mercoledì 6 maggio 2015

55 La rivoluzione scientifica



LA RIVOLUZIONE SCIENTIFICA

La scienza, cioè ogni attività volta a conoscere e a spiegare i fenomeni naturali, ha fatto parte della cultura anche dei popoli più antichi; spesso era intrecciata con credenze magiche e con convinzioni filosofiche e religiose.
La riscoperta da parte degli umanisti di molti testi del monto antico aveva provocato durante il Rinascimento un nuovo interesse per la scienza, che si era espresso anche mediante il superamento di ciò che era possibile trovare nei testi antichi: si sentiva il bisogno di nuove osservazioni e di nuovi studi, così come si affermava l’idea che bisognasse escludere dagli studi scientifici le convinzioni di tipo magico e religioso.
Tra il Cinquecento e il Seicento l’interesse e i progressi in vari ambiti scientifici furono tali che è stato coniato per questo periodo il termine di “rivoluzione scientifica”, a indicare un nuovo modo di intendere la scienza: le conoscenze ereditate dal passato greco-romano e che si erano arricchite delle dottrine religiose del Medioevo (in particolare quelle di San Tommaso) vennero ampiamente superate, soprattutto perché si affermò il “metodo sperimentale” di Galileo Galilei.

Galileo Galilei ritratto da Justus Sustermans nel 1636

Esso consiste nell’osservazione diretta dei fenomeni naturali e di esperimenti che hanno lo scopo di verificare l’esattezza di una teoria. Ad adoperare questo metodo fu tutta una serie di studiosi di varie nazionalità, che giunsero a nuove scoperte frutto delle proprie intuizioni geniali, ma anche del clima in cui essi vissero, quello del Rinascimento, fatto di mille curiosità e di strumenti (per esempio il libro a stampa) che diffondevano ovunque quelle curiosità.
Gli uomini che si dedicarono alle varie scienze erano spesso laici, perciò essi operarono al di fuori della Chiesa e a volte in contrasto con essa, tanto che non sono mancati episodi, anche clamorosi, di ostacoli al mondo della scienza da parte degli uomini di Chiesa.
Come si può vedere accostandosi a quell’ambito scientifico che è divenuto un po’ il simbolo della rivoluzione scientifica: l’astronomia.

Niccolò Copernico

Nel 1543 il polacco Mikolaj Kopernik (in italiano Niccolò Copernico) pubblicò un libro (De revolutionibus Orbium coelestium) che metteva in discussione un sistema esistente da 1.800 anni, quello di Claudio Tolomeo, secondo il quale la Terra è al centro dell’Universo e tutto il resto (il Sole, i pianeti, le stelle) le ruota attorno, incastonato in sfere trasparenti, eterne e incorruttibili, l’ultima delle quali - la più grande - segna i confini dell’universo.

Raffigurazione della teoria geocentrica

Era la teoria chiamata “geocentrica” (cioè con la terra al centro) a cui Copernico contrappose la teoria “eliocentrica” (cioè con il sole - élios - al centro), la quale poneva il Sole al centro dell’Universo, mentre la Terra gli ruota attorno e ruota anche su se stessa; Copernico riprendeva questa teoria da alcuni filosofi greci vissuti alcuni secoli prima di Cristo, riformulandola in maniera coraggiosa, servendosi di calcoli matematici applicati ai movimenti delle stelle e dei pianeti.

Raffigurazione della teoria eliocentrica in una stampa del XVII secolo

Per tutto il secolo XVI le idee di Copernico suscitarono resistenze e sdegno; anche se molti scienziati usarono con entusiasmo i metodi matematici e le osservazioni del polacco, pochissimi accettarono la realtà dell’eliocentrismo. Ancora più dura fu l’opposizione in ambiente religioso, dato che le teorie di Copernico erano in totale contrasto con quanto è scritto nella Bibbia; i primi a tuonare contro di lui furono i protestanti, secondo i quali se la Terra «si agitasse veramente su è giù attorno al suo centro e a quello del Sole, noi vedremmo crollare città e fortezze, paesi e montagne».
Dopo Copernico, però, altri studiosi ripresero le sue teorie e le svilupparono: in particolare
- il danese Tycho Brahe, che dichiarò inesistenti le sfere celesti;
- l’italiano Giordano Bruno, che ipotizzò l’infinitezza dell’universo;
- il tedesco Giovanni Keplero, che scoprì il moto ellittico dei pianeti;

Da sinistra: Tycho Brahe, Giordano Bruno e Giovanni Keplero

- il pisano Galileo Galilei, che pubblicò nel 1610 il Sidereus Nuncius con cui rivelava al mondo l’esistenza di stelle mai viste prima e la presenza sulla Luna di crateri, monti e valli, tutti elementi visti con i propri occhi, grazie a uno strumento, battezzato cannocchiale o telescopio, che lui stesso aveva perfezionato, partendo da un’invenzione olandese.

Galileo mostra il cannocchiale al doge di Venezia (illustrazione di fantasia)

Lo stesso Galileo pubblicò nel 1632 un’altra opera, il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, in cui sosteneva apertamente la teoria eliocentrica, suscitando però le ire dei domenicani: Galileo venne messo sotto processo e condannato alla prigione a vita. La condanna venne poi mutata e lo scienziato fu costretto a vivere nell’isolamento, ma gli fu concesso di continuare a lavorare con alcuni discepoli, tra cui Evangelista Torricelli.

Galileo di fronte al Sant'Uffizio, dipinto di Joseph-Nicolas Robert-Fleury

Nella seconda metà del Seicento l’inglese Isaac Newton scoprì la forza gravitazionale, da cui sviluppò le leggi che regolano i movimenti dei pianeti e un po’ alla volta la teoria eliocentrica divenne confermata e accettata, anche se solo nel 1992 la Chiesa ha riconosciuto che la condanna di Galileo fu ingiusta.

