sabato 29 agosto 2015

63 La rivoluzione francese



LA RIVOLUZIONE FRANCESE

Nel Settecento la Francia è una delle grandi potenze europee e, in quanto tale, partecipa alle guerre che si combattono sia in Europa, sia in altri continenti: il suo impero coloniale è assai vasto ed è lo Stato più popoloso d’Europa (circa 28 milioni di abitanti). Le guerre e le conquiste, però, hanno costi molto alti, che spingono il re a imporre nuove tasse per sostenere tutte le spese e coprire il fortissimo deficit statale, ossia la perdita di denaro, dovuta al fatto che le spese sono superiori ai guadagni.
Poiché il Primo e il Secondo Stato erano esentati da tutte le tasse (le quali venivano pagate dal Terzo Stato) e poiché le somme già pagate da questo erano molto alte, la situazione era piuttosto tesa: da una parte il Terzo Stato chiedeva che anche gli altri ordini pagassero le tasse, dall’altra nobiltà e clero volevano conservare i loro privilegi.

Il risveglio del Terzo Stato, incisione anonima del 1789

L’unica possibilità per il re, Luigi XVI, di imporre nuove tasse veniva dalla convocazione degli Stati Generali, quell’assemblea formata dai rappresentanti dei tre ordini, che i sovrani francesi preferivano convocare il meno possibile (l’ultima volta era stato nel 1614), sia perché abituati a governare in maniera assoluta, sia perché dagli Stati Generali potevano provenire solo richieste di riforme o addirittura rivolte, come era successo in Inghilterra con il Parlamento.
Convocata per il 1789, la riunione degli Stati Generali fu preceduta da tutta una serie di assemblee, che si tennero in tutta la Francia, per l’elezione dei rappresentanti dell’assemblea e anche per decidere il numero dei rappresentanti del Terzo Stato: questo, infatti, chiedeva che fosse raddoppiato rispetto al passato, quando era la metà di quello di Primo e Secondo Stato messi assieme. Nel dicembre 1788 il Terzo Stato ottenne il raddoppio richiesto. Dalle elezioni per la scelta dei rappresentanti del Terzo Stato, però, emerse che erano stati scelti solo borghesi (in particolare “uomini di legge”, qualche medico e alcuni negozianti), mentre nessun artigiano e nessun contadino era stato eletto.

La composizione degli Stati Generali riunitisi nel 1789

Gli Stati Generali furono solennemente aperti dal re a Versailles il 5 maggio 1789, ma da subito si aprì un lungo dibattito sulle procedure da seguire, in particolare quelle inerenti al voto: per ordine o per testa?
Il voto per ordine prevedeva che ciascun Stato esprimesse le sue decisioni con un voto: in questo caso clero e nobiltà (alleati naturali) avrebbero sempre contato sulla maggioranza (due a uno) rispetto al Terzo Stato.
Il voto per testa, invece, prevedeva che ogni rappresentante dell’assemblea avesse un voto a disposizione e poiché i rappresentanti del Terzo Stato erano numerosi quanto quelli degli altri due Stati, era possibile che avessero la maggioranza in qualche votazione, dato che erano favorevoli a questo sistema non solo i borghesi, ma anche alcuni nobili di idee più liberali e i curati del basso clero; solo in questo modo ci poteva essere qualche riforma vera nel governo della Francia.

L’apertura degli Stati Generali a Versailles il 5 maggio 1789 in una incisione del XIX secolo

Il 17 giugno, dichiarando di rappresentare il 98% della popolazione, Terzo Stato e basso clero decisero di superare il dibattito sul voto, proclamandosi Assemblea nazionale: si impegnarono a rappresentare tutti i francesi e a non separarsi mai, fino a quando non fossero riusciti a dare alla Francia una solida Costituzione, cioè un insieme di norme politiche di cui il governo avesse dovuto tenere conto (giuramento della pallacorda del 20 giugno).

Il giuramento della pallacorda, di Jacques Louis David (1791)

Luigi XVI avrebbe voluto sciogliere questa Assemblea con la forza, ma intanto il popolo era in agitazione, a Parigi e in tutta la Francia: il cattivo raccolto del grano del 1788 aveva provocato un forte aumento del prezzo del pane, l’alimento più diffuso, peggiorando le condizioni di vita del popolo e la convocazione degli Stati Generali aveva diffuso la speranza nella fine di secoli di miseria e sfruttamento.
Perciò, quando si diffuse la notizia che un esercito si stava ammassando alle porte di Parigi per intervenire contro l’Assemblea nazionale, scoppiò la rivolta. Il popolo assalì la Bastiglia, che era insieme arsenale (cioè deposito di armi) e prigione di Stato ed era divenuta il simbolo dello strapotere del re. La presa della Bastiglia (14 luglio 1789), che provocò un centinaio di morti, è considerata l’inizio della rivoluzione francese e anche di una nuova epoca storica (l’Età Contemporanea), che portò alla diffusione dei principi di libertà e di uguaglianza dei cittadini, oggi ritenuti naturali da (quasi) tutti.

La presa della Bastiglia in un dipinto di Jean-Pierre Houël

Da Parigi la rivoluzione si estese a tutta la Francia: nelle città e soprattutto nelle campagne il popolo si ribellò e incominciò a chiedere l’eliminazione immediata dei privilegi feudali della nobiltà e l’abolizione delle decime da pagare al clero o allo Stato. Nella seconda metà di luglio si scatenò la «grande paura», causata dai contadini che assaltano i castelli, bruciano le carte dei diritti signorili e a volte le stesse dimore dei nobili. La violenza della rivolta contadina (la più violenta sommossa popolare che la Francia avesse mai conosciuto da centinaia d’anni) spinse l’Assemblea nazionale ad abolire i privilegi feudali e a proclamare la libertà e l’uguaglianza di diritti di tutti gli uomini.
Il 26 agosto, infatti, viene pubblicata una Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino che mette fine all’Ancien Régime: i tre ordini vengono aboliti, come pure la servitù feudale, e a tutti i cittadini maschi viene riconosciuta la possibilità di ottenere un incarico pubblico, civile o militare. L’importanza e l’assoluta novità della Dichiarazione consistono nel fatto che essa ha un carattere universalista, cioè esprime dei valori che possono essere applicati in qualsiasi Paese e in qualsiasi tempo. Non vi è in essa né un nome di nazione, né l’indicazione d’un regime: vale tanto per una monarchia quanto per una repubblica.
Nel settembre 1791 i principi della Dichiarazione trovano esplicito riconoscimento in una Costituzione, che abolisce il sistema feudale e garantisce il diritto di voto a tutti i cittadini maschi che pagano una certa somma di denaro come tributi. Non ottengono il diritto di voto le donne, sebbene poco prima fosse stata pubblicata anche una Dichiarazione dei diritti delle donne e delle cittadine.

La “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” in una stampa acquerellata 
di Jean-Jacques François Le Barbier

La rivoluzione francese e le sue idee erano sostenute dalla borghesia e da molti uomini e donne del popolo, che i nobili chiamavano con un certo disprezzo sanculotti, in quanto si vestivano con i pantaloni lunghi e non con quelli corti (chiamati culottes), che richiedevano l’uso anche di calze di seta ed erano l’abbigliamento tipico degli aristocratici.

