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venerdì 19 settembre 2014

21 Le ultime invasioni



LE ULTIME INVASIONI

Tra il IX e il X secolo nuovi popoli invadono l’Europa, sconvolgendola e mettendo fine alla rinascita carolingia:
- i Vichinghi
- gli Ungari
- gli Arabi.

I VICHINGHI

I Vichinghi (detti anche Normanni, cioè uomini del Nord, o Variaghi), abili navigatori, partivano dalle loro terre nell’Europa settentrionale per attaccare e saccheggiare villaggi, città e monasteri.
Essi non formavano un unico popolo; erano piuttosto un insieme di comunità, che abitavano territori diversi, si potrebbe dire delle isole separate fra loro, in particolare la Danimarca, la Norvegia e la Svezia meridionali. Né essi chiamavano se stessi Vichinghi: a chiamarli così erano le popolazioni delle coste francesi settentrionali e dei Paesi Bassi, dove ì viking voleva dire “saccheggiare” (ma l’etimologia del nome è incerta ed esistono molte altre interpretazioni). In effetti tra l’800 e il 1050 circa con le loro scorrerie i Vichinghi hanno signoreggiato sul Mare del Nord, sul Baltico, sul Mar di Norvegia e su tutto l’Atlantico settentrionale.

Nave vichinga attaccata da un enorme mostro marino, in una miniatura del XII secolo

Le cause della loro espansione furono molteplici: l’aumento della popolazione, i progressi nella costruzione delle imbarcazioni, forse anche il fatto che l’affermarsi dei Franchi con Carlo Magno aveva fatto capire quanto le terre a sud delle loro fossero ricche e anche facilmente conquistabili.
Tralasciando alcune scorribande precedenti, le prime incursione degli Uomini del Nord partirono dalla Danimarca verso le coste dei Paesi Bassi intorno all’810, poi, per circa un quarto di secolo, non ce ne furono altre. A partire dall’834 danesi e norvegesi attaccarono sia il continente sia le isole britanniche e pochi anni dopo le loro incursioni divennero ancora più pericolose, poiché non si limitavano alle coste, ma si spinsero all’interno, risalendo i grandi fiumi: Reno, Senna e Loira. Nell’845 arrivarono a Parigi e Carlo il Calvo, constatando che il suo esercito non avrebbe potuto respingerli, venne a patti con loro, offrendo un ricco bottino in argento, purché se ne andassero.
La stessa strategia venne adottata con altre incursioni successivi, mentre Lotario, fratello di Carlo, concesse in feudo dei territori sulle coste dell’Olanda a dei capi vichinghi, a patto che essi tenessero alla larga altri gruppi di predoni.

La cosiddetta “pietra di Smiss” (Gotland, secolo IX) che raffigura in alto un combattimento di due soldati, in basso una nave vichinga

Nell’865 le iniziative militari vichinghe si dirigono verso l’Inghilterra, che in circa dieci anni viene conquistata per tutta la metà orientale; la conquista della parte meridionale non riuscì, per la resistenza del re del Wessex (appunto l’Inghilterra meridionale), Alfredo.
All’inizio del IX secolo anche l’Irlanda viene assalita da Uomini del Nord, soprattutto norvegesi, che usarono l’isola principalmente per impiantarvi dei centri per il commercio, tra cui Dublino. La presenza vichinga in Irlanda durò fino al 1014, quando vennero sbaragliati da alcuni re irlandesi.
Le fonti dell’epoca descrivono i Vichinghi come guerrieri particolarmente feroci e assetati di sangue; sicuramente le loro gesta predatorie non furono pacifiche, ma forse c’è un po’ di esagerazione in questa descrizione. Allora infatti suscitò sgomento il fatto che i Vichinghi attaccassero un’istituzione (la Chiesa, in particolare i monasteri franco-britannici) che quasi mai prima di allora nell’Europa settentrionale era stata vittima di violenze. Del resto, essendo pagani, gli Scandinavi non erano trattenuti da scrupoli religiosi nei confronti dei monaci.

Una pietra incisa proveniente dal Gotland, datata intorno all’anno 1000, con raffigurazione del dio Odino che riceve i guerrieri vichinghi nel Walhalla (Stoccolma, Historiska Museet)

Essi non furono soltanto pirati, ma anche mercanti e si spinsero fino al Mediterraneo e, lungo i grandi fiumi russi, fino al Mar Nero. Si stabilirono nella zona nord-occidentale della Francia, che da loro prese il nome di Normandia, e in aree ancora spopolate, come l’Islanda e la Groenlandia, che essi chiamarono appunto così, con un’espressione che significa “terra verde”; l’archeologia ha dimostrato che all’epoca il clima era davvero più mite rispetto a quello odierno e che, quindi, lungo le coste potevano veramente crescere grandi foreste.
Fondarono o conquistarono regni in Inghilterra, nell’attuale Russia e in Italia meridionale. Arrivarono anche in America, principalmente nella terra di Baffin e nel Labrador, ma anche più a sud; i loro insediamenti nel continente di cui gli Europei avranno coscienza solo dopo i viaggi di Cristoforo Colombo furono però effimeri.

Una nave vichinga del IX secolo al Museo delle navi vichinghe di Oslo

GLI UNGARI

Nel IX secolo gli Ungari (o Ungheri, o anche Magiari), che vivevano ai confini con l’Asia, raggiunsero la pianura del Danubio, che da loro prese il nome di Ungheria (896). Da lì  cominciarono ben presto a scorazzare per tutta Europa, in parte soltanto per fare bottino e portarsi a casa gli ori e i tesori delle ricche abazie e chiese che incontravano nel loro cammino, in parte perché chiamati da diversi re e signori per combattere altri re e signori. Ad esempio nell’899 l’imperatore del Sacro Romano Impero Arnolfo li chiamò in Italia contro Berengario I, marchese del Friuli e aspirante re del Regno d’Italia; essi prestarono il soccorso richiesto, ma poi ne approfittarono per razziare e saccheggiare, tra le altre, Vercelli, Reggio Emilia e Modena (tentarono di prendere anche Venezia, ma non ci riuscirono).