Altre scoperte e invenzioni segnarono profondamente il Cinquecento e il Seicento.
Già alla fine del Cinquecento i progressi matematici uniti a quelli astronomici avevano portato alla riforma del calendario, nota come riforma gregoriana (vedi approfondimento a parte). Tra i due secoli si uniformò in Europa l’uso nei calcoli dei segni convenzionali per l’addizione, la sottrazione, la moltiplicazione e la divisione.
All’inizio del ‘600 il matematico inglese John Napier inventò i logaritmi; nel 1637 il francese René Descartes (Cartesio in italiano) inventò gli assi cartesiani e la geometria analitica; il già citato Newton nel 1666 inventò il calcolo differenziale e quello integrale; il francese Blaise Pascal inventò la prima macchina calcolatrice, l’antenata dei registratori di cassa e delle calcolatrici da tavolo. Anche il tedesco Leibniz elaborò e perfezionò una macchina calcolatrice.

Dall’alto a sinistra in senso orario: John Napier, René Descartes, Blaise Pascal e Isaac Newton

Nuovi studi avvennero nella fisica, con l’italiano Torricelli che inventò il barometro per misurare la pressione dell’aria (1644) e ancora Isaac Newton che rinnovò completamente questa disciplina, pubblicando nel 1687 i Principi matematici di filosofia naturale.
Nacque la chimica, con i primi studi sui gas e sulla composizione dell’aria.

Illustrazione raffigurante Evangelista Torricelli intento nei suoi esperimenti

La medicina ebbe un grande sviluppo, perché si ritornò a studiare il corpo umano attraverso la dissezione dei cadaveri, una pratica che era stata abbandonata per tutto il Medioevo, perché proibita dalla Chiesa, ma che aveva già interessato alcuni artisti come Leonardo, Dürer e Michelangelo. Nel 1543 (lo stesso anno della pubblicazione del De revolutionibus di Copernico) apparve La costituzione del corpo umano del belga Andreas van Wesel (in italiano Andrea Vesalio), un grande e completo trattato di anatomia, corredato di splendide tavole (cioè illustrazioni) e destinato a un grande successo e a divenire un modello per i successivi manuali sui quali studieranno a lungo gli studenti di medicina.

Raffigurazione dell’Ottocento di Andrea Vesalio mentre esegue studi su un cadavere

Inoltre nel 1628 William Harvey scoprì la circolazione del sangue e la centralità del cuore nel corpo umano, mentre nella seconda metà del secolo altri studiosi scoprirono la funzione delle pulsazioni cardiache. Il microscopio, inventato nel Cinquecento e perfezionato dall’olandese Antoni van Leeuwenhoek, permise di studiare i globuli rossi presenti nel sangue e di scoprire la presenza di microrganismi.

La lezione di anatomia del dottor Tulp, un celeberrimo dipinto dell’olandese Rembrandt del 1632

In questi due primi secoli dell’Età Moderna si diffuse un’usanza che aveva caratterizzato già gli umanisti, anche se in maniera semplice: quella di far conoscere e discutere tra gli studiosi di tutta Europa quanto veniva scoperto, inventato e sperimentato. Questa circolazione delle conoscenze favorì lo sviluppo scientifico.
Nacquero inoltre Accademie e Società Reali, ossia associazioni di scienziati, che trovavano l’appoggio e la protezione di un re o di un principe. In Italia la prima accademia scientifica fu quella dei Segreti della Natura (Napoli, 1560), a cui seguirono, tra le più importanti, l’Accademia dei Lincei (Roma, 1603) e l’Accademia del Cimento (Firenze, 1657). In Inghilterra venne fondata la Royal Society inglese (nel 1662) e in Francia l’Accademia Reale di Scienze (nel 1666) voluta dal re Luigi XIV. All’interno di queste accademie si svolgevano dibattiti tra studiosi e si effettuavano esperimenti, che venivano poi fatti conoscere attraverso delle pubblicazioni.

Alcuni stemmi di accademie seicentesche: a sinistra quello dell’Accademia dei Lincei, a destra in alto dei Cimenti e in basso dell’Accademia di Scienze di Parigi


LE COSE FONDAMENTALI DA SAPERE

Tra il XVI e il XVII secolo si svilupparono le scienze, intese come lo studio dei fenomeni naturali effettuato secondo un metodo, chiamato “metodo sperimentale”, consistente nell’osservazione dei fenomeni, nell’elaborazione di una teoria e nell’applicazione di esperimenti che confermino l’esattezza della teoria. Lo sviluppo scientifico che avvenne in questi due secoli è stato chiamato “rivoluzione scientifica”.
In astronomia Copernico scoprì che la Terra gira intorno al Sole, ma questa teoria (teoria eliocentrica), sostenuta in Italia da Galilei, fu condannata dalla Chiesa, perché contraria a quanto affermava la Bibbia. Galilei inoltre perfezionò il cannocchiale e con esso poté osservare stelle mai viste prima e la conformazione della Luna.
Si svilupparono anche la matematica, la fisica, la chimica e la medicina. Invenzioni e scoperte circolavano in tutta Europa, grazie alle Accademie e alle Società Reali create in diversi Paesi.



Approfondimenti legati a questa lezione (vedi l'elenco nella colonna di destra):
Il calendario gregoriano

giovedì 30 aprile 2015

54 L'Italia tra '500 e '600



L’ITALIA TRA ’500 E ’600

Dopo la formazione delle Signorie, che avevano creato in Italia tanti Stati poco estesi e poco popolati, la nostra penisola aveva vissuto la grande stagione del Rinascimento e un periodo di prosperità economica e di pace. Ma già alla fine del Quattrocento qualcosa comincia a cambiare: più volte eserciti prima francesi, poi spagnoli e austriaci invadono l’Italia, occupandola e sfruttandola in vario modo. Segno della debolezza militare e politica degli Stati italiani, ma anche della loro floridezza economica.
Non è un caso che la lotta tra i due personaggi che hanno maggiormente segnato la prima metà del Cinquecento (ossia l’imperatore del Sacro Romano Impero di Germania, Carlo V, e il re di Francia, Francesco I) si combatta in gran parte in Italia e per il controllo dell’Italia. In particolare è al centro della contesa la città di Milano, non solo perché è una base di enorme importanza strategica per il controllo dell’intera penisola, ma anche per le grandi ricchezze che il territorio del Ducato di Milano garantisce.