Un “sans-culotte” parigino

La maggioranza dei contadini era favorevole al governo rivoluzionario, però in alcune regioni la tradizionale fedeltà alla nobiltà e l’influenza del clero spinsero la popolazione rurale ad appoggiare i nobili e a ribellarsi al nuovo governo.
Anche tra il basso clero la rivoluzione trovò alcuni sostenitori, ma il Primo Stato, in particolare l’alto clero, fu avverso al governo, tanto più che fin dal 1789 i beni della Chiesa vennero considerati proprietà dello Stato.

Vignetta satirica sul clero, rappresentato mentre celebra il funerale dei benefici perduti con la rivoluzione

Quasi tutti i nobili, che si videro privati dei loro privilegi, erano ostili alla rivoluzione e perciò il popolo diffidava di loro. Molti, temendo di essere accusati di tradimento e di attività controrivoluzionaria, preferirono emigrare, convinti che la rivoluzione sarebbe presto finita e le innovazioni cancellate. Nel 1791 i beni nobiliari vennero confiscati, cioè fatti propri dallo Stato.
Il re era del tutto contrario agli ideali rivoluzionari, ma la sua posizione divenne sempre più difficile: i suoi tentativi di usare la forza contro l’Assemblea provocarono una rivolta e Luigi XVI fu costretto a trasferirsi dalla corte di Versailles a Parigi, di fatto prigioniero del governo rivoluzionario (ottobre 1790). Un tentativo di fuga all’estero (giugno 1791) aumento l’ostilità nei suoi confronti e anche in quelli della regina Maria Antonietta, invisa al popolo ma anche alla nobiltà, sia per la sua origine austriaca, sia per il suo comportamento frivolo.

Disegno di Jacques Louis David raffigurante il Trionfo del popolo francese sulla monarchia

Il governo rivoluzionario non aveva nemici solo all’interno della Francia: esso costituiva una minaccia per i re e la nobiltà di tutta Europa, perché la diffusione dei principi di libertà e uguaglianza avrebbe potuto provocare rivoluzioni in altri Stati. Il governo francese temeva un attacco da parte degli altri Stati europei, ma nello stesso tempo pensava di poter utilizzare un’eventuale guerra per diffondere le idee rivoluzionarie in tutto il continente e procurarsi così degli alleati.
Anche il re non era contrario alla guerra, perché sperava che una sconfitta della Francia ad opera degli altri re avrebbe messo fine al governo rivoluzionario e gli avrebbe restituito i suoi poteri.
Accadde, quindi, che nell’aprile 1792 la Francia dichiarò guerra all’Austria, che trovò l’alleanza della Prussia. Inizialmente l’esercito rivoluzionario, del tutto impreparato, venne sconfitto e questo provocò una forte reazione popolare, che spinse l’Assemblea a proclamare la repubblica (settembre 1792) e a imprigionare Luigi XVI, accusato, non a torto, di accordi segreti con il nemico.

Questo dipinto di Jean-Jacques Bertaux rappresenta La presa delle Tuileries, un episodio della rivoluzione (del 10 agosto 1792) che segnò la caduta della monarchia

Questo susseguirsi di fatti drammatici portò alle elezioni per una nuova Assemblea, chiamata, come quella degli Stati Uniti, Convenzione e incaricata di dotare la Francia di un nuovo regime. I deputati di questo primo parlamento eletto a suffragio universale maschile (cioè in cui tutti i maschi hanno diritto di voto) avevano posizioni molto diverse sui provvedimenti da prendere. Coloro che erano a favore dell’uguaglianza tra i cittadini e volevano perciò grandi riforme sociali, si sedevano nella parte sinistra dell’aula: tra di essi si distinse il gruppo dei giacobini, i cui rappresentanti principali erano Danton, Marat e Robespierre.

Da sinistra: Georges Jacques Danton, Jean-Paul Marat e Maximilien de Robespierre, 3 protagonisti della rivoluzione francese; il primo e il terzo morirono sulla ghigliottina rispettivamente a 34 e 36 anni, il secondo fu assassinato a 50 anni dalla girondina Carlotta Corday mentre era in vasca da bagno

Coloro che invece erano contrari a profonde riforme, perché erano legati agli interessi della borghesia più ricca, si sedevano a destra. Da allora abitualmente nei parlamenti i conservatori, cioè coloro che non mirano a cambiare profondamente la situazione esistente, siedono a destra, mentre i progressisti, che vogliono trasformare la società, siedono a sinistra. Negli ultimi due secoli destra e sinistra hanno assunto questo preciso significato politico (destra = conservatori, sinistra = progressisti), di volta in volta con alcune modifiche legate al periodo storico, ma sostanzialmente riconducibile a quanto accadde con la Convenzione francese del 1792.
La Convenzione processò Luigi XVI, che venne ritenuto colpevole di intesa con il nemico e con 387 voti favorevoli, di fronte a 334 contrari, fu condannato a morte e ghigliottinato (gennaio 1793).

L’esecuzione di Luigi XVI in una stampa popolare d’epoca

La diffusione delle idee rivoluzionarie francesi tra la borghesia di diversi altri Stati e le sommosse che avvennero in Belgio (1789-1790) e in Svizzera (1790-1791) avevano creato grandi preoccupazioni tra i sovrani europei. L’esecuzione di Luigi XVI e alcune vittorie francesi spinsero l’Inghilterra, la Spagna, il Portogallo e diversi Stati italiani e tedeschi a dichiarare guerra alla Francia (1793), schierandosi con l’Austria e la Prussia e formando così una grande coalizione (alleanza) antifrancese. L’esercito francese subì nuove sconfitte.
In alcune province, inoltre, ci furono delle rivolte contro il governo repubblicano: la più violenta scoppiò nel 1793 in Vandea, una regione della Francia centrale affacciata sulle coste dell’oceano Atlantico, e fu soffocata con una repressione durissima, che provocò più di 100.000 morti.

La battaglia di Le Mans (un episodio della rivolta della Vandea) in un dipinto del 1852 di Jean Sorieul

Le sconfitte e le rivolte aumentarono le tensioni interne, aggravando i contrasti all’interno della Convenzione, in particolare tra i Montagnardi (il partito più radicale) e i Girondini (i rivoluzionari più conservatori). Nel giugno 1793 i giacobini, appoggiati dal popolo di Parigi, si impadronirono del potere e imposero l’arresto dei deputati girondini.
Messi fuori gioco gli avversari, i giacobini portarono subito a termine la stesura di una nuova Costituzione, assai più democratica di quella del 1791: essa instaurava il suffragio universale maschile e il referendum, proclamava la libertà dei popoli di disporre di sé medesimi e la fraternità tra i popoli liberi, riconosceva che lo Stato deve assistere i bisognosi e garantire a tutti l’istruzione. La nuova costituzione non trovò, in realtà, una effettiva e completa applicazione; più certa fu la riorganizzazione del governo rivoluzionario. Robespierre venne messo a capo di un Comitato di Salute Pubblica, come venne chiamato il nuovo governo, che, fino al raggiungimento della pace, dichiarava di non poter essere altro che “rivoluzionario”, tale cioè da poter prendere misure eccezionali data la gravità del momento.
Numerose furono infatti le riforme attuate (da quella del calendario all’abolizione della schiavitù nelle colonie francesi), accompagnate però anche da una durissima repressione: circa 500.000 oppositori e sospetti (per lo più nobili, ma anche operai e contadini) vennero imprigionati; almeno 17.000 vennero ghigliottinati (tra essi, nell’ottobre 1793, l’ex regina Maria Antonietta); circa altrettanti furono uccisi in carcere durante sommosse popolari o vi morirono per stenti e violenze. Perciò questo periodo (che durò fino al luglio 1794) venne chiamato il Terrore.