Un arciere ungaro a cavallo, con corazza di tipo asiatico indossata sul caffetano (sopravveste con ampie maniche) ed elmo con coda di cavallo

Nel 955 Corrado il Rosso di Lorena, cognato dell’imperatore Ottone I, invitò gli Ungari ad allearsi con lui e altri principi tedeschi contro l’imperatore, ma questi li sbaragliò tutti. Gli Ungari, sconfitti militarmente e ancor più nel loro orgoglio guerriero, non osarono più atteggiarsi a padroni e non si sentirono più imbattibili. Decisero di scegliere la via dell’alleanza e dell’amicizia con le potenze dell’Europa occidentale, il che implicava necessariamente la conversione al cristianesimo; con Géza, capo dei Magiari dal 970 al 997, e con suo figlio Stefano I il Santo, incoronato re d’Ungheria nell’anno 1000, l’Ungheria divenne un paese cristiano.
Delle scorrerie magiare rimane il ricordo nella toponomastica di molte regioni italiane, dove esistono ancora “via Ungaresca”, “via Ongarine”, “strada Ungarista” e simili.

Miniatura del XIV secolo raffigurante Stefano I d’Ungheria in trono

GLI ARABI

Dall’Africa settentrionale e dalle loro basi in Europa gli Arabi colpivano le coste del Mediterraneo, ma anche le regioni dell’interno: occuparono Creta (nell’827), la Sicilia (827-902) e diverse città lungo le coste italiane, come Bari.
Da queste basi i Saraceni (come venivano chiamati, ma si usarono anche altri nomi, tra cui Mauri, Berberi, Agareni e Ismaeliti) attaccarono ripetutamente le coste italiane, soprattutto della Campania, con l’intento di saccheggiarle e di fare prigionieri da rivendere come schiavi. Spesso risultarono decisivi nelle lotte tra feudatari locali, che li assumevano come mercenari per combattere contro i signori avversari.

Navi arabe in viaggio, miniatura del XII secolo da una copia della Cronaca di Giovanni Scilitze

Le incursioni saracene portarono alla costruzione lungo tutte le coste mediterranee di fortificazioni e di torri di avvistamento, molte delle quali esistono ancora oggi; esse erano costruite a una distanza tale una dall’altra, da poter comunicare attraverso segnali luminosi in caso di pericolo sia tra loro, sia con i villaggi nell’entroterra. Quando venivano avvistate le navi dei pirati arabi, le campane suonavano l’allarme e la popolazione fuggiva a nascondersi da qualche parte, portando con sé gli oggetti di maggior valore e anche gli animali, ma l’attacco saraceno era sempre un evento che lasciava sgomenti.
Le incursioni dei Vichinghi, dei pirati arabi e degli Ungari aprirono un periodo di insicurezza e di instabilità, anche perché guerre, carestie ed epidemie ritornarono ad essere frequenti, mentre intere regioni si spopolavano. Solo alla fine del X secolo le invasioni si arrestarono.

Fortezze costiere a Dubrovnik, in Croazia


20 La società feudale



LA SOCIETÀ FEUDALE

Nei molti secoli durante i quali il feudalesimo rimase in vigore in Europa, la società era rigidamente divisa in tre gruppi, chiamati ordini:
- i nobili, chiamati anche cavalieri, poiché combattevano a cavallo
- i lavoratori, in grandissima maggioranza contadini
- gli ecclesiastici, cioè coloro che appartenevano alla Chiesa (sacerdoti, vescovi, cardinali, monaci e monache), che si dedicavano alla vita religiosa.

Tra un gruppo e l’altro la divisione era netta: un lavoratore non poteva diventare nobile e un nobile non diventava contadino neppure se si impoveriva; un uomo o una donna che avevano pronunciato i voti, diventando monaco o (solo per gli uomini) sacerdote, non potevano più rinunciarvi.

I NOBILI

I nobili costituivano il gruppo (la classe sociale) superiore. Spesso i feudatari nobili ottenevano dal re l’immunità, cioè esercitavano sul feudo tutti i poteri del re: amministravano la giustizia (potere giudiziario), cioè facevano da giudici in tutte le cause in cui ci fossero delle discordie o qualcuno avesse commesso un reato, infliggendo multe o punizioni; arruolavano gli abitanti del feudo nell’esercito per fare la guerra (potere militare); riscuotevano i tributi (potere fiscale).
La principale attività dei nobili era la guerra: essi combattevano a cavallo ed erano difesi da un’armatura. In guerra evitavano, se possibile, di uccidere i nobili dell’esercito nemico: cercavano, invece, di catturarli, perché i prigionieri dovevano pagare un forte riscatto per riottenere la libertà. Villaggi, città e castelli conquistati venivano saccheggiati: tutto ciò che era di valore veniva preso e faceva parte del bottino di guerra. La guerra era perciò un’occasione per arricchirsi, soprattutto per i nobili senza terre, come i figli minori di un feudatario esclusi dall’eredità (che andava al primogenito), o con un feudo troppo piccolo per vivere dignitosamente. Equipaggiarsi per la guerra richiedeva molte spese, per l’acquisto di armature, armi e cavalli.

Cavalieri normanni all’attacco di una città francese (arazzo di Bayeux dell’XI secolo)

L’equipaggiamento di un cavaliere comprendeva innanzitutto la lancia e la spada, che si usavano nei combattimenti ravvicinati. Il corpo era protetto da una cotta di maglia (armatura composta di anelli metallici uniti gli uni agli altri), sostituita poi, tra il XIV e il XV secolo, da un’armatura, che rendeva il cavaliere quasi invulnerabile, finché rimaneva a cavallo. Se però il cavaliere cadeva a terra, ad esempio perché il cavallo veniva abbattuto, il grande peso dell’armatura diveniva un ostacolo ai movimenti e i fanti potevano facilmente uccidere o catturare il cavaliere. Sulla testa il cavaliere portava un elmo e al braccio uno scudo, che poteva essere appeso al collo per lasciare libere le mani durante una carica.

Armi e armature medievali conservate al Landeszeughaus di Graz (Austria)

Le guerre combattute durante il Medioevo furono assai numerose: gravissimi furono i danni da esse provocate alla popolazione. A farne le spese erano soprattutto i poveri, gettati a combattere nella mischia e massacrati senza pietà. La violenza nei confronti di coloro che non combattevano non era minore: i villaggi venivano incendiati, le vigne tagliate, i raccolti distrutti, gli animali uccisi per avere cibo, perfino le chiese e i monasteri erano saccheggiati. Le donne subivano ogni tipo di violenza e nemmeno i bambini venivano risparmiati.

