettanto: in questo modo il protezionismo ostacolava il commercio internazionale, ma danneggiava anche tutte quelle industrie che lavoravano per l’estero. Nei periodi di crescita economica le tariffe doganali venivano di solito abbassate e si aveva quindi una situazione di libero scambio, cioè di libera circolazione delle merci da un Paese all’altro.
Le crisi periodiche provocavano il fallimento di molte industrie, le quali erano costrette a chiudere la propria attività per l’accumularsi dei debiti; rimanevano nei diversi settori solo le industrie più forti, in grado di affrontare un periodo di difficoltà. Questa situazione determinò una forte concentrazione economica, per cui le imprese che fornivano un certo bene o un certo servizio erano controllate da un numero ristretto di imprenditori; nacquero allora grandi gruppi che controllavano interi settori. In alcuni casi si arrivò a situazioni di monopolio, ossia un unico produttore controllava interamente la produzione di un bene o la distribuzione di un servizio e poteva perciò imporre i prezzi che voleva. Poiché questa situazione danneggiava l’intera economia, molti governi (come quello statunitense nel 1890) approvarono leggi contro i monopoli, i cartelli e i trust: i cartelli sono gli accorsi tra aziende diverse per imporre un prezzo comune a una data merce, i trust sono associazioni tra aziende diverse che mirano a ottenere il monopolio in un certo settore.
Il sistema economico fu rivoluzionato anche dalla forte diffusione della carta-moneta, cioè delle banconote, che sostituirono le monete metalliche; esse vennero emesse prima da banche private, poi dallo Stato.

Vignetta satirica del 1883 in cui una massa di lavoratori di vari mestieri sostiene la zattera su cui stanno comodamente seduti i grandi industriali e banchieri


domenica 31 gennaio 2016

73 L'America nel XIX secolo



L’AMERICA NEL XIX SECOLO

IL CANADA

Finita la guerra d’indipendenza americana, migliaia di lealisti anglofoni (cioè i coloni di lingua inglese rimasti fedeli alla corona inglese) lasciarono le 13 colonie britanniche ormai divenute Stati Uniti d’America e si rifugiarono nel Québec meridionale, la regione tra il fiume Ottawa e il lago Ontario, dove erano presenti numerosi coloni di origine francese.

“Inverno sui Monti Laurenziani” di Cornelius David Krieghoff (1867)

Ben presto i lealisti britannici richiesero l’istituzione di leggi inglesi e di organi che li rappresentassero; ciò indusse il governo di Londra a dividere nel 1791 il Québec in due province: il Basso Canada (Québec) a maggioranza francofona, e l’Alto Canada (Ontario) anglofono. Ciascuna provincia avrebbe avuto assemblee elettive a fianco di organi di governo e queste istituzioni vennero estese anche in altre province del territorio nord-americano.
Il tentativo di invasione del Canada da parte degli U.S.A. (1812-1814) venne respinto però proprio dall’unità che anglofoni e francofoni riuscirono a trovare.

Dipinto del 1896 di John David Kelly raffigurante la battaglia di Queenston Heights (nell’Ontario) del 1812, tra statunitensi e inglesi

Ma questa unità si incrinò qualche anno dopo, quando la maggioranza francofona (composta soprattutto da contadini) si trovò in contrasto con la minoranza anglofona, che dominava i settori della finanza e del commercio.
Il contrasto sfociò in un duplice tentativo insurrezionale nel Québec e nell’Ontario, che però fallì. Il governo di Londra rispose alla crisi creando nel 1840 il Canada Unito e non riconoscendo più il francese come lingua ufficiale.
La convergenza d’interessi tra la borghesia inglese e quella francese portò successivamente ad accordi, che indussero la Gran Bretagna ad emanare nel 1867 il British North America Act. Con questo provvedimento il Canada diventava uno Stato federale, con il potere diviso tra le varie province e un governo centrale con sede a Ottawa e competente nelle materie di interesse comune. La nuova entità politica si allargò fino a comprendere l’intero Canada attuale (tranne Terranova, che sarebbe entrata nell’unione solo nel 1949); nel 1871 la federazione canadese si estendeva dall’Atlantico al Pacifico, aveva una popolazione di 3 milioni di abitanti e si sviluppò sia nell’economia (con l’agricoltura come settore fondamentale, ma anche con una progressiva crescita industriale), sia nel settore delle comunicazioni.

Illustrazione raffigurante la Cattedrale di Notre-Dame e la Piazza del mercato a Québec City nel 1850

GLI STATI UNITI

Dopo l’indipendenza era cominciato per gli U.S.A. un periodo di rapida espansione territoriale, che li portò a metà del XIX secolo ad essere una potenza economica e militare in grado di competere con le nazioni europee. In pochi decenni gli Inglesi, i Francesi e gli Spagnoli, che prima avevano dominato l’interno del Nord America, furono completamente cacciati fuori dal continente o spinti ai margini di esso (come avvenne con gli Inglesi nel Canada). Nel 1819 gli Spagnoli del Messico firmarono un trattato con gli U.S.A., in base al quale la Florida veniva venduta agli Stati Uniti; nel 1845 il Texas diventava statunitense e poco dopo (1846 e 1848) lo stesso accadeva con tutta la costa del Pacifico.