Luigi XVI e Maria Antonietta; quando vennero ghigliottinati avevano rispettivamente 38 e 37 anni

Vi fece seguito il cosiddetto Terrore bianco, che rovesciò il Comitato di Salute Pubblica, ne giustiziò i componenti (compreso Robespierre) e iniziò la persecuzione dei montagnardi, molti dei quali vennero condannati o uccisi senza processo.
La nuova Convenzione abrogò (annullò) la costituzione del 1793 e ne adottò un’altra (1795), assai meno democratica, che limitava il diritto di voto. Nell’ottobre 1795 la Convenzione si sciolse e affidò il potere a un organismo detto il Direttorio: esso era costituito da cinque membri, designati da due assemblee (il Consiglio dei cinquecento e il Consiglio degli anziani) elette solo dai cittadini più ricchi. Il Direttorio era perciò sotto il controllo della borghesia.
Esso durò fino al 1799, quando venne sciolto da Napoleone Bonaparte con un colpo di stato.

I simboli della rivoluzione francese: il motto della rivoluzione (Libertà, uguaglianza, fratellanza); la bandiera francese; la coccarda tricolore; il berretto frigio; la Marsigliese (l’inno nazionale francese); la ghigliottina.


mercoledì 12 agosto 2015

62 La prima rivoluzione industriale: conseguenze



LA PRIMA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE: CONSEGUENZE

La Prima rivoluzione industriale trasformò l’economia e la società; cominciamo osservando le trasformazioni nell’economia.
A causa del grande sviluppo industriale, si ridusse l’importanza dell’agricoltura: mentre nel 1750 essa forniva circa la metà del prodotto nazionale lordo (cioè dell’insieme della ricchezza prodotta nel Paese), un secolo dopo forniva appena il 20%, mentre l’industria e il commercio fornivano ormai una parte molto maggiore. L’Inghilterra fu il primo Stato che passò da un’economia sostanzialmente agricola (com’era sempre stato dall’inizio della storia umana) a un’economia industriale.

Il complesso industriale di New Lanark, in Scozia, dove grazie a Robert Owen le condizioni di vita e di lavoro degli operai erano molto migliori che nel resto del Paese

Anche l’artigianato si ridusse e molte lavorazioni, come quella del cotone e poi delle altre fibre tessili, scomparvero, perché i prodotti industriali, che costavano molto di meno, sostituirono completamente quelli artigianali.
Il commercio, in particolare quello internazionale, ebbe invece un grande sviluppo, perché aumentò la quantità di merci in circolazione: le materie prime che servivano alle industrie, i prodotti industriali, il cibo per una popolazione in crescita.
Le attività finanziarie conobbero anch’esse una crescita molto forte, perché impiantare un’industria o avviare un’attività commerciale richiedeva grandi capitali e gli imprenditori si rivolgevano alle banche.
Per le industrie era importante vendere i prodotti il più in fretta possibile, in modo da non avere inutili scorte di merce e continuare a produrre e a guadagnare; per questo gli industriali favorirono l’ampliamento delle vie di comunicazione. Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento vennero costruiti numerosi canali, come quello tra Liverpool e Manchester inaugurato nel 1778, perché allora il trasporto dei prodotti industriali si svolgeva in larga maggioranza per via d’acqua. 

La città di Bristol nel secolo XVIII, con il suo canale artificiale essenziale per lo smercio industriale

Vennero comunque costruite anche nuove strade e ci furono alcune invenzioni riguardanti i trasporti terrestri: ad esempio nel 1804 l’invenzione di molle d’acciaio per le carrozze permise di rendere i viaggi su strada più comodi. Nel 1814 l’invenzione della locomotiva cambiò notevolmente i trasporti e il paesaggio.

Uno dei primi modelli di locomotiva

Vediamo ora le trasformazioni della società.
Innanzitutto si ebbe un aumento della popolazione, che in un secolo quasi triplicò; fu allora una crescita demografica eccezionale, la prima di una lunga serie che non è più terminata.
Se fino al 1750 la popolazione inglese viveva in larghissima maggioranza in campagna, come accadeva in tutta Europa, e le grandi città erano poco numerose, un secolo dopo la percentuale di popolazione urbana era fortemente cresciuta e numerose erano le città importanti. Vi fu infatti un massiccio spostamento della popolazione dalla campagna alle aree industriali e minerarie, dove erano maggiori le occasioni di trovare lavoro e dove nacquero nuove città, mentre quelle esistenti si ingrandirono.

La città di Wolverhampton, nel centro dell’Inghilterra, con le sue decine di ciminiere

Una parte del Terzo stato subì una importante trasformazione. La borghesia, che fino ad allora era stata formata da mercanti e artigiani, vide la nascita di una nuova figura sociale, quella del padrone di fabbrica, o industriale, o anche capitalista, perché possedeva il capitale necessario a costruire una fabbrica, a rifornirsi delle materie prime che gli servivano per la sua produzione, ad acquistare i macchinari che svolgevano il lavoro. Dalle proprie fabbriche gli industriali ottennero grandi guadagni e spesso enormi fortune.

Illustrazione di John Leech per il Canto di Natale di Dickens (1843):
il personaggio di Ebenezer Scrooge, un ricco ed avaro finanziere londinese, riflette l’astio che molti avevano nei confronti dei capitalisti, ricchi sulla pelle degli operai

Gli artigiani videro un fortissimo peggioramento delle loro condizioni di vita e persero il lavoro, perché i loro prodotti non erano concorrenziali a quelli industriali e non venivano più acquistati. Molte furono le proteste e le sommosse, organizzate da artigiani che assalivano le fabbriche e distruggevano le macchine, ma il governo represse queste rivolte con la forza, condannando a morte i capi o deportandoli in Australia, che in quel periodo era per l’Inghilterra una colonia penale, cioè un luogo dove recludere prigionieri indesiderati, spesso condannandoli ai lavori forzati.