Lo scontro di Roncisvalle tra i Baschi e la retroguardia dell’esercito di Carlo Magno, 
in una miniatura del XIV secolo conservata alla Bibliothèque Royale di Bruxelles

La guerra era un’attività maschile: le donne ne erano escluse e venivano invece preparate al matrimonio; esse però potevano ereditare il feudo.
Quando non erano in guerra, i nobili amavano moltissimo banchettare: riunirsi intorno a una tavola per mangiare era una delle principali occasioni di vita sociale e le persone con cui si condivideva il cibo erano i compagni delle imprese di guerra, quelli su cui si poteva realmente contare. Si mangiava e si beveva moltissimo, tanto che non erano rare le malattie dovute all’eccesso di cibo, come la gotta (ne soffriva anche Carlo Magno). I banchetti erano rallegrati da giocolieri, ballerini, suonatori e buffoni.

Il banchetto di Capodanno del Duca di Berry, miniatura del XV secolo al Musée Condé di Chantilly

La caccia era un’altra attività molto amata dalla nobiltà: venivano organizzate battute di caccia ad animali di grossa taglia, come il cervo, l’orso, il lupo e il cinghiale. La caccia era un’occasione per usare le armi e serviva anche come allenamento alla guerra. In Francia e poi in Italia si cacciava anche con il falcone addestrato, che catturava in volo altri uccelli.
Nel Basso Medioevo (dall’XI secolo) si diffusero i tornei: combattimenti organizzati come gara e spettacolo, in cui si cercava di sconfiggere l’avversario disarcionandolo (cioè facendolo cadere dal cavallo), senza ucciderlo. Il cavaliere sconfitto doveva pagare il proprio riscatto al vincitore, come in guerra. I tornei venivano frequentati soprattutto dai cavalieri giovani, per i quali erano un’occasione per esercitarsi nell’uso delle armi, per imparare ad affrontare il pericolo e soprattutto per arricchirsi.

Un torneo tra nobili cavalieri in una miniatura spagnola del XV secolo 
(Madrid, Biblioteca dell’Escorial)

La vita del nobile si svolgeva all’aria aperta, in frequenti spostamenti per la guerra, la caccia, i tornei. La donna nobile, invece, passava gran parte del suo tempo nel castello, dove sorvegliava il lavoro della servitù. Quando il marito era assente, toccava a lei occuparsi di tutto, compreso organizzare la difesa del castello in caso di attacco.
Le famiglie nobili potevano essere costituite da numerose persone, ma la mortalità infantile (cioè nei primi anni di vita) era alta e tra i maschi adulti molti morivano in guerra e talvolta per incidenti di caccia o in tornei. Anche l’alimentazione eccessiva (specialmente perché si eccedeva nelle carni) provocava una forte mortalità.
I nobili vivevano in castelli (cioè abitazioni fortificate), perché durante tutto il Medioevo la vita era poco sicura a causa delle frequenti guerre, degli attacchi di briganti, delle scorrerie di pirati.
Il castello di solito sorgeva in posizione facilmente difendibile in caso di attacco, ad esempio in cima a una collina o su una curva di un fiume.

Il castello di Fort-la-Latte (Bretagna, Francia) sorge su una scogliera alta circa 70 metri

Con il passare del tempo i castelli subirono profonde trasformazioni. In origine (IX-XI secolo) essi erano semplici edifici protetti da recinti di legno. All’interno si costruirono poi delle torri e si incominciò a usare la pietra invece del legno, che poteva essere facilmente incendiato. I castelli divennero sempre meglio difesi, ma anche più comodi per viverci.
Un castello del periodo dal XII al XIV secolo aveva di solito diverse opere di difesa: una cinta di mura, circondata da un fossato pieno d’acqua; le torri, disposte lungo le mura; un ponte levatoio, che poteva essere sollevato in caso di attacco; porte dotate di robusti battenti e una grata di ferro all’ingresso. Le mura avevano piccole finestre, dette feritoie, strette all’esterno e più larghe all’interno, in modo che gli arcieri potessero scagliare frecce senza rischiare di essere colpiti dall’esterno. Alle sommità delle mura e delle torri si trovava un muretto, o, dopo il XIII secolo, i merli, dietro ai quali era possibile ripararsi per colpire il nemico.
All’interno il castello comprendeva normalmente il mastio, cioè un torrione che serviva come ultima difesa, e l’abitazione del signore. Vi si trovavano anche le scuderie e le stalle, i magazzini, gli alloggi dei servi e dei soldati, la cappella, la cisterna per l’acqua indispensabile in caso di assedio. Fuori dalle mura del castello poteva esservi un borgo, cioè un gruppo di abitazioni difeso da una cinta di mura più esterna.

Il castello di Caen (Normandia, Francia) il cui portone d’ingresso, dotato di un ponte levatoio, 
si apriva sotto una torre da cui i difensori potevano facilmente colpire gli attaccanti

I LAVORATORI

I contadini costituivano la grande maggioranza della popolazione. Essi vivevano in prevalenza all’interno dei feudi ed erano di solito legati alla terra, cioè non potevano andarsene liberamente; infatti se un signore vendeva o donava il suo feudo a un altro signore, i suoi abitanti passavano totalmente al nuovo signore. Per questo motivo i contadini formavano la cosiddetta “servitù della gleba”, che vuol dire letteralmente “servitù della zolla (di terra)”.

Il lavoro dei contadini, pagina miniata di un Calendario dei mesi di età carolingia proveniente da Salisburgo e conservato alla Österreichische Nationalbibliothek di Vienna

I contadini avevano molti obblighi: oltre a lavorare i campi loro assegnati, dovevano coltivare quelli della parte padronale, insieme ai servi del feudatario. Essi dovevano versare al signore una parte del raccolto dei loro campi, alcuni degli animali allevati e di solito pezze di stoffa tessute dalle donne. Inoltre dovevano svolgere varie corvées, cioè dei lavori obbligatori sui terreni o sui possedimenti del feudatario: ad esempio erano tenuti a riparare ponti, strade, tetti o a effettuare trasporti per conto del signore. Infine, poiché il feudatario era il padrone di tutto il feudo, i contadini dovevano pagargli tributi per l’uso del forno, del pozzo, del mulino, dei ponti e anche per raccogliere la legna: il pagamento avveniva spesso in natura (consegnando alcuni prodotti) o in prestazioni (compiendo alcuni lavori).