L’espansione degli Stati Uniti d’America (tra parentesi l’anno d’ingresso dei singoli Stati nella federazione)

I nuovi territori erano popolati in larga maggioranza da indigeni americani, chiamati indiani, ma vi erano anche fortini militari e piccoli insediamenti di coloni, più numerosi lungo le coste. In tutta questa regione, chiamata Far West (il lontano Ovest) cominciarono a stabilirsi sempre più numerosi i coloni europei, che erano allevatori (cowboys) attratti dai grandi pascoli, o cercatori d’oro, come quelli che diedero vita alla grande corsa all’oro in California nel 1848. Questi coloni avevano, inoltre, un alto indice di natalità, tale da far raddoppiare ogni 22 anni la popolazione americana.

Una famiglia di pionieri in Nebraska (1886 circa)

L’espansione verso ovest di quella che era chiamata la frontiera era vista dagli americani come un’operazione fatta in nome di Dio e del progresso e trovò la sua giustificazione nel cosiddetto Manifest Destiny: in esso nel 1830 il presidente Andrew Jackson scrisse:
«Quale uomo saggio potrebbe preferire un Paese coperto di foreste e attraversato da qualche migliaio di selvaggi alla nostra estesa Repubblica, costellata di paesi, città e prosperose fattorie […], occupata da più di 12 milioni di gente felice e colma di ogni benedizione di libertà, civiltà e religione?».

Caccia al bisonte, dipinto di Frederic Remington del 1890

Man mano che i territori dell’interno venivano popolati dai coloni, essi entravano a far parte della federazione come nuovi Stati: i 13 Stati originari alla fine dell’Ottocento era diventati 45, collegati da una rete ferroviaria che già nel 1850 superava i 50.000 chilometri, da rapidi bastimenti a vapore e a vela e dal telegrafo, che, appena inventato, permetteva di avvicinare luoghi lontani a Washington, il centro politico della Repubblica.

Foto del 1869 per celebrare il completamento della linea ferroviaria transcontinentale nello Utah

I coloni e l’esercito statunitense costrinsero le tribù indiane a lasciare le proprie terre: molte accettarono di cedere una parte del territorio, in cambio della garanzia di poter continuare a vivere sul territorio restante, ma questi trattati non furono mai rispettati dal governo statunitense. Gli indiani cercarono allora di difendersi dalla continua espansione, combattendo sotto la guida di capi come Cochise e Geronimo (degli Apache) e Piccolo Corvo, Nuvola Rossa e Toro Seduto (dei Sioux). Si ebbero, perciò, soprattutto nella seconda metà del secolo, molte guerre tra i bianchi e i nativi americani (sono dette guerre indiane), durante le quali gli indigeni americani furono massacrati con tutti i mezzi: vennero perfino distribuite loro coperte infette da vaiolo per eliminarli.

Da sinistra: Geronimo, Piccolo Corvo e Toro Seduto

L’epilogo delle guerre indiane si ebbe il 29 dicembre 1890 con il massacro di Wounded Knee nel Dakota, quando i Sioux, che si erano rifiutati di abbandonare la pratica di un loro rito guerriero, furono circondati da un reggimento di cavalleria e sterminati; qualche giorno prima era stato assassinato il loro capo Toro Seduto.
Gli indiani superstiti di queste guerre, una minima parte dell’intera popolazione indigena, vennero rinchiusi in riserve, create nelle regioni meno fertili.

Fossa comune per i nativi massacrati a Wounded Knee (1 gennaio 1891)

Gli Stati Uniti erano governati da un sistema bipartitico: da una parte il partito democratico, dall’altra prima il partito whig, poi, dal 1854, il partito repubblicano. Questi partiti contrapposti seppero trovare sempre una mediazione su alcuni temi fondamentali, quali l’espansionismo e la guerra contro i nativi; non seppero invece raggiungere un compromesso sul tema della schiavitù, che investiva l’economia del Paese.
Negli Stati settentrionali nel corso del XIX secolo si era verificato un tale sviluppo industriale, da fare degli U.S.A. una delle nazioni più industrializzate del mondo e una meta agognata per molti immigrati dall’Europa. Nel 1850 gli Stati del Nord degli U.S.A. ospitavano due terzi della popolazione totale e controllavano la vita politica della federazione. Questa situazione provocava un forte malcontento da parte degli abitanti degli Stati meridionali, che si trovavano in minoranza.

Una manifattura a Boston (tra il 1813 e il 1816)

Negli Stati del Sud era aumentata fortemente l’estensione delle piantagioni di cotone, per la grande richiesta dell’industria tessile inglese e poi degli stessi Stati Uniti. Nelle piantagioni la manodopera era costituita da schiavi neri (ve n’erano 4 milioni nel 1860), il cui valore era in continuo aumento, perché la tratta degli schiavi era stata proibita da accordi internazionali nel 1818 e quindi non era possibile importarne altri.