Artigiani contro le macchine industriali

Per svolgere il lavoro gli industriali avevano bisogno di molti lavoratori, che furono reclutati soprattutto tra le masse di contadini in aumento e senza lavoro; essi formarono la nuova classe degli operai. Essi venivano pagati con un salario molto basso, anche perché la manodopera a disposizione era assai numerosa ed era facile trovare qualcuno disposto a lavorare per meno soldi. Gli operai vivevano quindi piuttosto miseramente e in condizioni di insicurezza, perché in caso di crisi economica rischiavano facilmente di essere licenziati. Nell’Ottocento si incominciò a chiamarli proletari, in quanto, a differenza degli industriali che possedevano la fabbrica e tutto il necessario per la produzione, loro non possedevano nulla che servisse al loro lavoro; essi possedevano solo la prole, cioè i figli, che spesso erano anche numerosi.

Operai al lavoro

Operai e industriali avevano interessi opposti: infatti gli operai aspiravano a salari maggiori e orari di lavoro meno pesanti, mentre gli industriali miravano a ridurre i costi e quindi a far lavorare gli operai il più possibile con salari minimi. Questi opposti interessi sfociarono nell’Ottocento in quella che sarà definita “lotta di classe” (ne parleremo in una prossima lezione), ma per il momento gli operai non seppero far altro che accettare le condizioni di vita che la nuova realtà industriale offriva loro: condizioni di vita quasi disumane.
Nelle fabbriche, infatti, l’ambiente era spesso malsano, perché l’aria era piena di fumi prodotti dalle diverse lavorazioni industriali, e il rischio di incidenti era molto alto: non vi erano misure di sicurezza e non era raro che un operaio perdesse una mano, rimasta incastrata in uno dei macchinari.

In una fabbrica come questa c’era, tra gli altri problemi, anche quello dell’inquinamento acustico

Gli operai potevano essere sia adulti, sia bambini: molti bambini venivano assunti perché erano in grado di svolgere lavori semplici e venivano pagati di meno degli adulti. Era frequente che bambini di età addirittura inferiore ai 7 anni lavorassero nelle miniere e anche per loro l’orario era molto pesante e prevedeva turni di notte. Oltre ai bambini, anche le donne venivano spesso assunte in fabbrica, per gli stessi motivi: prive di qualifica professionale, venivano pagate meno degli uomini.

I bambini venivano impiegati nelle fabbriche e nelle miniere anche per svolgere mansioni che solo una persona di corporatura minuta può fare, come si vede nell’illustrazione

Il lavoro in miniera era per molti aspetti ancora peggiore di quello in fabbrica. L’ambiente era sempre buio e l’aria era irrespirabile, anche nel caso in cui vi fossero pozzi per l’aerazione, cioè per il rifornimento d’aria. Inoltre il lavoro era molto pericoloso: vi era il rischio, anche mortale, di crolli, o di allagamenti, o di esplosioni provocate dal grisou, un miscuglio di gas metano e aria, che si sviluppa nelle miniere di carbone fossile.

Lavoratori in una miniera

Il salario era tanto basso che di solito non bastava nemmeno per soddisfare i bisogni fondamentali: il cibo e la casa. I proprietari delle industrie e delle miniere tenevano i salari molto bassi non solo per aumentare i propri guadagni, ma anche per impedire ai lavoratori di risparmiare denaro: infatti se essi non fossero stati costretti a lavorare sempre e a qualsiasi condizione per non morire di fame, avrebbero potuto chiedere condizioni di lavoro migliori e un aumento salariale.
Sia in fabbrica, sia in miniera, gli orari di lavoro erano molto pesanti: di solito da dodici a sedici ore. Per questo motivo operai e minatori dovevano stabilirsi molto vicino al luogo di lavoro, perché non avrebbero avuto il tempo per lunghi spostamenti. Così nei pressi delle fabbriche e delle miniere sorsero i quartieri per gli operai e i minatori; furono spesso gli stessi proprietari di industrie e miniere a costruire alloggi, che affittavano ai loro lavoratori. In questi quartieri, privi di spazi verdi, si accumulavano le scorie prodotte dalle lavorazioni industriali e minerarie, l’aria era molto inquinata a causa dell’uso del carbone da parte delle industrie e i corsi d’acqua erano avvelenati dagli scarichi industriali.

Città industriale

Le case in cui vivevano operai e minatori, costruite in mattoni e con i tetti in ardesia, presentavano condizioni igieniche migliori delle abitazioni contadine, che erano ancora di legno e con il tetto di paglia, ma nei quartieri operai il grande affollamento e la mancanza di una rete fognaria favorivano la diffusione di epidemie: la gravità della situazione divenne evidente nell’Ottocento, quando, tra il 1830 e il 1860, si verificarono violente epidemie di colera.
Poiché molti bambini nelle famiglie di operai e minatori incominciavano a lavorare molto presto, essi non frequentavano più quei corsi scolastici che da poco erano stati istituiti per il popolo. Questo portò a una netta diminuzione dell’istruzione: mentre nel 1750 un uomo su due era in grado di scrivere il proprio nome, nel 1840 nemmeno un uomo su tre sapeva farlo.

Una via della Londra operaia in un’incisione ottocentesca di Gustave Dorè


61 La prima rivoluzione industriale: cause e modalità



LA PRIMA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE: CAUSE E MODALITÀ

Tutto ciò che noi oggi utilizziamo, dalle stoviglie ai vestiti, dai libri alle scarpe, dai computer alle automobili, viene prodotto dalle industrie; fino alla prima metà del Settecento, invece, tutti i beni esistenti erano prodotti da artigiani, che eseguivano a mano il lavoro necessario alla realizzazione di questi beni, al massimo servendosi di alcune macchine relativamente semplici, mosse dalla forza umana o animale, o da elementi quali l’acqua e il vento.
Il passaggio dalla produzione artigianale a quella industriale, che è ormai quella più usata nel mondo, avvenne in Inghilterra in un lungo periodo compreso tra il 1760 e il 1830; a questo fenomeno, che sostanzialmente consiste nella nascita delle industrie, si dà il nome di rivoluzione industriale.

Alcuni artigiani producono a mano delle scarpe: dopo la rivoluzione industriale essi scompariranno

Essa avvenne in Inghilterra, perché qui si verificarono le condizioni necessarie per la sua nascita.
Innanzitutto in Inghilterra si attuò quella che viene chiamata terza rivoluzione agricola, una trasformazione nel modo di coltivare i campi provocata dall’introduzione di nuovi prodotti (la patata, il mais, la rapa) e di nuove tecniche, tra cui soprattutto la rotazione quadriennale, che permetteva di coltivare il terreno ogni anno, alternando prodotti alimentari per l’uomo con altri (come il trifoglio) che diventavano foraggio per gli animali. Questo provocò un aumento della produzione agricola e dell’allevamento. A sua volta l’incremento della produzione agricola favorì l’aumento della popolazione, che però non sempre trovava lavoro nei campi, dato che le nuove tecniche agricole non richiedevano un particolare sovrappiù di manodopera.

Due pagine dell’Encyclopédie illuminista dedicate all’agricoltura

Contemporaneamente il commercio inglese aveva conosciuto uno sviluppo enorme, grazie alla formazione delle colonie in America e agli scambi che erano ormai di tipo intercontinentale. Questi successi commerciali portavano nel paese grandi ricchezze, a disposizione di una popolazione borghese che, a differenza degli Spagnoli nei secoli precedenti, non si accontentò del benessere conseguente a tali ricchezze, ma pensò di investirle in nuove attività produttive e quindi in nuove fonti di guadagno.