Carlo V (a sinistra) e Francesco I sono i dominatori dell’Europa nella prima metà del Cinquecento

Nel contrasto tra debolezza militare e politica e vivacità economica e culturale che contraddistingue l’Italia del primo cinquantennio del Cinquecento, si assiste a continui cambiamenti dei “padroni” dei vari Stati italiani: a volte il vincitore è l’Impero, a volte la Francia.
Stretti tra questi due, gli Italiani si distinguono per l’instabilità delle loro amicizie e alleanze, anche nel bel mezzo di una guerra (come accade a Genova nel 1528) e per una certa ambiguità politica, che nasce dal fatto di essere sempre più marginali nell’ambito dell’Europa: è significativo l’atteggiamento di papa Paolo III nei confronti di Carlo V: da una parte sente di doverlo appoggiare perché è un cattolico che combatte i luterani, dall’altra lo teme e lo avversa per la sua forte presenza in Italia.

Il papa Paolo III assieme ai nipoti Alessandro e Ottavio Farnese (dipinto di Tiziano)

Ugualmente significativo è l’atteggiamento di Venezia, che all’inizio del Cinquecento appare ancora strategica per le vicende italiane ed europee, ma già verso il 1535 comincia a disinteressarsi di ciò che accade nella penisola e nel continente, per concentrarsi solo sui propri interessi. I quali, come avviene anche a Genova, sono compromessi sempre più dall’espansione dei Turchi Ottomani nel Mediterraneo.

Apoteosi di Venezia, di Paolo Veronese (particolare);
la grandezza della città è testimoniata dalle numerose opere d’arte che celebrano i suoi fasti

All’interno di molti Stati italiani, inoltre, la vita politica è controllata da una ristretta oligarchia e da forti corporazioni, che si oppongono a qualsiasi innovazione e impediscono ogni forma di concorrenza. Molte città italiane non si danno da fare per cercare nuovi mercati, nuovi metodi di produzione, nuove rotte marinare (pur non mancando di navigatori come Colombo e Caboto, che però devono cercare in altri Stati i finanziamenti per i loro viaggi); i mercanti italiani si dimostrano poco disponibili a investire in imprese rischiose e vengono per questo tagliati fuori dall’economia europea, che si era enormemente aperta in seguito alla scoperta del Nuovo Mondo.

Giovanni e Sebastiano Caboto (padre e figlio) viaggiarono per le corone di Spagna e d’Inghilterra

A metà del ‘500 due avvenimenti sono destinati a segnare i decenni successivi in Europa e quindi anche in Italia:
1- nel 1555 Carlo V abdica e divide in due parti il suo immenso impero: al figlio Filippo II vanno la Spagna, i Paesi Bassi, i regni di Napoli, di Sicilia e di Sardegna, il Ducato di Milano e i possedimenti americani e africani; al fratello Ferdinando vanno l’Austria, la Boemia e l’Ungheria e il titolo di imperatore;
2- nel 1559 la pace di Cateau-Cambrésis mette fine alla guerra tra Francia e Impero, che era ripresa anche dopo l’abdicazione di Carlo V.

L’Italia dopo la pace di Cateau-Cambrésis

Questi due avvenimenti creano in Italia una situazione destinata a durare fino all’inizio del Settecento, vale a dire per un secolo e mezzo: è un lungo periodo che vede gli Stati italiani liberi da guerre distruttive sul proprio territorio, ma che si accompagna anche a un lento ma inesorabile declino economico.
Esso è legato al fatto che gran parte dell’Italia si trova dominata dalla Spagna, un regno anch’esso avviato al tramonto, a causa dei dissesti finanziari provocati dalle guerre, della costante minaccia turca ai suoi possedimenti mediterranei e della mancanza di strutture produttive interne, che si fece notare non appena la quantità di oro e di argento proveniente dall’America cessa di affluire.
Gli Stati che sono rimasti indipendenti si trovano inefficienti in confronto alla potenza spagnola, incapaci di ogni moto di reazione e diventano, per ragioni di convenienza, vassalli più o meno fedeli, più o meno sinceri di Filippo II.

Filippo II di Spagna ritratto dal Tiziano nel 1551

Per approfondire questo quadro, vediamo ora la situazione nei principali Stati italiani nei due secoli qui considerati.

L’ITALIA SPAGNOLA

Dopo la pace di Cateau-Cambrésis la Spagna domina direttamente il Ducato di Milano, i regni di Napoli, di Sicilia e di Sardegna e lo Stato dei Presidi, formato da alcuni porti fortificati in Toscana.
Nei tre regni governano altrettanti viceré, a Milano un governatore: tutti sono veri rappresentanti dell’autorità regia spagnola e tendono a circondarsi di funzionari iberici, escludendo gli italiani e soffocando ogni loro volontà politica.

Pianta di Milano e di altre città vicine (secolo XVIII)

Contemporaneamente, però, gli spagnoli guardano alla nobiltà locale come alla propria naturale alleata: perciò riservano ad essa esenzioni e privilegi fiscali, mentre non si curano affatto del ceto medio e disprezzano totalmente il popolo minuto, ridotto alla miseria più spaventosa, ma utilizzato talvolta, ove necessario, come massa bellicosa da contrapporre alla nobiltà.
L’aspetto più catastrofico del governo spagnolo in Italia è proprio la pressione fiscale, che favorisce le classi privilegiate e grava pesantemente su quelle meno abbienti; nel 1647-1648 l’imposizione di nuove tasse fa scoppiare rivolte a Napoli e Palermo. Si tratta di rivolte provocate dalla fame e non da precise rivendicazioni politiche, per cui la Spagna ha facile gioco nel reprimerle: qualche impiccagione dei capi ribelli, alcune opportune distribuzioni di grano e qualche modesta concessione permettono a Madrid di tornare allo sfruttamento del Mezzogiorno d’Italia. Per tutta la seconda metà del Seicento la pressione fiscale è insopportabile: nel vicereame di Napoli  una moltitudine di mendicanti sopravvive chiedendo l’elemosina e alla fine del secolo, per non gettare il Napoletano nel baratro, gli stessi viceré sono costretti a respingere le continue richieste di denaro che giungono da Madrid e che hanno contribuito non poco al declino economico dell’Italia meridionale.