Schiavi neri in una piantagione

Negli Stati Uniti, però, soprattutto negli Stati del Nord, molti cominciarono a richiedere l’abolizione della schiavitù, considerata inumana: saggi e romanzi (tra cui il famosissimo La capanna della zio Tom, della scrittrice Harriet Beecher-Stowe, pubblicato nel 1852) fecero conoscere il problema negli Stati del Nord, dove la schiavitù non esisteva più. Si ebbero perciò forti tensioni tra gli Stati del Sud, dove la schiavitù aveva un ruolo fondamentale nell’economia, e gli Stati del Nord, dove si stava formando una maggioranza favorevole all’abolizione della schiavitù.

Illustrazione per la Capanna dello zio Tom, un libro che contribuì a diffondere negli Stati Uniti l’abolizionismo della schiavitù

Quando venne eletto presidente Abraham Lincoln, abolizionista, alcuni Stati del Sud decisero di staccarsi dagli Stati Uniti: gli Stati del Nord non accettarono questa separazione (o secessione, come venne chiamata) e scoppiò una sanguinosa guerra civile (una guerra si definisce civile, quando viene combattuta tra cittadini della stessa nazione). Chiamata guerra di secessione, essa fu combattuta tra il 1861 e il 1865 e provocò la morte di oltre 600.000 soldati.

Illustrazione per la battaglia di Chattanooga (del 1863), una delle tante battaglie della Guerra di secessione

La vittoria dell’esercito del Nord portò nel 1865 all’abolizione della schiavitù, ma ancora per più di un secolo i neri non ottennero la parità dei diritti. Inoltre i contrasti tra Nord e Sud degli U.S.A. rimasero forti: nel Sud molti continuarono ad essere ostili al governo federale e il 14 aprile 1865 un fanatico sudista uccise Lincoln, che era stato rieletto presidente l’anno precedente.

L’assassinio di Abraham Lincoln in una litografia dell’epoca


L’AMERICA LATINA

La situazione nell’America centro-meridionale (o America latina, poiché vi si parlano lo spagnolo e il portoghese, due lingue neolatine) era ben diversa. Pur ricco di risorse, il sud del continente si era impoverito nel corso di secoli di sfruttamento coloniale.

Acquerello di Carlos Julião del 1775 raffigurante degli schiavi che spaccano pietre per ricavarne diamanti nelle miniere di Serro Frio in Brasile

Dopo l’indipendenza, raggiunta nei primi trent’anni del XIX secolo, tra i nuovi Stati si crearono spesso contrasti, che portarono a una lunga serie di guerre, a cambiamenti di confine e alla divisione di alcuni degli Stati che vi erano sorti: ad esempio la Repubblica della Grande Colombia si divise nel 1830 in tre Stati (Colombia, Venezuela ed Ecuador), mentre tra il 1838 e il 1841 le Province Unite dell’America Centrale si divisero in cinque piccoli Stati: l’Honduras, El Salvador, il Guatemala, il Nicaragua e il Costa Rica.

Il venezuelano Simón Bolívar dopo la battaglia di Carabobo rende omaggio alla bandiera venezuelana; Bolívar diede un contributo decisivo all’indipendenza dalla Spagna di Venezuela, Perù, Colombia e altri Stati dell’America latina, ma, accusato di mire dittatoriali e sfuggito a un attentato, si ritirò dalla scena politica

A causa delle continue guerre l’esercito ebbe sempre un grande potere e in tutti gli Stati dell’America centro-meridionale generali ambiziosi si impadronirono del potere, dando vita a dittature militari e a una generale instabilità politica.
All’interno di questi Stati i coloni europei, che costituivano circa il 20% della popolazione, ottennero tutto il potere, da cui furono escluse le popolazioni indigene (40-45% di amerindi), i meticci (30%) e gli schiavi neri (5%), che erano numerosi solo nelle isole Antille. La ristretta aristocrazia che deteneva il potere possedeva anche la grande maggioranza delle terre, mentre il resto della popolazione viveva in miseria ed era priva di istruzione.

Un dipinto di Vicente Albán del 1783, intitolato “Frutti dell’Ecuador”, rappresenta una nobildonna spagnola con la sua schiava nera

L’agricoltura rimase l’attività principale e non ci fu uno sviluppo industriale; perciò gli Stati dell’America latina si trovarono in una condizione di inferiorità, sia economica, sia politica, rispetto al loro potente vicino, gli Stati Uniti. Già nel 1830 il presidente statunitense James Monroe ammonì le potenze europee a non cercare di intervenire in America (dottrina di Monroe); invece gli Stati Uniti intervennero spesso nell’America latina, che si impoverì ulteriormente, mentre gli U.S.A. trassero alimento per il proprio sviluppo dallo sfruttamento delle ricchezze del meridione del continente.
Nel 1898 gli Stati Uniti tolsero alla Spagna le loro ultime colonie americane: Cuba e Puerto Rico.

Ritratto di James Monroe di William James Hubbard (1832 circa)