Fu proprio nel Settecento che la flotta inglese divenne la più potente al mondo

Tra queste nuove attività produttive ci furono quelle appunto che riguardavano l’agricoltura, ma anche altre inerenti all’artigianato, un settore che in Inghilterra aveva una lunga tradizione e che conobbe nel Settecento un ulteriore incremento: le competenze tecniche qui erano apprezzate e diffuse, tanto che vi erano artigiani e meccanici in grado di costruire macchine in modo preciso, ma anche di perfezionarle, o di inventarne di nuove. In Gran Bretagna, del resto, le invenzioni erano protette da brevetti, che garantivano agli inventori una parte dei guadagni che era possibile ricavarne.
Dunque, lo sviluppo agricolo prima, quella artigianale poi, accompagnati allo sviluppo commerciale, avevano fatto sì che in Inghilterra esistessero capitali (cioè somme di denaro) e manodopera in abbondanza: condizioni favorevoli alla nascita e allo sviluppo delle industrie.
A queste condizioni generali vanno aggiunti altri tre elementi particolari. Il primo fu l’invenzione della macchina a vapore, un motore che utilizzava l’energia del vapore per produrre movimento e quindi svolgere un lavoro. Il modello di macchina a vapore realizzato dall’inventore scozzese James Watt (1736-1819) si rivelò particolarmente efficace, in quanto in grado di sfruttare l’energia del vapore molto meglio dei modelli precedenti, ed ebbe un’ampia diffusione: nel corso del Settecento furono costruiti circa 2.500 motori di questo tipo. Esso venne anche applicato ai battelli (navi a vapore, 1783), ma in questo campo divenne di uso comune solo nel corso dell’Ottocento.

Un modello perfezionato di macchina a vapore di James Watt

Il secondo elemento essenziale fu l’uso del metallo, in particolare del ferro, per la costruzione di macchine: esso permetteva di realizzare ingranaggi più solidi di quelli in legno, meno soggetti all’usura e utilizzabili anche ad alte temperature senza rischi di incendio. Motori come la macchina a vapore non avrebbero potuto essere realizzati in legno, perché sarebbero bruciati.
Il terzo elemento fondamentale fu l’impiego del carbone coke, un carbone purificato che si ottiene attraverso un processo particolare. Dall’inizio del Settecento l’uso del legno come combustibile si ridusse e il carbone venne utilizzato negli altiforni. Nella seconda metà del secolo i progressi tecnici realizzati nel processo di produzione ne resero l’uso molto comune: era il carbone ad alimentare la macchina a vapore, riscaldando l’acqua fino a che questa non si trasformava in vapore. La grande richiesta di carbone da parte dell’industria portò a un grande sviluppo dell’attività estrattiva in Inghilterra, una regione ricca di questo elemento.

Il lavoro in miniera in una stampa italiana del Settecento

Le nuove macchine e il nuovo sistema di produzione vennero utilizzati all’inizio per produrre tessuti: la prima a svilupparsi fu infatti l’industria tessile, nei suoi vari settori. Le invenzioni nel campo tessile e i loro perfezionamenti si succedettero per decenni nel corso del Settecento; fondamentali furono i vari tipi di filatoi, ossia di macchine che trasformavano il cotone in fili con cui fare i tessuti. Basti pensare che, se all’inizio del Settecento erano necessarie oltre 1.100 ore di lavoro per filare un chilo di cotone con il filatoio a mano, con il filatoio meccanico inventato nel 1779 erano sufficienti tre ore.

Il filatoio inventato nel 1779 da Samuel Crompton

Altre invenzioni permisero di rendere più veloci e meno costose tutte le fasi di lavorazione del cotone: dalla sgranatura (la separazione dei semi dalle fibre di cotone) alla cardatura (la trasformazione della fibra di cotone in un velo continuo), dalla sbiancatura (mediante cloro) alla stampa sui tessuti. Infine una serie di invenzioni relative ai telai migliorarono anche la tessitura del cotone.
Lo sviluppo dell’industria cotoniera incoraggiò le nuove invenzioni negli altri settori tessili, quello della lana, della seta e del lino.
Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento in Inghilterra nacque anche un’industria meccanica, in grado cioè di produrre macchine utensili ad alta precisione; fu essa che realizzò le macchine necessarie all’industria tessile. In questo modo industria tessile e industria meccanica si sostenevano a vicenda: lo sviluppo di una determinava quello dell’altra.
Grazie a questi successi la rivoluzione industriale divenne un po’ alla volta un fenomeno consolidato: si capì che lo sviluppo dell’Inghilterra passava attraverso lo sviluppo industriale, il quale stava trasformando completamente non solo l’economia del Paese, ma anche la società.

Un’industria tessile




sabato 18 luglio 2015

60 Il Settecento tra incremento demografico e innovazioni



IL SETTECENTO TRA INCREMENTO DEMOGRAFICO E INNOVAZIONI

Tra il 1700 e il 1800 la popolazione europea passa da 118 a 193 milioni di abitanti; a parte l’Africa, che è stazionaria intorno ai 100 milioni, l’incremento demografico è comune a tutto il pianeta: nel 1650 vi sono sulla Terra 470 milioni di abitanti, divenuti 510 nel 1700, 694 nel 1750, 919 nel 1800. L’incremento maggiore si registra nel Nord America: negli Stati Uniti (concentrati ancora quasi esclusivamente sulla costa atlantica) vivono 300.000 persone all’inizio del Settecento, ma nel 1800 sono già 5 milioni, con una crescita del 1.233%, seguita dalla crescita canadese che fu del 1.025%.
Queste cifre vanno prese con cautela, poiché solo nel corso del XIX secolo verranno usate forme di censimento della popolazione accurate e attendibili; nel Settecento si hanno le prime registrazioni in Svezia (1749), in Austria (1762), a Napoli (1764). Ciò nonostante noi oggi disponiamo di dati sufficienti per sostenete che l’incremento demografico ci fu, sebbene in forma diversa da Paese a Paese, e malgrado molti contemporanei avvertissero invece un fenomeno di spopolamento in atto in tutta l’Europa.
È interessante notare che il maggiore incremento demografico non si ebbe nelle zone economicamente più progredite, bensì nei grandi spazi aperti dell’Europa nord-orientale: in Prussia, in Pomerania, in Slesia, in Ungheria, ancor più in Russia e in Ucraina.