La fienagione (affresco del mese di luglio dal Castello del Buonconsiglio di Trento, 1400 circa)

A volte i contadini dovevano anche prestare servizio in guerra come fanti, cioè soldati a piedi. Erano i fanti quelli che morivano più facilmente durante le battaglie. Sia perché non avevano armatura, sia perché non venivano catturati vivi, dato che avrebbero potuto pagare alcun riscatto.
Non tutti i contadini vivevano nei feudi. Vi erano anche villaggi senza signori e contadini liberi, che possedevano le terre che lavoravano: essi erano più numerosi nella Francia meridionale e in Italia.
Tra i contadini le differenze tra uomini e donne nella vita lavorativa erano meno marcati, rispetto a quanto avveniva tra i nobili. Poche erano le attività esclusivamente maschili: il pascolo degli animali, perché richiedeva grandi spostamenti e quindi periodi di assenza dalla casa, il taglio degli alberi, la costruzione di edifici e naturalmente la partecipazione alla guerra.

Un contadino falcia l’erba in una miniatura medievale

Le donne si occupavano della casa e dei figli, lavando, preparando il cibo, andando a prendere l’acqua dal pozzo, accendendo il fuoco e portando il grano al mulino per la macinatura. Esse inoltre lavoravano nell’orto e nei campi, dove aiutavano gli uomini nell’aratura e negli altri lavori agricoli. Le donne si dedicavano anche alla preparazione della birra, alla filatura e alla tessitura. Il contributo di una donna era indispensabile per la sopravvivenza, perciò i contadini rimasti vedovi cercavano di risposarsi.

Uomini e donne impegnati in lavori agricoli (affresco del mese di agosto dal Castello del Buonconsiglio di Trento, 1400 circa)

I bambini aiutavano i genitori appena erano in grado di farlo: già a pochi anni di età i maschi accompagnavano il padre nei lavori agricoli e le femmine davano una mano alla madre nei lavori di casa. Essi si occupavano anche della sorveglianza degli animali domestici; tempo per i giochi e l’istruzione non ce n’era e gli unici insegnamenti trasmessi ai bambini venivano dai genitori o dai fratelli maggiori e riguardavano essenzialmente le attività lavorative.
Le famiglie contadine non erano di solito numerose (anche se le donne facevano generalmente parecchi figli), perché la grande povertà, l’alimentazione ridotta e le frequenti malattie provocavano la morte di molti bambini nei primi anni di vita.
Le case dei contadini erano piccole, spesso con un unico stanzone in cui trovavano riparo anche gli animali, che durante l’inverno contribuivano a riscaldare l’ambiente: perciò le condizioni igieniche erano assai scadenti. Il lavoro era molto pesante e l’alimentazione non sempre sufficiente, perché i contadini potevano contare solo su una parte del loro raccolto e su alcuni prodotti del bosco (castagne, noci, funghi, piccola selvaggina). Quindi le loro condizioni di vita erano molto dure.

Ricostruzione di Birmingham nel 1300: così doveva apparire un qualunque villaggio medievale

In questa situazione potevano verificarsi, soprattutto nei periodi di carestia, ribellioni dei contadini, come avvenne ad esempio in Normandia alla fine del X secolo: i contadini, armati dei loro strumenti di lavoro (zappe, forconi) attaccavano i signori per le strade o nelle loro abitazioni. I nobili allora organizzavano spedizioni punitive e facevano strage di tutti coloro che si erano ribellati.

GLI ECCLESIASTICI

Gli ecclesiastici, cioè gli uomini di Chiesa, costituivano un ordine a parte, il clero, a cui si apparteneva non per nascita, ma per scelta. Alcuni diventavano sacerdoti o monaci perché volevano dedicarsi interamente a Dio, altri invece miravano a ottenere prestigio, potere e ricchezza.
Spesso era la famiglia a decidere di mandare un figlio minore in un monastero o di farne un sacerdote, per evitare di dividere l’eredità, che passava al primogenito. Le ragazze erano messe in un monastero, perché la dote (cioè la somma di denaro) che si versava al monastero per accettare una ragazza, era inferiore a quella si spendeva per un matrimonio.
A capo della Chiesa vi era il papa, che spesso era scelto dalle famiglie nobili di Roma e dal 962 anche dall’imperatore. Il pontefice regnava su alcuni territori dell’Italia centrale, che gli erano stati dati dai re o dagli imperatori succedutisi nei secoli precedenti: avevano incominciato i Longobardi nel 728, avevano continuato i Franchi nel 756, spingendo i notai del papa a stendere un falso documento (detto Donazione di Costantino), con il quale si voleva giustificare il possesso di queste terre di fronte all’imperatore bizantino che le reclamava per sé.

Affresco del XIII secolo dal monastero dei Santi Quattro Coronati (Roma) sulla vita di papa 
Silvestro I; è stato interpretato anche come rappresentazione della Donazione di Costantino

Dal papa dipendeva tutto il clero: quello secolare (che viveva nel “secolo”, cioè nel mondo con le sue leggi) e quello regolare (che viveva nei monasteri, i quali avevano regole proprie diverse da quelle del “secolo”).
Il papa aveva un grande potere, perché nella società medievale la fede era molto forte. Se il papa scomunicava un uomo (cioè se diceva che quell’uomo non era un vero cristiano e lo escludeva di conseguenza dalla comunità dei fedeli), lo scomunicato veniva isolato da tutti: se era un nobile o un re, i suoi sudditi non erano più tenuti a ubbidirgli e ogni ribellione veniva giustificata.

Il papa Urbano II consacra l’altare della chiesa di Cluny (miniatura del XII secolo, Parigi, Biblioteca Nazionale); Cluny fu uno dei monasteri più importanti del Medioevo

I vescovi, a capo del clero secolare, erano nominati dai re o dall’imperatore e spesso ottenevano la loro carica pagando: ad esempio il conte Vilfredo di Cerdaña (in Spagna) acquistò per ognuno dei quattro figli minori una carica vescovile. La vendita di cariche religiose era detta simonia, da un personaggio della Bibbia, Simon mago, che aveva cercato di comprare da san Pietro il potere di trasmettere lo Spirito Santo. Si trattava di un fenomeno diffuso, ma molto criticato, perché coloro che diventavano vescovi in questo modo erano di solito interessati soprattutto ad acquisire ricchezza e potere e si occupavano poco di fede e religione.