Dipinto di Giuseppe Mazza del 1857 raffigurante il celebre capo dei ribelli napoletani Masaniello

IL DUCATO DEL PIEMONTE

Le qualità di condottiero di Emanuele Filiberto di Savoia, che combatte nel 1557 per Carlo V vincendo contro i Francesi, permettono ai Savoia di ritornare in possesso del Ducato, su cui i Francesi avanzavano delle pretese. Il Ducato sabaudo (diviso in due parti, una al di qua delle Alpi, il Piemonte, una al di là, la Savoia) è nel 1559 devastato e immiserito dalle guerre.

La battaglia di San Quintino, nella quale Emanuele Filiberto si impose
come grande condottiero al servizio di Carlo V

Il giovane duca Emanuele Filiberto riesce in vent’anni di governo (morì nel 1580 a 52 anni) a trasformarlo e rinvigorirlo notevolmente: crea un’amministrazione di tipo assolutistico, eliminando le assemblee di origine feudale e introducendone altre di tipo parlamentare prese a modello dalla Francia. Crea un esercito agguerrito, rinunciando quasi del tutto alle truppe mercenarie e introducendo la leva obbligatoria per tutti gli uomini validi fra i 18 e i 50 anni. Appronta un sistema di tassazioni dirette e indirette, pesantissime per la popolazione, ma tali da far salire vertiginosamente le entrate fiscali e permettere al duca di provvedere alle molte pubbliche necessità. Rafforza l’economia dello Stato con investimenti e accorgimenti illuminati: lavori di bonifica e di irrigazione, miglioramento delle vie di comunicazione, aiuti alle manifatture, sfruttamento delle ricchezze minerarie in Valle d’Aosta.

Un dipinto del XVI secolo che ritrae Emanuele Filiberto in armatura da parata

Alla sua morte il figlio Carlo Emanuele I eredita uno stato trasformato e rinnovato: il nuovo duca ha solo 18 anni e non è accorto come il padre. Durante il suo lunghissimo governo (dal 1580 al 1630), dominato dallo spirito d’avventura e da sogni di gloria impossibili, intraprende una serie di iniziative che non sempre giungono a buon fine: si lega alla Spagna sposando la figlia di Filippo II, rende più unito il suo ducato al di qua delle Alpi e lo amplia, perde qualche territorio in Francia e poi anche in Italia (Pinerolo e Casale Monferrato, in Piemonte), facendo in modo che la presenza francese in Italia diventi un pericolo per la Spagna. Tanto più che Luigi XIV non perde occasione di intervenire nelle faccende italiane, approfittando di ogni occasione per fiaccare l’eterno rivale spagnolo e estendere i suoi possedimenti. Solo verso la fine del Seicento la partecipazione a una coalizione antifrancese permette al duca Vittorio Amedeo II di togliere alla Francia quei possedimenti di Pinerolo e Casale che rappresentavano una spina nel fianco per i Savoia.

Carlo Emanuele I di Savoia

DUCATO E GRANDUCATO DI TOSCANA

Dopo un breve periodo repubblicano (1527-1530) i Medici rientrano a Firenze, per merito delle truppe di Carlo V. Nel 1532 Alessandro de’ Medici riceve dall’imperatore il titolo di duca con diritto ereditario e nel 1536 accentua la sua dipendenza dall’impero sposando Margherita d’Austria, figlia naturale di Carlo V.

Alessandro de’ Medici ritratto da Jacopo Pontorno

La sua vita dissoluta e i suoi comportamenti da tiranno armano la mano di un lontano parente, Lorenzino de’ Medici, che lo uccide nel 1537. Nel caos che ne consegue Firenze chiama al governo della città Cosimo de’ Medici, figlio del condottiero Giovanni dalle Bande Nere.
Cosimo I opera per concentrare nelle proprie mani tutto il potere e per rendere più omogeneo il territorio si cui governa, eliminando le disparità esistenti tra Firenze e le città soggette. Inoltre allarga i propri domini, annettendosi alcune fortezze presidiate dagli imperiali e la città di Siena; infine riesce ad ottenere (prima dal papa, poi dall’imperatore) il titolo di Granduca di Toscana, che gli dà una preminenza di fronte agli altri principi italiani.

Cosimo de Medici ritratto da Agnolo Bronzino

Dopo l’abdicazione di Carlo V la Toscana si trova legata alla Spagna di Filippo II e i successori di Cosimo I cercano variamente di svincolarsi dal vassallaggio nei suoi confronti e di accostarsi alla Francia: Ferdinando I de’ Medici, per esempio, dà in sposa al re francese Enrico IV la propria nipote Maria de’ Medici. Però lo Stato mediceo è destinato a lento ma inesorabile declino durante tutto il Seicento, finché nel 1737 si spegne la dinastia dei Medici.

Maria de’ Medici in un ritratto di Pietro Facchetti del 1595

LO STATO PONTIFICIO

Lo Stato pontificio è nel Cinquecento tra i più vasti d’Italia: alla fine del secolo si allarga ulteriormente, inglobando il Ducato di Ferrara, allorché Alfonso II d’Este muore senza lasciare eredi diretti (un membro collaterale della famiglia d’Este cerca di rivendicare Ferrara, ma è costretto ad accontentarsi di Modena e Reggio Emilia).
Roma, la capitale dello Stato della Chiesa, conosce nel Cinquecento uno sviluppo straordinario: interi quartieri vengono demoliti per far posto alla costruzione di nuovi edifici, all’apertura di nuove strade, all’erezione di grandiosi monumenti; la città assume proprio in questo periodo la fisionomia che poi conserverà nei secoli successivi.

Roma nel 1549


Incisione del XVI secolo che ritrae papa Sisto V mentre discute con gli architetti 
l’erezione della Biblioteca Vaticana

L’impegno finanziario sostenuto dai papi è altissimo: i pontefici ricorrono a prestiti di banchieri stranieri e ancor più a una politica fiscale oppressiva, che spinge un gran numero di sudditi (si parla di 25.000 persone) a diventare briganti. Il fenomeno coinvolge non solo i poveri, ma persino alcuni nobili, insofferenti degli eccessivi carichi fiscali papali.
Il banditismo nel Lazio è legato anche alle frequenti carestie che scoppiano nello Stato della Chiesa e che hanno la loro causa nell’abbandono di numerose terre agricole trasformate in pascoli.