Scena domestica in una famiglia del secolo XVIII (incisione coeva): nel Settecento le regioni dell’Europa settentrionale e orientale furono quelle dal maggiore incremento demografico

Ma perché si ebbe questo incremento? Quali novità lo determinarono? Ci fu perché nascevano più bambini, o perché diminuì la mortalità? La risposta non è facile e andrebbe valutata area per area e caso per caso; gli storici si trovano in disaccordo su numerosi punti.
Per esempio fino agli anni Quaranta del Settecento in Inghilterra e in Galles si registrò un aumento della mortalità, favorito dal dilagante alcolismo dovuto all’espansione della produzione del gin (vedi approfondimento “Alimenti e bevande nei primi secoli dell’Età Moderna"); poi la mortalità calò.
Nei primi due decenni del Settecento varie aree europee furono colpite da nuove epidemie di peste, che provocarono migliaia di morti, come a Marsiglia, che vide quasi dimezzata la sua popolazione; però il caso marsigliese (se si esclude Messina vent’anni più tardi), fu l’ultimo episodio di epidemia che si verificò nell’Europa occidentale (nell’Europa orientale, invece, ce ne furono altri) e non esiste alcuna spiegazione certa sul perché ciò sia avvenuto.

La peste a Marsiglia in un dipinto di Michel Serre del 1721

La scomparsa della peste non spiega da sola il calo della mortalità, anche perché altre malattie endemiche continuarono a mietere vittime, in particolare il vaiolo, una malattia che provocava vesciche alla pelle, cecità, deformità agli arti e altro. Tra le cause va ricordata la diminuzione delle carestie, sostituite da crisi alimentari meno tragiche. Oppure i progressi medici e igienici del Settecento. In questo campo l’Inghilterra era all’avanguardia: per esempio nella fondazione di ospedali, che passarono nel XVIII secolo da 5 a circa 50, tra cui la prima clinica ostetrica, che portò un po’ alla volta alla scomparsa dell’abitudine di partorire in casa. Non tutti gli storici però vedono nella creazione degli ospedali una causa del calo della mortalità; anzi – dicono – i ricoveri in questi ospedali era pericolosissimo, per carenza di attrezzature e pessime condizioni igieniche, nonché per il numero esiguo di operazioni che si potevano eseguire prima che venissero scoperti gli anestetici.

Un ospedale londinese, incisione del 1755

Progressi furono fatti nella lotta contro il vaiolo, che faceva strage tra la popolazione (è stato calcolato che nella sola Francia morissero da 50.000 a 80.000 persone ogni anno); già a metà del secolo si era scoperto che, iniettando pus vaioloso nella pelle di un soggetto sano, si provocava una reazione per cui il soggetto non si sarebbe più ammalato di vaiolo. Questa tecnica, però, comportava molti rischi, perché alcuni pazienti morivano: secondo alcuni, anzi, anziché prevenire la malattia, la diffuse. Nel 1798 un medico inglese, Edward Jenner, venne a conoscenza di una credenza popolare, secondo la quale chi si era infettato con il vaiolo bovino (che non era mortale), diventava immune a quello umano; i suoi studi lo portarono a scoprire l’efficacia di tale metodo, che, proprio perché derivava da vacche infette, prese il nome di vaccinazione. La vaccinazione permise di ridurre, e in seguito di eliminare del tutto, la mortalità del vaiolo; qualcuno dice che a sconfiggere la malattia non fu la vaccinazione di massa, bensì l’isolamento dei suoi focolai.

Edward Jenner mentre vaccina un bambino contro il vaiolo, dipinto del 1796

Alcuni storici hanno messo in discussione anche i miglioramenti igienici, che, secondo altri, avrebbero invece contribuito al calo della mortalità. È vero che sia in città sia in campagna le abitazioni, specialmente quelle dei poveri, erano poco aerate e poco riscaldate; spesso si viveva in una sola stanza, assieme anche a chi era affetto da malattie infettive; mancava un adeguato sistema di scarichi e di fognature e ciò favoriva le malattie trasmesse da acque inquinate; altre malattie erano causate da alimenti (in primo luogo il latte) provenienti da animali infetti.
Che cosa, in conclusione, ha provocato il calo della mortalità nel Settecento europeo? Gli storici non sanno trovare una risposta totalizzante e parlano perciò di una pluralità di cause, che spesso si sono casualmente manifestate tutte assieme; tra queste le principali sono probabilmente la minore violenza devastatrice delle guerre, il rarefarsi delle carestie, la scomparsa della peste dall’Europa occidentale, un’alimentazione più abbondante ed equilibrata.

Una venditrice di latte e pane per le vie di Londra, dipinto di Francis Wheatley del 1790

Tra le innovazioni che caratterizzano il Settecento ve ne sono alcune che riguardano le vie di comunicazione e i trasporti. Innanzitutto si cercò di migliorare le condizioni della rete stradale, che come nel Medioevo era assai precaria: erano proverbiali le vie di Parigi per cattivi odori e fango. Pare che i parigini avessero acquisito una particolare abilità nell’evitare con scarti e salti appropriati le pozzanghere e le immondizie disseminate sul loro cammino, ma se il percorso era particolarmente lungo, era impossibile arrivare a destinazione senza essere inzaccherati; per questo agli angoli delle vie erano appostati numerosi lustrascarpe. Camminare per Parigi (o per altre città) comportava fare una particolare attenzione a ciò che poteva cadere dall’alto: era normale, infatti, gettare rifiuti organici dalle finestre, dato che nelle case i servizi igienici non esistevano o erano primitivi. Del resto, qualunque luogo, compresi il palazzo di giustizia e le chiese, era buono per fare i propri bisogni.

Una signora fa i suoi bisogni per strada, stampa del XVIII secolo

Solo a secolo inoltrato le cose cominciarono lentamente a cambiare: furono costruiti nuovi ponti e strade e quelli esistenti vennero migliorati, in modo da permettere trasporti più rapidi. Nel 1762 a Londra venne promulgata una legge per la pavimentazione delle strade, che erano percorse, da chi se lo poteva permettere, da carrozze, dalle quali i pedoni dovevano stare molto attenti a non farsi travolgere. I principali mezzi di trasporto pubblico su strada divennero le diligenze, grandi carrozze pubbliche trainate da cavalli e adibite al trasporto di viaggiatori e bagagli, che effettuavano un servizio regolare di collegamento tra le città. Utilizzando le diligenze vennero create le prime reti di servizi postali nazionali; prima fu la Francia nel 1774.

Julius Caesar Ibbetson, La diligenza (1792)

In Francia venne inventata anche la mongolfiera, un pallone aerostatico (in grado di volare senza motore) così chiamato dai fratelli Montgolfier che ne furono gli inventori. Essa non ebbe alcuna importanza economica, ma costituisce ugualmente un momento significativo nella storia dell’umanità: i due uomini che il 21 ottobre 1783 si sollevarono in aria, sorvolarono Parigi e ritornarono a terra, dimostrarono a un pubblico stupefatto ed entusiasta che era possibile realizzare l’antico sogno di volare.

Julius Caesar Ibbetson, Il volo della mongolfiera (1785)

Nel XVIII secolo ebbero un notevole sviluppo i giornali. I primi erano apparsi all’inizio del Seicento nell’Europa occidentale, ma contenevano poche notizie e uscivano non più di una volta alla settimana. All’inizio del secolo apparvero i primi quotidiani: il primo fu a Londra nel 1702, mentre il primo in Italia fu nel 1735 la “Gazzetta di Parma” (che però uscì con regolarità solo dal 1760).
All’inizio del Settecento comparvero anche i primi giornali politici in Inghilterra, dove esisteva una notevole libertà di stampa: nel 1788 un foglio, che da 3 anni pubblicava solo annunci pubblicitari, diventa “The Times”, quotidiano politico conservatore e legato al governo. In Stati come la Francia e l’Italia la pubblicazione di giornali politici non fu possibile, perché il potere era nelle mani dei re, che non accettavano di veder discusse le loro scelte politiche.