La simonia di un abate, miniatura in un manoscritto trecentesco conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana

Dai vescovi dipendevano i sacerdoti, sia i parroci di campagna, spesso nominati dai signori feudali, sia quelli che esercitavano il loro compito nelle chiese di città.
I vescovi dell’Europa orientale rifiutavano di riconoscere l’autorità del papa e, dopo un lungo periodo di rapporti tesi, le Chiese d’Oriente, legate all’Impero Bizantino, si staccarono definitivamente da quella cattolica, dandosi il nome di Chiese ortodosse (scisma d’Oriente, 1054): il papa e il patriarca di Costantinopoli si scomunicarono a vicenda. Vi furono in seguito alcuni tentativi di superare lo scisma, ma essi fallirono, anche se le differenze tra la Chiesa cattolica e quella d’Oriente rimasero sempre ridotte. Una delle principali fu l’obbligo del celibato, imposto dalla Chiesa cattolica agli ecclesiastici e rifiutato dagli ortodossi.

Papa Leone IX, pontefice al tempo del Grande Scisma (o Scisma d’Oriente)

I monaci vivevano di solito nei monasteri, che erano maschili o femminili: solo molto di rado uno stesso monastero ospitava monaci e monache, in edifici separati.
Alcuni monasteri erano al centro di feudi, assegnati da imperatori, re o feudatari e spesso erano ricchi e potenti: molti signori infatti regalavano beni ai monasteri per guadagnarsi il paradiso e non di rado si facevano seppellire nel monastero che avevano creato o arricchito; altri donavano terre e ricchezze al monastero perché vi mandavano un figlio o una figlia, che spesso veniva posto a capo del monastero come abate o badessa.
Poiché i monasteri erano spesso ricchi e potenti, la carica di abate o badessa era molto importante: essa perciò veniva assegnata a monaci di famiglia nobile.

L’abbazia benedettina di Melk (Austria)

Quanto più un monastero era ricco, tanto più era un edificio grande e splendido: comprendeva una chiesa, a volte carica di opere d’arte; una sala capitolare dove i monaci si riunivano per pregare o per altre attività; i locali in cui dormivano, di solito suddivisi in celle, ossia piccola stanze, una per ogni monaco; gli edifici per specifiche attività, ad esempio la biblioteca, dove si studiava o si ricopiavano i manoscritti, oppure delle cantine, dove conservare vini e liquori di produzione propria; il refettorio dove si mangiava, accanto alla cucina; la foresteria, ossia la sala dove venivano ospitati visitatori e pellegrini; il chiostro, un giardino circondato da un porticato, che serviva come luogo di meditazione. Inoltre, come in un castello, potevano esserci una cinta muraria e dei cortili interni, con il pozzo per l’acqua, uno spazio per l’allevamento di alcuni animali, l’orto e così via.

Alcuni monaci mentre si occupano dei manoscritti della loro biblioteca (miniatura dal De Universo 
di Rabano Mauro, 1023)

Gli ultimi secoli dell’Alto Medioevo furono un periodo di crisi per la Chiesa, che veniva molto criticata per il comportamento dei suoi membri. Non era raro che sacerdoti e vescovi trascurassero la cura delle anime per arricchirsi e vivere nel lusso, non seguendo l’insegnamento di Cristo. Altri accettavano denaro per comportarsi in modo contrario al loro dovere (corruzione) e favorivano i propri parenti (nepotismo). Molto comune era il convivere con donne (concubinato): alcuni preti erano persino sposati, anche se la Chiesa proibiva loro il matrimonio. Un altro problema era costituito dall’ignoranza del basso clero, cioè i sacerdoti di livello inferiore, soprattutto i parroci di campagna.
Dopo il X secolo si cercò di rinnovare profondamente le abitudini degli ecclesiastici, i quali, da parte loro, cercarono di assumere atteggiamenti più positivi all’interno della società; per esempio condannando la violenza delle guerre, come avvenne nel 1054 con il concilio di Narbona (Francia), il quale affermò solennemente che chi uccide un cristiano versa il sangue di Cristo. La Chiesa cercò anche (ma spesso inutilmente) di frenare la violenza dei nobili, imponendo le cosiddette tregue di Dio, ossia dei periodi in cui era proibito combattere: le feste solenni, ad esempio, o le domeniche, che poi si allargarono a comprendere il periodo dal giovedì sera al lunedì mattina.

L’abbazia di Fontevraud (Francia): dal 1115, quando il suo fondatore Roberto d’Arbrissel la consegnò alla badessa Petronilla, fu abitata da una comunità mista di uomini e donne

AI MARGINI DELLA SOCIETÀ

Se nel suo insieme la società feudale era una società chiusa, in cui ognuno aveva un suo posto preciso e dipendeva da altri che limitavano fortemente la sua libertà, vi erano però anche individui, che non avevano un posto fisso all’interno della società e che per questo venivano spesso disprezzati o temuti, ma che nello stesso tempo avevano una maggiore libertà.
Ad esempio i girovaghi, cioè persone che si spostavano da un luogo ad un altro. Compagnie di attori, giocolieri, saltimbanchi, burattinai portavano tra villaggi e castelli vari tipi di spettacoli per divertire il pubblico dei contadini o dei nobili.

Un flautista e un giocoliere in una miniatura del Basso Medioevo

Anche poeti e musicisti trovavano ospitalità nei castelli, dove rimanevano per un periodo più o meno lungo, in base alla generosità del signore, e scrivevano poesie e canzoni in suo onore.
I giovano nobili spesso viaggiavano per lunghi periodi, partecipando a tornei e guerre, in cui speravano di ottenere un ricco bottino. Per i figli minori dei grandi feudatari e per i piccoli feudatari questo periodo di vita errante poteva durare molto a lungo, fino a che non trovavano una ricca ereditiera da sposare o non si mettevano al servizio di un altro signore. Spesso questi cavalieri vivevano di saccheggi, comportandosi in modo non molto diverso dai briganti; la Chiesa cercò di eliminare almeno in parte questi comportamenti, dirigendo l’azione dei cavalieri in favore dei deboli e contro i musulmani.
Girovaghi erano anche alcuni mercanti ambulanti, che passavano da un paese all’altro, vendendo merci di ogni tipo. Spesso costoro erano l’unica fonte di notizie e di curiosità che potesse arrivare in uno sperduto villaggio medievale.