Briganti in un’incisione ottocentesca di Bartolomeo Pinelli

Nello stesso periodo i papi sono impegnati a contenere la Riforma protestante e a sopprimere ogni posizione considerata eretica, tramite il Sant’Uffizio, che ricorre spesso alla pena di morte.
La decadenza dello Stato pontificio, che ha perso gran parte del proprio prestigio internazionale, si accentua nel Seicento, quando tutta la penisola è colpita da una grave crisi economica.

LA REPUBBLICA DI GENOVA

La Repubblica di Genova si lega all’Impero nel 1528, allorché Andrea Doria, comandante della flotta genovese al servizio della Francia, passa inaspettatamente dalla parte di Carlo V; in cambio ne ottiene la protezione e la garanzia del mantenimento del regime repubblicano in città.
Da allora Genova (che era un piccolo stato, abitato in tutto il suo territorio solo da 300.000 persone) resta legata a lungo alle sorti del regno di Spagna: un legame utile ad entrambe le parti. Infatti Genova offre agli Spagnoli sia il suo porto sicuro (utile in particolare quando scoppierà la guerra contro i Paesi Bassi), sia la sua potenza finanziaria, fondamentale per le dissestate finanze spagnole. D’altra parte la Spagna offre a Genova una solida protezione politica e un poderoso appoggio militare.

L’ammiraglio Andrea Doria in un ritratto di Sebastiano del Piombo (XVI secolo)

LA REPUBBLICA DI VENEZIA

All’inizio del Cinquecento Venezia guarda allarmata alle nuove rotte per l’oriente aperte dai portoghesi e al pericolo rappresentato dai Turchi, che erano riusciti a togliere già da alcuni decenni alla città lagunare una parte dei suoi traffici commerciali.
Nel corso del ‘500, però, Venezia riesce a conservare il suo ruolo di città ricca e prestigiosa, sebbene non quanto lo fosse in precedenza.
Dopo la pace di Cateau-Cambrésis i suoi territori si estendono dall’Adda all’Isonzo, a buona parte dell’Istria e della Dalmazia, delle isole Ionie, di alcune piazzeforti dell’Epiro e del Peloponneso e delle isole di Candia (vale a dire Creta) e Cipro.
La costituzione veneziana, incentrata sul doge (il simbolo della nazione), sul Maggior Consiglio (il titolare della effettiva sovranità) e su una serie di magistrature create mano a mano che nascono nuovi problemi, suscita ammirazione in tutta Europa.

Seduta del Maggior Consiglio a Venezia in un dipinto di Joseph Heintz il giovane del 1678

Le ricchezze della classe dominante sono indubbiamente dovute alle attività commerciali (per quanto intaccate dalla crisi), ma anche allo sviluppo delle attività manifatturiere, che fanno di Venezia uno dei centri “industriali” più operosi in Italia. Le manifatture più sviluppate sono quelle tessili, delle costruzioni navali, del sapone e quella tipografica.

Particolare di un dipinto del XVI secolo raffigurante i falegnami dell’Arsenale di Venezia 
che costruiscono i remi per le galere

Inoltre è nel Cinquecento che cresce l’importanza della terraferma per la città lagunare. Di fronte alle sempre maggiori difficoltà del commercio, molti veneziani decidono di ritirarsi dagli affari e di investire cospicui capitali nell’acquisto di terre e nella costruzione di palazzi e ville; inoltre nelle campagne vengono introdotte e diffuse nuove colture e vengono avviate numerose opere di bonifica.
Malgrado questi elementi di forza, Venezia conosce sul finire del secolo – come il resto dell’Italia – l’inizio della decadenza economica, che si manifesta in modo particolare nel 1570 con la perdita di Cipro e nel 1669 con quella di Creta, entrambe conquistate dai Turchi.

Veduta di Venezia di Joseph Heintz il giovane (secolo XVII)


LE COSE FONDAMENTALI DA SAPERE

Nel ‘500 l’Italia è ancora un modello economico e culturale per il resto dell’Europa, ma poi, con l’abdicazione di Carlo V e la pace di Cateau-Cambrésis (1559), incomincia per la penisola un periodo di decadenza economica inarrestabile.
La Spagna domina su numerose regioni italiane (il Ducato di Milano a nord e i Regni di Napoli, Sicilia, Sardegna a sud) e il declino spagnolo si riversa inevitabilmente su questi domini italiani, in cui la popolazione vive in condizioni di miseria e, se anche spesso si ribella, viene facilmente domata dalla politica repressiva spagnola.
Gli altri Stati presenti nel territorio della penisola sono troppo piccoli per contare veramente a livello europeo, pur avendo alcuni di essi ancora alcuni elementi di forza; si distinguono in particolare
- il Ducato del Piemonte retto dalla dinastia dei Savoia in maniera assolutistica e che conosce uno sviluppo economico che fa di questo Stato la parte più moderna dell’Italia;
- la Toscana dei Medici, che ottiene il rango di Granducato, ma poi viene a trovarsi sempre più legata alla Spagna e conosce un lento declino;
- lo Stato della Chiesa, che opprime la popolazione con un carico fiscale enorme (alimentando il fenomeno del banditismo) e che deve occuparsi di limitare l’estensione della Riforma protestante; solo la città di Roma conosce una straordinaria fioritura urbanistica;
- la Repubblica di Genova, legata alla Spagna, da cui ricava protezione e ricchezza, poiché i banchieri genovesi diventano i finanziatori delle imprese della monarchia spagnola;
- la Repubblica di Venezia, che si estende sulla terraferma nel nord-est dell’Italia e conserva a lungo la sua potenza economica, ma che, nello scontro con i Turchi che la privano di possedimenti e di possibilità commerciali, è destinata a decadere.





lunedì 20 aprile 2015

53 Le monarchie assolute



LE MONARCHIE ASSOLUTE

Nell’Età Moderna e in particolare nel XVII secolo molti re europei riuscirono a rafforzare il proprio controllo sul territorio di cui erano sovrani, spesso approfittando dei contrasti esistenti tra i diversi poteri locali, per esempio tra i nobili e le comunità contadine. Le decisioni politiche, l’amministrazione della giustizia, l’uso della violenza armata divennero in gran parte dell’Europa monopolio regale: solo il monarca e gli uomini da lui nominati potevano mantenere rapporti con gli altri Stati, giudicare, fare ricorso alle armi.
Questo avvenne con particolare evidenza in Francia, dove il re Luigi XIV (1638-1715), che scelse per sé l’appellativo di «Re Sole», riuscì durante il suo lungo regno a togliere alla nobiltà ogni importanza politica. Al contrario in Inghilterra ogni tentativo del re di imporre la propria volontà su tutti i sudditi riuscì solo per un certo periodo, ma finì tragicamente, come vedremo più avanti.