Il numero del Times del 4 dicembre 1788

Il Settecento fu anche un secolo di progressi scientifici. Antoine-Laurent Lavoisier (1743-1794) gettò le basi della chimica moderna, individuando i principali gas presenti nell’aria (in particolare l’ossigeno) e la loro importanza nella respirazione e nella combustione (cioè nel processo del bruciare). Egli fissò il campo di studio della chimica (la composizione dei corpi e le relazioni che si determinano tra essi) e riconobbe l’esistenza di almeno 33 elementi in natura, mentre secondo la tradizione dell’antichità greca tutto ciò che esiste era formato solo da quattro elementi: aria, acqua, terra e fuoco.

Lavoisier durante un esperimento sull’acqua

Ugualmente importanti furono i primi studi sull’elettricità, condotti dal fisico Alessandro Volta (1745-1827): a lui si devono la definizione di alcuni concetti fondamentali (tensione, carica) e l’invenzione del primo apparecchio a pila, in grado di generare corrente elettrica.

Alessandro Volta

Al medico svedese Carl von Linné (Linneo in italiano, forma derivata dal latino) si deve la classificazione di piante e animali con il doppio nome latino, di cui il primo (che si scrive sempre con la maiuscola) indica il genere, mentre il secondo la specie: per esempio Canis lupus o Rosa canina. Linneo (1707-1778) enumerò, denominò e descrisse oltre 7.700 specie di piante e circa 4.400 di animali.

Ritratto di Linneo e un disegno tratto da una sua opera

In un secolo segnato dall’enorme sviluppo dei commerci intercontinentali stupisce il fatto che non ci siano state grandissime innovazioni tecnologiche nelle costruzioni navali e nell’arte nautica. Si ebbero piuttosto solo dei progressi parziali e assai lenti, come il rivestimento in rame dello scafo delle navi, che, incominciato dagli Inglesi negli anni Settanta, impediva il rallentamento provocato dall’impigliarsi delle alghe. Attorno al 1730 venne inventato il sestante per la misurazione della latitudine (era stato preceduto da un altro strumento chiamato ottante), mentre per quella della longitudine si cominciò a usare dal 1766 i cronometri marini, che permisero di evitare i frequentissimi errori di rotta.

A sinistra un ottante settecentesco, a destra un sestante austriaco d’epoca imprecisata

Nel Settecento, infine, i viaggi esplorativi del capitano inglese James Cook (1728-1779) portarono alla conoscenza di nuove terre prima ignorate: la Nuova Zelanda, poi l’Australia, la Nuova Guinea, le isole Hawaii e altre. Cook fu non solo un abile esploratore, ma anche un uomo di scienza: è a lui, attento alla dieta e alle condizioni igieniche del suo equipaggio, che si deve la sconfitta dello scorbuto, una malattia dovuta a carenza di vitamina C, talmente diffusa tra i naviganti, da essere chiamata anche proprio “malattia dei marinai”.

Nathaniel Dance-Holland, Ritratto di James Cook (1775 circa)

APPROFONDIMENTO:
-Alimenti e bevande nei primi secoli dell'Età Moderna

giovedì 9 luglio 2015

59 La Rivoluzione americana



LA RIVOLUZIONE AMERICANA

Nella seconda metà del Settecento l’America settentrionale era quasi tutta sotto il controllo dell’Inghilterra: dall’inizio del Seicento, quando vennero fondati i primi insediamenti inglesi a Jamestown (1607) e a Plymouth (1620), si erano formate tredici colonie. Esse erano distinte in 3 parti: Maryland, Virginia, North Carolina, South Carolina e Georgia formavano il sud; New York, Pennsylvania, New Jersey e Delaware il centro; Connecticut, Rhode Island, New Hampshire e Massachusetts  il nord, chiamato anche Nuova Inghilterra.
Più a nord i Francesi avevano occupato la colonia chiamata Canada, che al termine della guerra dei Sette anni (1756-1763) venne ceduta all’Inghilterra; nel meridione, lungo le coste del Golfo del Messico, vi erano gli Spagnoli.


La popolazione di origine europea viveva quasi esclusivamente lungo la costa atlantica (nel 1763 aveva già raggiunto la quota di due milioni e mezzo di coloni): mano a mano che ci si allontanava dalla costa, gli europei diventavano meno numerosi e la maggioranza della popolazione era costituita dagli indiani pellerossa, divisi in numerose tribù. Numerosi erano anche i neri di origine africana portati in America come schiavi.
Le tredici colonie inglesi avevano sviluppato stili di vita e di economia piuttosto differenti tra nord e sud: le colonie settentrionali erano abitate da borghesi, tutti dediti ad arricchirsi con le loro imprese mercantili e artigianali, che li stavano portando a sviluppare quella mentalità capitalistica che nella lontana madrepatria farà nascere nella seconda metà del Settecento la rivoluzione industriale. Le colonie meridionali, invece, erano essenzialmente agricole, formate dalle grandi piantagioni in cui ricchi uomini comandavano su folle di schiavi, mentre conducevano una vita elegante e raffinata, dedita alla cultura, all’abilità politica e militare, a un atteggiamento bonario e paternalistico nei confronti di chi era inferiore a loro.

La villa di Thomas Jefferson (terzo presidente degli U.S.A.) in Virginia è chiaramente ispirata 
ai modelli architettonici del Palladio; ciò succedeva per le magioni di tutti i grandi piantatori 
delle colonie meridionali, imbevuti di neoclassicismo francese

Nel complesso i coloni avevano creato una società sicura di se stessa, ricca e forte. In particolare nel nord si distinguevano le attività metallurgiche (alimentate dal carbone di legna ottenuto da immense foreste), la produzione e il commercio di rum (negli Stati della Nuova Inghilterra) e la manifattura cantieristica (concentrata in particolare nel Massachusetts e capace nella seconda metà del ‘700 di fare concorrenza ai cantieri inglesi, tant’è che il 30 % della flotta mercantile inglese era costituito da navi costruite in America).

Cantiere navale nella Nuova Inghilterra

Nel sud le attività manifatturiere erano scarsissime, ma la ricchezza derivava, oltre che dalle piantagioni, dall’esportazione di alcuni prodotti quali il tabacco, l’indaco (la pianta da cui si otteneva il colorante azzurro) e il legname.
Allo sviluppo economico delle tredici colonie la Gran Bretagna guardava con molta preoccupazione: per limitare la concorrenza americana il governo inglese non seppe che emanare una serie di leggi in favore del proprio commercio. Così le colonie furono obbligate a esportare certi prodotti solo in Gran Bretagna e ad acquistarne altri solo dalla Gran Bretagna, anche nel caso di manufatti che le colonie erano in grado di produrre da sé.
I coloni reagirono praticando il contrabbando, ma la marina inglese iniziò una caccia spietata ai contrabbandieri, i quali, se catturati, venivano arruolati forzatamente nelle navi reali, il che equivaleva a un invio ai lavori forzati.