Un mercante ambulante

Le foreste che coprivano gran parte dell’Europa offrivano un rifugio ai briganti, che ne uscivano per assalire i villaggi e i viaggiatori. Essi erano spesso contadini che si erano allontanati dal feudo per sfuggire alla fame e alla miseria, per evitare punizioni, per spirito ribelle o per desiderio di libertà.
Inizialmente bandito significava solo “messo al bando”: si trattava di una punizione molto frequente nel mondo germanico, che consisteva nell’allontanare dalla società una persona per i motivi più diversi sgradita. La messa al bando isolava completamente chi ne era colpito: nessuno poteva accoglierlo, soccorrerlo, nutrirlo e i suoi beni venivano distrutti o sequestrati. Il bandito si trovava perciò costretto a vagabondare lontano dai villaggi, vivendo di caccia nelle foreste; considerato come un lupo, se veniva catturato la sua testa poteva essere esposta nella pubblica piazza, proprio come avveniva con i lupi uccisi in una battuta di caccia. Non era raro che queste persone, escluse da tutti, diventassero briganti e assalissero coloro che attraversavano le foreste per ucciderli e impadronirsi dei loro beni: perciò la parola bandito, che in origine significava soltanto “messo al bando”, passò a indicare in diverse lingue un brigante.

Alcuni briganti aggrediscono un viandante (miniatura del XII secolo)

Nelle foreste vivevano anche i monaci eremiti, che avevano scelto di vivere isolati. Alcuni di questi monaci erano molto venerati dal popolo, perché considerati santi, ma la Chiesa diffidava di loro, perché sfuggivano al suo controllo.
Accanto a quelli che sceglievano di isolarsi dai luoghi abitati, vi erano coloro che erano costretti a starne lontano, per esempio i lebbrosi, dai quali si temeva il contagio della loro malattia. I lebbrosi in un primo tempo andavano spostandosi e chiedendo l’elemosina; quando arrivavano in un paese dovevano avvisare del loro arrivo suonando uno strumento di legno, chiamato crepitacolo (una specie di campanella che, scossa, produceva un certo suono), affinché la gente lasciasse l’elemosina senza avvicinarsi al malato. Dall’XI secolo in poi essi vennero rinchiusi in lebbrosari (o lazzaretti), costruiti forse perché il numero dei malati andava aumentando: alla fine del Duecento in tutta Europa ne erano stati costruiti circa 19.000.

Due lebbrosi (uno dei quali suona il crepitacolo) vengono fermati da un guardiano alla porta di una città

Un gruppo a parte era costituito dagli ebrei, comunque numerosi pur in una Europa sostanzialmente cristiana; le loro comunità avevano spesso una certa autonomia ed essi potevano vivere secondo le loro usanze e leggi.
La Chiesa invitava i cristiani a non frequentare gli ebrei, perché temeva che alcuni potessero convertirsi, come successe al confessore dell’imperatore Ludovico il Pio, che si fece ebreo.

Ebrei ritratti come creature del diavolo in un’Apocalisse del 1260 (Londra, Lambeth Palace Library)



19 Il feudalesimo



IL FEUDALESIMO

Nell’Impero Germanico e nei regni che nacquero in Europa nell’Alto Medioevo imperatore e re avevano bisogno dell’appoggio dei nobili e dei cavalieri al loro servizio, per conquistare il trono e per difenderlo da avversari e nemici. Per ricompensare i nobili che li aiutavano e per ottenere l’appoggio della Chiesa, re e imperatori distribuivano dei territori in feudo (in latino si diceva beneficium) a nobili (feudi laici), ma anche a vescovi e monasteri (feudi ecclesiastici). La concessione del feudo avveniva attraverso una cerimonia chiamata investitura, con cui il re trasferiva una parte dei suoi poteri sul territorio al feudatario (cioè colui che aveva ricevuto il feudo), il quale diventava vassallo del sovrano: il vassallo era un uomo libero che accettava di sottomettersi ad un altro riconosciuto come signore.
Il feudatario doveva giurare di rimanere fedele al suo signore, che gli aveva concesso il feudo, e di aiutarlo, soprattutto in guerra.
Questo sistema basato sulla suddivisione di un territorio in feudi, concessi dal signore del territorio a vassalli a lui sottomessi, si chiama feudalesimo: alla fine dell’Alto Medioevo si era esteso a tutta l’Europa e rimase in vigore per tutto il Basso Medioevo (XI-XV secolo) e anche oltre.

Un cavaliere fa atto di sottomissione al sovrano in un manoscritto del XV secolo

Alla morte del vassallo, i feudi laici avrebbero dovuto ritornare al sovrano che li aveva concessi, ma i nobili chiedevano di poterli lasciare in eredità al figlio maschio primogenito. I re non potevano opporsi, perché se avessero cercato di riprendersi i feudi, avrebbero potuto essere deposti (privati del trono) dai nobili; accadde persino al figlio di Carlo Magno, Ludovico il Pio (833). Per questo, già nel IX secolo il re dei Franchi nonché imperatore carolingio Carlo il Calvo dovette riconoscere l’ereditarietà dei feudi maggiori (capitolare di Quierzy, 877), cioè accettare che i feudi assegnati direttamente dall’imperatore venissero trasmessi in eredità al figlio del feudatario morto.
Ogni feudatario aveva bisogno dell’appoggio di altri nobili e di cavalieri che lo aiutassero in guerra, perciò spesso i feudatari assegnavano parti del proprio feudo ad altri nobili, che prendevano il nome di valvassori: all’interno dei feudi concessi dal re o imperatore (feudi maggiori), si crearono così dei feudi minori. A volte, soprattutto se il feudo era molto esteso, anche i valvassori potevano assegnarne una parte ad un altro nobile a lui sottomesso, che prendeva il nome di valvassino.
Tutto questo fa sì che per rappresentare i legami tra nobili del feudalesimo si usi l’immagine della piramide: in cima c’è il sovrano, che è unico; sotto di lui i vassalli, poco numerosi; poi i valvassori, che erano in numero maggiore; al fondo i valvassini, che erano i più numerosi.