Luigi XIV ritratto da Hyacinthe Rigaud

Gli Stati in cui i poteri del re si rafforzarono molto vengono chiamati monarchie assolute, in quanto il potere dei sovrani era ab solutus, cioè “sciolto” da ogni costrizione esterna (in pratica, nessuno poteva dire a un re che cosa fare); in realtà i re non furono mai in grado di governare senza il consenso di una parte, anche minima, della popolazione: avevano bisogno, infatti, di tutta una serie di alti funzionari (consiglieri, segretari, ministri, diplomatici), i quali potevano anche ottenere un grande potere personale, ma correvano sempre il rischio di essere privati della loro carica e talvolta anche della libertà e della vita, se il re non era soddisfatto di loro o li sospettava di tradimento.
La necessità di controllare il territorio e di aver bisogno per farlo di persone di fiducia dei monarchi portò a uno sviluppo della pubblica amministrazione: negli Stati europei nacque quella che viene chiamata burocrazia, ossia l’insieme dei dipendenti pubblici, che si occupavano di far funzionare lo Stato applicando le direttive del re. Questo lavoro offriva possibilità di carriera e di arricchimento per i nobili e i ricchi borghesi, perciò le cariche pubbliche erano molto richieste e spesso venivano vendute dallo Stato.

Luigi XIII di Francia con il suo ministro il cardinale Richelieu e altri personaggi

Per controllare meglio i propri regni, i sovrani cercarono anche di unificare norme e regolamenti: i re di Inghilterra, Francia e dei diversi Stati tedeschi adottarono un sistema monetario e doganale nazionale; istituirono un unico sistema di pesi e misure; allestirono un sistema postale nazionale.
Naturalmente per fare tutto questo, per mantenere il controllo del territorio e, ancor più, per le spese straordinarie, bisognava trovare il denaro necessario: il solo mantenimento della corte e il pagamento dei funzionari necessitavano di finanze costanti e sicure. Le entrate dello Stato provenivano dallo sfruttamento delle miniere d’oro e d’argento presenti entro i confini del regno, dalle dogane esistenti ai confini (che comportavano il pagamento di una tassa per tutte le merci che entravano o uscivano da quei confini), dai possedimenti del re (che spesso erano molto estesi) e dalle tasse, ordinarie o straordinarie, che i sudditi dovevano pagare.
Spesso queste entrate non erano sufficienti, ma ogni imposizione di nuove tasse poteva provocare malcontento e rivolte. Perciò succedeva molte volte che i re dovessero ricorrere a prestiti, che non sempre venivano pagati: per esempio tra il 1560 e il 1662 la Spagna sospese o rinviò i pagamenti ben otto volte, provocando il fallimento di una serie di banche e crisi finanziarie internazionali.

Bartholomeus Strobel il Giovane, particolare dal Banchetto di Erode (del 1630 ca):
anche se di argomento religioso antico, il dipinto rende bene l’idea della nobiltà seicentesca 
(in questo caso, quella spagnola)

IL CASO DELLA FRANCIA

La storia della Francia tra Cinquecento e Settecento è particolarmente significativa per comprendere l’attuarsi del concetto di assolutismo, fin qui esposto nelle sue caratteristiche generali.
Fin dai primi anni del Trecento in Francia esisteva un Parlamento, cioè un’assemblea nella quale sedevano i rappresentanti dei vari ordini di sudditi. Il Parlamento francese veniva chiamato Stati Generali, in quanto tutti i sudditi erano stati suddivisi in 3 gruppi, chiamati appunto stati: il clero formava il Primo stato, la nobiltà il Secondo, tutti gli altri (ossia coloro che non erano né ecclesiastici né nobili) il Terzo.

Due nobili francesi del Seicento

Ognuno dei tre stati aveva diritto ad esprimere il proprio parere, quando il Parlamento fosse stato convocato dal re, mediante un voto singolo per ogni stato; poiché il Primo e il Secondo stato erano naturali alleati, avevano sempre la meglio sul Terzo stato, il cui voto era minoritario rispetto ai due di clero e nobiltà. Inoltre va considerato che i re francesi convocavano il Parlamento in rarissime occasioni e questo creò una situazione molto diversa da quella che invece si ebbe in Inghilterra (e che spiegheremo più avanti).
Le guerre di religione che insanguinarono la Francia nella seconda metà del XVI secolo furono anche un modo per la nobiltà di indebolire la monarchia; ne uscì vincitore il duca di Borbone, che salì al trono nel 1589 con il nome di Enrico IV e, abiurando alla sua fede ugonotta, riuscì a pacificare un Paese a maggioranza cattolica. Ma nel 1610 Enrico IV venne ucciso da un cattolico che non credeva alla sincerità della sua conversione; ereditò la corona suo figlio Luigi XIII, che però aveva solo 9 anni.

L’assassinio di Enrico IV in un’incisione di Gaspard Bouttats della seconda metà del Seicento

La madre, Maria de’ Medici, divenne reggente del figlio, accumulando un forte potere che non volle cedere nemmeno quando Luigi divenne maggiorenne. Ne seguirono complotti e intrighi, anche dopo che il re aveva trovato nel cardinale Richelieu un uomo di fiducia con cui dedicarsi al rafforzamento della monarchia.