Incisione raffigurante dei contrabbandieri del XVIII secolo

Inoltre nel 1765 la scelta dell’Inghilterra di imporre una tassa sulla carta bollata, presentata come necessaria per pagare l’esercito che difendeva le colonie, nonché il rifiuto della richiesta delle colonie di essere considerate come Paesi liberi, ancorché fedeli alla corona, provocarono una prima ondata di violente proteste, che costrinse la Gran Bretagna a ritirare la tassa sul bollo. Nello stesso tempo, però, vennero varati dei dazi doganali su alcune merci che lo colonie importavano. Lo scontento popolare riprese, mentre il diffondersi delle idee dell’Illuminismo tra il ceto colto (in particolare quello dei piantatori del sud) alimentava idee sempre più forti in opposizione alla corona inglese.
Nel 1770 un episodio minimo in termini di sangue (l’uccisione di 5 manifestanti da parte di soldati inglesi) divenne il «massacro di Boston», un evento che si caricò da subito di profondi significati: le vittime divennero i primi martiri della rivoluzione.

Il massacro di Boston (5 marzo 1770) in un’incisione di P. Revere

Londra fu costretta a fare marcia indietro e ritirò tutte le imposte, tranne quella sul tè, mantenuta solo per salvare il principio dell’autorità inglese. Per protesta, nel 1773 alcuni cittadini di Boston, travestiti da indiani, assalirono le navi inglesi ancorate nel porto e gettarono in mare una gran quantità di casse di tè pronte per essere vendute: fu il cosiddetto Boston tea party.

Incisione raffigurante l’episodio passato alla storia come “The Boston Tea Party”

Il Parlamento inglese chiuse il porto di Boston e sospese le garanzie costituzionali nel Massachusetts. L’esercito venne inviato contro i «ribelli», che si erano riuniti a poche miglia da Boston; nell’aprile 1775 a Lexington (nel North Carolina) avvenne il primo scontro tra l’esercito inglese e una settantina di miliziani americani.

La battaglia di Lexington in un’incisione di Amos Doolittle del 1775, colorata qualche anno dopo

Costretti a ritirarsi, essi assalirono nuovamente l’esercito reale nei giorni successivi, con un esito clamoroso: i soldati inglesi, splendenti nelle loro uniformi rosse, furono costretti a ritirarsi e a rifugiarsi dentro le mura di Boston, assediata dai «ribelli». I quali ebbero modo di organizzarsi nei mesi seguenti, sotto il comando di George Washington, un tranquillo piantatore della Virginia, che, durante la guerra dei Sette anni, aveva imparato il mestiere delle armi.

George Washington prima della battaglia di Trenton, dipinto di John Trumbull del 1792

Dal 1776 al 1782 si combatté quella che viene chiamata Rivoluzione americana, o anche Guerra d’indipendenza americana: non riconoscendo più l’autorità del re e del Parlamento inglesi, le tredici colonie approvarono il 4 luglio 1776 una Dichiarazione di indipendenza e la nascita di una nuova Nazione, gli Stati Uniti d’America. Ancora oggi il 4 luglio è giorno di festa negli U.S.A.

La Dichiarazione d’Indipendenza, dipinto di John Trumbull del 1819

Uno storico ha calcolato che un terzo degli abitanti delle colonie aderì alla Rivoluzione, un terzo rimase indeciso e un terzo si dichiarò lealista, cioè fedele al re inglese, che in quegli anni era Giorgio III del Casato di Hannover.
Dalla parte dei ribelli si schiereranno più avanti Francesi e Spagnoli, mentre con gli Inglesi si schierarono quasi tutte le tribù pellerossa (in particolare gli Irochesi), spaventate dal desiderio dei coloni di occupare le pianure oltre i monti Allegheny e quindi di invadere le loro terre.

Il dipinto rappresenta una scena di massacro operato dagli Irochesi
durante la Rivoluzione americana nel 1778 in Pennsylvania

Gli anni di guerra si succedettero con una serie di vittorie e di sconfitte da entrambe le parti, ma la clamorosa sconfitta subita dagli Inglesi nell’ottobre 1777 a Saratoga spinse Francia e Spagna ad appoggiare i coloni, inviando loro armi, munizioni e materiale bellico, che arrivò in America nella primavera del 1778, in un momento particolarmente critico per le truppe di George Washington.

La resa del generale Burgoyne a Saratoga, un dipinto di John Trumbull (1826)

Durante l’inverno precedente, infatti, i soldati avevano patito la fame per mesi e si erano ritrovati senza munizioni, armi, materiale sanitario, scarpe e persino sapone, mentre i cavalli morivano di fame a centinaia.
L’atto finale della guerra si ebbe a Yorktown, dove gli Inglesi si arresero alle milizie americane dopo un lungo assedio, il 19 ottobre 1781: le trattative di pace iniziarono l’anno successivo a Versailles e il 3 settembre 1783 venne riconosciuta l’indipendenza degli Stati Uniti dalla corona britannica. L’Inghilterra cedette al nuovo Stato anche un vasto territorio all’interno, fino al fiume Mississippi, dove la popolazione era costituita quasi esclusivamente da indiani.

La prima bandiera statunitense (con 13 stelle e 13 strisce a raffigurare le 13 colonie)
viene issata al posto di quella britannica a New York in un’incisione dell’epoca

Tra il 1786 e il 1787 le tredici colonie divenute Stati Uniti d’America si diedero una costituzione ispirata alle idee illuministe. Essa prevedeva la divisione dei tre poteri tra un parlamento (il Congresso, cui spettava il potere legislativo), il presidente (a capo del potere esecutivo) e i tribunali (che ebbero il potere giudiziario). Gli Stati Uniti d’America divennero una repubblica federale, in cui ogni Stato poteva avere leggi diverse, ma la difesa e la politica estera erano in comune. Il presidente (il primo fu George Washington) ottenne poteri molto vasti, non molto inferiori a quelli del re d’Inghilterra.
La Costituzione degli Stati Uniti stabiliva l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, ma in realtà le donne furono escluse dal voto e all’interno di ogni Stato le leggi stabilivano chi poteva votare e chi no. Agli indiani che ancora vivevano all’interno dei tredici Stati e agli schiavi neri non fu riconosciuto alcun diritto.

George Washington si rivolge all’Assemblea costituente



Nei decenni successivi alla Rivoluzione americana i bianchi si diffusero sempre più a ovest, nelle terre dei pellerossa; nacquero nuovi Stati, che si andarono ad aggiungere ai tredici iniziali e per i quali restarono valide le regole decise con la Costituzione; essa non può essere modificata, ma solo integrata, cioè è possibile solamente aggiungere a quelli originari dei nuovi articoli, chiamati emendamenti.

Se vuoi vedere / ascoltare questa lezione, clicca sul seguente link:
La rivoluzione americana