Una ipotetica piramide dei rapporti di vassallaggio nella società feudale

In realtà la rete dei rapporti feudali era molto più complessa. Moltissimi feudatari infatti non possedevano un unico feudo: accanto al dominio feudale ereditario, un feudatario poteva ottenere l’investitura di altri feudi, magari come ricompensa per i servizi prestati al suo o a un altro signore; oppure acquisiva nuovi feudi in eredità da un ramo della famiglia che scompariva per mancanza di eredi, o ancora attraverso il matrimonio, se la moglie portava in dote uno o più territori; infine poteva conquistare un feudo con la guerra, sconfiggendone il feudatario.
I feudi di un vassallo avevano quindi origini diverse e uno stesso feudatario poteva essere vassallo di un sovrano e valvassore o valvassino di altri feudatari, non necessariamente dipendenti dallo stesso sovrano. Ad esempio gli stessi re d’Inghilterra furono a lungo vassalli dei re di Francia per i loro possessi in Normandia e in Aquitania, ma ovviamente il loro dominio in Inghilterra (conquistata per propria iniziativa) non dipendeva dal re di Francia. Se, come avvenne spesso in Francia, un feudatario era vassallo di due sovrani rivali (ad esempio del re di Francia, ma anche del re d’Inghilterra, in quanto duca di Normandia), in caso di guerra tra i due sovrani, egli non poteva certo garantire fedeltà ad entrambi.

Atto di omaggio e altri rituali fra un sovrano e un vassallo in un codice sassone dell’inizio del XIV secolo

Nel 1037 l’imperatore Corrado II rese ereditari anche i feudi minori (Constitutio de feudis): in questo modo egli limitò il potere dei feudatari maggiori e ottenne l’appoggio dei feudatari minori.
Solo i feudi vescovili (assegnati a un vescovo) ritornavano al re o imperatore alla morte del vescovo, che non poteva avere figli legittimi: quindi il re o l’imperatore poteva nominare vescovo un altro uomo di sua fiducia, a cui affidare il feudo.
Invece i feudi monastici (assegnati a un monastero) sfuggivano per sempre all’autorità del re o dell’imperatore, poiché erano concessi non a una singola persona (che avesse o non avesse degli eredi), ma a un ordine monastico.
Nel mondo feudale l’economia che vi veniva praticata era piuttosto particolare: in ogni feudo veniva prodotto tutto quanto era necessario alla vita quotidiana. Il lavoro dei contadini e dei pastori forniva il cibo e altri prodotti utili, come la lana, il cuoio e le sostanze usate per tingere i tessuti; gli artigiani, che vivevano presso l’abitazione del signore, producevano gli strumenti per i lavori agricoli, i mezzi di trasporto, i mobili e le armi.

Un fabbro, particolare dal Mese di Febbraio nel ciclo di affreschi del castello del Buonconsiglio di Trento (fine del XIV secolo)

Fino al X secolo il commercio rimase poco diffuso. Veniva commerciato il sale, perché era essenziale per la conservazione dei cibi, ed esisteva un ridotto commercio di prodotti di lusso per i nobili.
Queste caratteristiche (autosufficienza e scarsità di contatti con altri territori) spiegano il fatto che l’economia feudale viene definita economia chiusa.
All’interno del feudo tutto apparteneva al signore: terre, pozzi, ponti, forno, boschi, animali selvatici. Per utilizzare un ponte, raccogliere la legna nei boschi, far cuocere il pane o macinare il grano i contadini dovevano pagare.
Il feudo comprendeva parti diverse: la parte padronale (pars dominica), dove sorgeva l’abitazione del signore feudale, era coltivata dai servi del signore e dai contadini del feudo e il raccolto andava interamente al feudatario. La parte dei coloni (pars massaricia o colonica) comprendeva quelle terre che il feudatario assegnava ai contadini, che le coltivavano e ne ricavavano il necessario per vivere e per versare al signore i tributi imposti.
C’erano infine delle terre comuni che non venivano coltivate, bensì erano utilizzate per il pascolo; le foreste coprivano vastissime estensioni ed erano importanti sia per il pascolo dei maiali, sia per la selvaggina, sia per il legname. La presenza di queste vaste aree coperte da boschi fa sì che il mondo feudale fosse chiuso non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello sociale: per la massa dei contadini la vita si svolgeva tutta all’interno del feudo ed erano quasi inesistenti le possibilità di uscire dal proprio villaggio e conoscere un’altra parte di mondo. Del resto è proprio nel Medioevo che nascono le fiabe, quei racconti in cui l’allontanamento del protagonista dal proprio villaggio comporta spesso l’attraversamento di foreste popolate da lupi cattivi, fate, streghe, orchi ed altri esseri paurosi.

Ancora alla fine del XIV secolo (l’epoca a cui risale questo affresco dal Castello del Buonconsiglio di Trento) le campagne erano circondate da boschi, importantissimi per i frutti e gli animali che offrivano all’alimentazione umana

18 Carlo Magno e i suoi successori



CARLO MAGNO E I SUOI SUCCESSORI

Tra i diversi regni romano-barbarici quello dei Franchi era il più potente; fin dal regno di Clodoveo (re dal 482 al 511) i Franchi avevano esteso i loro territori a danno dei Visigoti e di altri popoli germanici, quali gli Alemanni e i Burgundi.
Quando gli Arabi distrussero il regno dei Visigoti nella penisola Iberica e avanzarono nel territorio dell’attuale Francia, i Franchi li affrontarono più volte: Carlo, detto Martello, maestro di palazzo (era un’importante figura politica dei Franchi), guidò l’esercito del suo popolo contro gli Arabi, riportando una decisiva vittoria a Poitiers (732 o 733).

La battaglia di Poitiers in un dipinto degli anni Trenta del sec. XIX di Charles de Steuben

Un figlio di Carlo Martello, Pipino, riuscì a farsi incoronare re dei Franchi, fondando una nuova dinastia, che da Carlo Martello prese il nome di “carolingia”, che vuol dire “dei discendenti di Carlo”.
Nel 768 divenne re dei Franchi uno dei figli di Pipino, Carlo (chiamato poi Magno, cioè il Grande). Egli conquistò molte terre: in Italia sconfisse i Longobardi, che minacciavano l’occupazione dei territori del papa, divenendo re del Regno longobardo, cui cambiò il nome in Regno d’Italia. Nell’Europa centrale sconfisse alcune popolazioni, come i Sassoni, i Bavari e gli Avari: questi ultimi, sterminati, scomparvero come popolo.