Philippe de Champaigne, Triplo ritratto di Richelieu (1642 ca)

La Francia di Richelieu entrò nella Guerra dei Trent’anni (tra il 1618 e il 1648), scoppiata per i contrasti religiosi tra i re cattolici d’Austria e di Spagna e i principi protestanti tedeschi, la Danimarca, la Svezia e l’Olanda: il conflitto si trasformò ben presto in una contesa tra Stati avidi di territori.

Rievocazione moderna della battaglia della Montagna Bianca (8 novembre 1620), uno scontro della Guerra dei Trent'anni

In quegli anni in Francia si ebbero rivolte dei contadini affamati dalle tasse imposte per la guerra; ci furono tensioni da parte degli ugonotti, che non avevano fiducia in un governo retto da un cardinale cattolico; ci furono complotti degli aristocratici contro la monarchia. La risposta di Richelieu fu sempre all’insegna della più dura repressione, anche nei confronti degli appartenenti alle più illustri famiglie di Francia, che furono a decine condannati a morte.
La guerra finì nel 1648 con la pace di Westfalia, che decretò la sconfitta degli Asburgo d’Austria, l’indipendenza definitiva dell’Olanda e il rafforzamento della Svezia; la Francia, che poté sedere al tavolo dell’armistizio tra le potenze vincitrici, ottenne il possesso di importanti regioni al confine con la Germania.

La firma del trattato di Münster nel 1648 (dipinto di Gerard Ter Boch):
il trattato di Münster fu uno di quelli che portarono alla pace di Westfalia

Ma sul piano interno la situazione era molto delicata: la Francia infatti aveva vinto nel 1643 una importante battaglia, quella di Rocroi, ma le truppe francesi erano comandate dal principe di Condé, appartenente a una delle famiglie aristocratiche più ostili ai Borbone. La morte di Richelieu nel 1642 e quella di Luigi XIII nel 1643 complicarono le cose: l’erede di Richelieu fu un altro cardinale, Giulio Mazzarino, l’erede del re fu il figlio Luigi XIV che aveva solo 5 anni; la reggente, la regina madre Anna d’Austria, era inesperta contro una nobiltà ridivenuta fortissima e desiderosa di vendicare i morti decretati ai tempi di Richelieu.

Luigi XIV bambino con la madre Anna d'Austria (di anonimo)

Pierre Mignard, Ritratto di Giulio Mazzarino

I primi anni del regno di Luigi XIV furono un incubo. Nel 1648, quando il re aveva dieci anni, i nobili gli scatenarono contro l’agitazione della Fronda (dal nome della fionda, l’arma con cui il popolo parigino rompeva i vetri delle finestre del cardinale Mazzarino): le violenze costrinsero il bambino sovrano e la madre a fuggire per due volte da Parigi, mentre il popolo, sobillato dai principi, moriva sulle barricate massacrato dai soldati del re.

F. Dupré, Le barricate durante la fronda del 27 agosto 1648

Alla fine la Fronda fu sconfitta, ma Luigi XIV aveva ormai capito che i nemici della sua monarchia erano i nobili e il Parlamento. Nel 1661 morì il Mazzarino e lo stesso giorno il re (che aveva 23 anni) convocò il Consiglio della Corona e comunicò agli esterrefatti ministri che da quel momento in poi egli avrebbe governato da solo.
Mantenne, si può dire, la parola: infatti licenziò l’intero Consiglio e scelse tre nuovi collaboratori, i quali, sotto la direzione del re, riorganizzarono l’intera Francia, con una serie di atti apparentemente rispondenti a effettive esigenze di miglioramento (sociale, economico, militare), in realtà miranti a togliere alla nobiltà ogni potere.

Charles Le Brun, Il re governa da se stesso (dipinto della reggia di Versailles)

In compenso Luigi XIV diede all’aristocrazia ciò che essa soprattutto cercava: il denaro con cui conservare il lusso in cui viveva. Il sovrano chiamò decine di nobili a corte, creando cariche magnifiche e prestigiose (come quella di sovrintendente alla Tavola reale, che voleva dire curare il menu delle feste organizzate a corte), che erano del tutto prive di potere, ma erano pagate con lauti stipendi. In più, per mantenere questi nobili in un ambiente che fosse il più splendido d’Europa, fece costruire a pochi chilometri da Parigi la reggia di Versailles: i nobili avevano l’obbligo di risiedervi e per avere onorificenze e premi bisognava che entrassero nelle grazie del re e dei suoi favoriti.

Versailles nel Seicento

Contemporaneamente il ministro delle finanze, Colbert, riuscì a trasformare la Francia in una nazione moderna, in cui il controllo dello Stato nell’amministrazione e nell’economia era capillare; venne favorito lo sviluppo delle manifatture francesi, sia quelle per i prodotti di lusso, sia quelle di vitale utilità, come le vetrerie, i cantieri navali, le officine metallurgiche, le manifatture per la lavorazione del sapone, dei tabacchi, dello zucchero.

Visita all’Arsenale di Marsiglia (dipinto del 1677 circa conservato nella reggia di Versailles)

Il programma di Colbert ebbe però effetti limitati, sia perché non seppe intervenire nell’agricoltura, che era ancora la base della ricchezza delle nazioni, sia a causa delle enormi spese che Luigi XIV fu costretto a sostenere, in quanto coinvolto nella guerra di successione spagnola che si combatté tra il 1702 e il 1713.

Claude Lefébvre, Ritratto di Jean-Baptiste Colbert

A corte vennero invitati scrittori e artisti: i grandi commediografi Racine e Molière, l’architetto Gian Lorenzo Bernini (che progettò l’ampliamento del Louvre), il musicista Giambattista Lulli. Anche nei confronti dell’arte il controllo statale era rigido: la censura si abbatteva su tutta la produzione intellettuale che non fosse in linea con il volere del Re Sole.