Carlo Magno in un realistico ritratto di Albrecht Dürer del 1512

Con le sue conquiste Carlo Magno aveva creato un impero che, per la prima volta dopo la fine dell’Impero Romano d’Occidente, riuniva in un unico regno un vasto territorio dell’Europa occidentale. Questo Stato venne chiamato Sacro Romano Impero, Sacro in quanto cristiano, Romano poiché voleva essere l’erede dell’antico Impero Romano d’Occidente.
I papi appoggiarono i re franchi, che li avevano liberati dalla minaccia dei Longobardi: la nomina di imperatore del Sacro Romano Impero fu fatta a Carlo Magno dal papa Leone III, con una solenne cerimonia a Roma la notte di Natale dell’anno 800. Da parte sua Carlo Magno riconobbe l’autorità del papa su parte dell’Italia, anche se in realtà il pontefice controllava solo alcuni territori nella parte centro-settentrionale della penisola.

L’incoronazione di Carlo Magno in San Pietro
(miniatura dalle Grandes Chroniques de France di Jean Fouquet)

Il potere di Carlo Magno sul suo vasto impero non poteva che essere limitato, poiché all’epoca le capacità amministrative di un sovrano franco non erano elevate come quelle degli imperatori romani, passati o presenti. A limitare il potere di Carlo Magno erano soprattutto i nobili franchi, che costituivano il suo esercito; per garantirsi la loro fedeltà, l’imperatore assegnava ad essi delle terre, che rimanevano di loro proprietà fino alla morte. Queste terre erano distinte in contee (assegnate ai conti, cioè ai compagni – comites in latino – più fedeli) e marche (i territori di confine, assegnati ai marchesi). Conti e marchesi, comunque, non potevano sfuggire completamente al controllo dell’imperatore: infatti vi erano funzionari imperiali (detti missi dominici) che giravano per le contee, verificando che gli ordini dell’imperatore venissero eseguiti e ogni anno tutta la nobiltà del regno si riuniva in una grande assemblea (placito), sotto la direzione dell’imperatore.
Il regno di Carlo Magno (che durò dal 768 all’814) costituì per l’Europa occidentale un periodo di ripresa (cioè di miglioramento) economica e culturale, per cui si parla di “rinascita carolingia”.

Il monogramma di Carlo Magno che compare in tutti i più importanti documenti a lui relativi;
pur non sapendo scrivere, l’imperatore era in grado di fare la sua firma

La pace all’interno dell’Impero e alcune misure prese da Carlo Magno per sviluppare l’agricoltura permisero un aumento della produzione agricola e quindi un miglioramento delle condizioni di vita, poiché nell’Europa occidentale l’agricoltura era la base dell’economia.
Vennero inoltre coniate monete d’argento, chiamate denari (794), per favorire una ripresa del commercio, mentre la coniazione di monete d’oro scomparve completamente dall’Europa occidentale.
Carlo Magno incoraggiò la diffusione dell’istruzione tra i funzionari dell’Impero e intorno al sovrano si riunirono diversi studiosi. In questo periodo venne usato un nuovo tipo di scrittura, chiamato “minuscola carolina”, che si impose in Europa e alla quale si ispirarono poi i primi stampatori del Rinascimento.

Un esempio di scrittura minuscola carolina del Medioevo

Presso i Franchi esisteva una norma che prevedeva che l’eredità di un padre andasse divisa fra tutti i suoi figli maschi; infatti non esisteva ancora la norma del maggiorascato, introdotta più tardi, secondo la quale tutta l’eredità andava al figlio maggiore. Carlo Magno morì avendo un unico erede, Ludovico il Pio, il quale invece ebbe quattro figli. Così, alla morte di Ludovico, l’Impero venne diviso tra i tre figli rimasti in vita, i quali si accordarono nell’843 a Verdun in questo modo:
- a Lotario, il primogenito, andava una zona tra Francia e Germania, che si chiamò Lotaringia, e il Regno d’Italia: questi territori conservarono la denominazione di Sacro Romano Impero;
- a Ludovico, detto il Germanico, andò un territorio che prese il nome di Regno di Germania;
- a Carlo il Calvo una parte che divenne il Regno di Francia.


Nelle immagini di epoche diverse, da sinistra: Ludovico il Pio, Lotario, Ludovico il Germanico e Carlo il Calvo

Questa divisione e le guerre che opposero i tre fratelli e poi i loro successori crearono un vuoto di potere, cioè una situazione di mancanza di un potere forte, in grado di tenere sotto controllo il territorio e di difenderlo.
Si rafforzò quindi il potere dei nobili: conti e marchesi sfuggirono spesso completamente al controllo dei re e ottennero un potere sempre maggiore sui territori che erano stati loro assegnati.
Oltre ai regni che si formarono in seguito alla divisione dell’Impero, altri regni nacquero in questo periodo in Europa: a nord i regni di Svezia, Norvegia e Danimarca, abitati da popolazioni vichinghe (vedi una prossima lezione); nelle isole britanniche il regno d’Inghilterra e il regno di Scozia; ai confini con i domini arabi nella penisola Iberica alcuni piccoli regni cristiani; nell’Europa orientale il regno di Bulgaria e quello di Polonia.

L’Europa alla fine del X secolo

I sovrani dei popoli pagani dell’Europa settentrionale e orientale spesso si convertirono al Cristianesimo, ottenendo il riconoscimento del loro titolo da parte del papa: così fecero Harold di Danimarca nel 960, Mieszko I di Polonia nel 966, Olof di Svezia nel 1008 e Géza di Ungheria, il cui successore, Stefano I, ottenne il titolo di re nell’anno 1000. La conversione dei re favorì la diffusione del Cristianesimo anche in queste regioni, fino ad allora ai margini dell’Europa cristiana.
Nel X secolo il duca Ottone di Sassonia divenne re di Germania e conquistò gran parte dell’Italia. Egli ottenne il titolo di imperatore del Sacro Romano Impero delle nazioni germaniche (962), perché l’Impero da lui ricostituito non comprendeva più il regno dei Franchi, ma soltanto l’area dalla Germania all’Italia. Esso viene comunemente chiamato Impero Germanico.
Per alcuni secoli da questo momento il regno d’Italia rimase unito al regno di Germania, sotto gli imperatori della casa di Sassonia prima (dal 962 al 1024), di Franconia poi (1024-1125).
Ottone I confermò le donazioni fatte al papa da Carlo Magno e dai suoi predecessori, ma il dominio papale in Italia centrale rimase sotto il controllo dell’imperatore, che interveniva anche nell’elezione del pontefice, in base a una legge del 962 chiamata Privilegium Othonis (= privilegio di Ottone).

Ottone I in una miniatura medievale