Charles Le Brun, Ritratto di Molière

IL CASO DELL’INGHILTERRA

Pur molto diverso da quello francese, il caso dell’Inghilterra aiuta a capire un aspetto dell’assolutismo monarchico che caratterizzò il Seicento.
L’Inghilterra era stata la nazione che per prima si era dotata di un Parlamento: probabilmente ricorderai che nel 1215 la promulgazione della Magna charta libertatum fu il primo esempio di assemblea rappresentativa di un gruppo sociale ammesso a prendere delle decisioni politiche assieme al monarca (PARLAMENTO significa appunto che si aveva il diritto di PARLARE di fronte al re).
Nel Cinquecento il Parlamento inglese era composta da due Camere, cioè due assemblee rappresentative:
- la Camera Alta o Camera dei Lords, in cui sedevano i rappresentanti dell’aristocrazia, poco più di un centinaio di famiglie di grandi proprietari terrieri
- la Camera Bassa o Camera dei Comuni, formata dai rappresentanti delle città e delle campagne.

La Camera dei Lords nel XVII secolo

Il Parlamento dipendeva dal re, perché solo il re aveva il diritto di convocarlo; ma anche il re dipendeva dal Parlamento, perché esso aveva il diritto di bocciare le sue proposte.
Naturalmente non sempre il re sottoponeva all’approvazione delle due Camere i suoi atti di governo, anzi, in certi periodi i sovrani avevano usato ogni tipo di sistema per non convocarle; però il Parlamento aveva continuato ad esistere e con Elisabetta I era stato accresciuto nel numero dei suoi membri ed era stato regolarmente convocato.
Elisabetta I morì nel 1603 senza eredi: con lei si estinse la dinastia dei Tudor. Al trono salì dopo di lei Giacomo I Stuart, cugino scozzese di Elisabetta, imparentato per via di matrimoni con gli Asburgo, cattolico e convinto che un re è tale per diritto divino e che il suo potere non va spartito con nessuno.

Anthonis van Dyck, Carlo I a caccia (1635)

Con Giacomo I e poi con il successore Carlo I i contrasti con il Parlamento furono inevitabili. Per molti anni Carlo I riuscì a governare senza convocare le due Camere: fu costretto a farlo nel 1640, in seguito alla rivolta prima della Scozia e poi dell’Irlanda, scoppiate per motivi religiosi. Per fronteggiare le rivolte, Carlo I voleva imporre forti tasse con cui armare l’esercito, ma prima dovette chiedere l’appoggio del Parlamento. Questo accettò la proposta del re, ma solo a patto che il comando dell’esercito fosse affidato al Parlamento stesso. Poiché Carlo I rifiutò, fu guerra civile.
A guidare i fautori del Parlamento fu un gentiluomo di campagna, Oliver Cromwell, dotato di notevoli capacità militari e politiche.

Samuel Cooper, Oliver Cromwell (1656)

L’esercito da lui comandato sbaragliò le truppe fedeli al re, che venne fatto prigioniero. Poiché Carlo I non si dimostrò minimamente disposto a rispettare le Camere, anzi, dalla prigione in cui era rinchiuso tramò per riaccendere la guerra civile, nel 1649 fu accusato di crimini contro lo Stato, processato dal Parlamento e condannato alla decapitazione.

La decapitazione di Carlo I

Dopo la morte del re l’Inghilterra divenne una repubblica, in cui però l’attività del Parlamento era sospesa e a governare era il solo Cromwell, sostenuto dal suo esercito: si trattava in sostanza di una dittatura personale.
Quando Cromwell morì nel 1658, gli Inglesi restaurarono la monarchia e restituirono il trono agli Stuart; questi però dimostrarono di non aver imparato niente dai fatti successi e tornarono a calpestare il Parlamento. Nel 1688 gli Inglesi decisero di liberarsi per sempre di una casa regnante inadatta al paese: un gruppo di Lords offrì segretamente il trono a un principe olandese, Guglielmo d’Orange, che sbarcò a Londra, mentre l’ultimo degli Stuart si rifugiava in Francia.

Ritratto di Guglielmo III d’Inghilterra (il nome assunto da Guglielmo d’Orange)

L’anno seguente (1689) il Parlamento votò il Bill of Rights, cioè la Dichiarazione dei Diritti, con la quale attribuiva a se stesso tutte le decisioni politiche fondamentali, rendeva i ministri del re responsabili delle loro azioni di fronte alle Camere e affermava l’indipendenza dei giudici dalla monarchia. Gli eventi del 1689 furono chiamati Gloriosa Rivoluzione: essi segnarono il trionfo finale del Parlamento e il tramonto in Inghilterra della monarchia assoluta.

Il Bill of Rights originale del 1689


LE COSE FONDAMENTALI DA SAPERE

Il Seicento (secolo XVII) è il secolo dell’assolutismo, cioè di una forma di governo in cui un monarca cerca di assumere in sé ogni potere politico (quello legislativo, quello esecutivo, quello giudiziario) e di controllare appieno la vita economica e le decisioni militari del proprio paese.
Ciò avviene in particolare in Francia, con i re Luigi XIII e soprattutto Luigi XIV, che regna per 5 decenni e riesce a imporsi su tutti i suoi sudditi (nobili compresi), limitando al minimo le proteste e le ribellioni, domate con la repressione, e concedendo a nobili e ecclesiastici una serie di privilegi (ad esempio quello di non pagare le tasse), che li rendono docili al suo volere. Pur prendendo personalmente (o con pochi stretti collaboratori) le decisioni politiche fondamentali, il re ha bisogno di un gran numero di funzionari che eseguono i suoi ordini (formando quella che si chiama burocrazia) e che possono perdere il loro ruolo, se solo non sono più graditi al sovrano.
Anche in Inghilterra i monarchi della dinastia Stuart (succeduta a quella Tudor alla morte di Elisabetta I che non ha eredi) cercano di raggiungere gli stessi scopi, ma non ci riescono; in Inghilterra, infatti, il Parlamento (cioè i rappresentanti dei sudditi inglesi) si oppone a questi tentativi assolutistici e prima (1649) fa decapitare il re Carlo I e instaura una repubblica (con Oliver Cromwell, che però si trasforma in un dittatore), poi (1688) affidando il trono a Guglielmo d’Orange, un principe olandese, che nel 1689 promulga il Bill of Rights, un documento in cui i ruoli del re, del Parlamento e dei giudici vengono stabiliti con cura: l’Inghilterra diventa così la prima nazione al mondo che si dà una Costituzione.